Sultano è chi decide sullo stato di eccezione

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Carl Schmitt usò la parola sovrano anziché “ sultano”, ma il senso non cambia. Chi può decidere di derogare alle regole del gioco, vince. Nelle scienze sociali, il termine emergenza ( o urgenza) è usato per indicare situazioni improvvise di difficoltà o pericolo, di solito di natura transitoria ( anche se non sempre sono destinate a finire nel breve periodo). Il concetto di “ stato di emergenza” quindi si usa per indicare: a) delle circostanze di fatto, b) delle situazioni giuridiche che seguono il riconoscimento di una situazione di fatto, per l’adozione di interventi adeguati e – spesso- per derogare alle previsioni di legge ordinarie.

Dunque, le norme ordinarie smettono di essere applicate- in molti casi- e i pubblici ufficiali possono agire nell’interesse dello Stato, cioè sulla base di ciò che è necessario per la difesa dello Stato contro i suoi nemici.

In generale, l’imposizione dello stato di emergenza dovrebbe far preoccupare, o quantomeno, far pensare: in Turchia però, se ne dovrebbe essere terrorizzati ( il che è buffo, visto che spesso è usato per combattere i terroristi). Nella storia recente della Turchia, infatti, lo stato emergenza è durato 15 anni, dal 1987 al 2002. Ma facciamo un passo indietro.

Fin dall’inizio, la Repubblica Turca ha avuto rapporti difficili con l’etnia curda, che chiedeva l’indipendenza per il suo popolo, diviso tra Iraq, Iran, Turchia e Siria. Nel 1978 nasce il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan), un’organizzazione armata marxista- leninista ora più orientata al confederalismo democratico. Lo stesso anno veniva imposta la legge marziale (sıkıyönetim ), che ha conseguenze ancora più restrittive della legislazione di emergenza.

Nel 1980, un colpo di Stato diede il potere al generale Kenan Evren e al suo “ Consiglio di Sicurezza Nazionale” (MGK- Milli Güvenlik Kurulu), lo stesso convocato da Erdoğan nella giornata del 21 Luglio prima di imporre lo stato di emergenza. Nei tre anni successivi, le istituzioni democratiche furono sospese e i partiti politici furono dichiarati illegali. Dal 1984, circa 40.000 persone sono morte nel conflitto turco-curdo.

Ancora una volta, si è ripresentato lo schema “ dichiarazione dell’emergenza- colpo di stato- sospensione di diritti e libertà fondamentali”.

Nel 1987 la legge marziale lasciò spazio allo stato di emergenza in un gran numero di province turche, specialmente nel Centro- Sud e nell’Est del paese. Lo stato di emergenza si protrasse fino al 2002. Entrambe le misure trovavano giustificazione nell’assicurare la sicurezza del paese dal terrorismo curdo e dalla minaccia separatista.

L’attuale Costituzione turca nasce in quel periodo, nel 1982. Secondo gli articoli No. 15, 120, 121 e 148 lo stato di emergenza può essere dichiarato in caso di disastro naturale, grave crisi economica o per diffusı atti di violenza e grave peggıoramento nel mantenımento dell’ordine pubblico. Può durare fino a sei mesi, permettendo al Consiglio dei Ministri di emanare decreti con forza di legge che non possono essere dichiarati incostituzionali. Sono permesse sospensioni dei diritti e delle libertà fondamentali.

Il terrorismo è un tipo speciale di emergenza. In nome della lotta al terrorismo, ad esempio, alla fine di Giugno la Turchia ha concesso l’immunità ai soldati coinvolti nelle missioni nel sud- est del paese.Questa concessione è stata descritta dal Ministro della Difesa Fikri Isik come “ un regalo per i soldati che combattono contro il terrorismo interno”, in occasione dell’ Eid, la festa successiva ad un mese di Ramadan.

Poche settimane dopo, i soldati “ mordono la mano che li ha nutriti”: un tentativo di golpe scuote le principali città turche e nella settimana appena trascorsa le conseguenze sono orwelliane. Lo Stato dev’essere epurato da coloro che sono fedeli all’ Hizmet, il movimento dell’ex amico di Erdogan, l’imam Fethullah Gülen, che è ad oggi il principale indiziato per il tentato colpo di stato: Gülen – da anni auto-esiliatosi in Pennsylvania- si è ripetutamente dichiarato innocente e gli Stati Uniti, per ora, non sembrano propensi ad accettare la richiesta di estradizione delle autorità turche.

Il mantra dei terroristi gülenisti veniva già ribadito da tempo. In questi giorni, però, le televisioni turche e la quasi totalità dei giornali lanciano un messaggio univoco: i gülenisti sono il nemico e vanno eliminati.

Metin mi spiega che la maggior parte dei suoi compagni di studi, alla Marmara University di Istanbul, sono convinti della corruzione e delle cattive intenzioni dell’ Hizmet, ma accusano Erdoğan di aver agito troppo tardi. Si tratta di un’opinione forte, che rispecchia comunque il racconto “ mainstream” colorandolo di una velata critica. Asil, impiegato in un’azienda tessile, mi dice che quel che conta per lui è l’economia, la stabilità e il mantenimento del benessere raggiunto negli ultimi dieci anni.

Non tutti però la pensano così: in generale l’insoddisfazione della fetta di società più progressista è a livelli storici. Tre sono le scherzose proposte di matrimonio che ho ricevuto nei giorni successivi al golpe, da amici alla ricerca di un prezioso passaporto europeo. Tragicomico, che il desiderio di scappare dalla Turchia verso l’Europa giunga a pochi mesi da quando quest’ultima ha versato qualche miliardo di euro nelle casse turche perché il fedele alleato trattenesse migliaia di migranti, soprattutto siriani, all’interno dei propri confini.

Erkan Saka insegnante di scienze della comunicazione alla Bilgi University, non ha potuto raggiungere l’Italia per un convegno di antropologia fissato da tempo all’Università Bicocca di Milano, in seguito all’ordinanza del Consiglio superiore di Istruzione del 20 Luglio che proibisce agli accademici di viaggiare all’estero. Molti professori, già da mesi, cercano un trasferimento verso università europee o d’oltre oceano; altri invece vogliono rimanere, nella convinzione che sia loro dovere non lasciare il paese in balia degli eventi, e che sia anzi la stessa classe intellettuale ad avere in mano le speranze per il futuro turco.

In questi giorni, 7850 poliziotti sono stati sospesi, e con loro 100 dipendenti dei servizi segreti, 15200 dipendenti del Ministero dell’Istruzione (altri 6538 in una seconda ondata) , 257 dipendenti del’ Ufficio del Primo Ministro e 492 del Ministero degli Affari Religiosi, 245 del Ministero dello Sport e della Gioventù, 4 rettori e 1577 decani; il sistema giustizia riceve minacce serie, con 11 avvocati di Izmir in detenzione cautelare per aver difeso presunti gülenisti e 2745 magistrati sospesi ( tra cui 140 membri della Corte Suprema d' Appello e 48 esponenti del Consiglio di Stato9, mentre sono stati arrestati due membri della Corte Costituzionale.

A coronare una settimana degna di passare alla storia, il 15 Luglio il Presidente Erdoğan ha dichiarato la sospensione temporanea della Convenzione Europea dei Diritti Umani, invocando l’articolo 15 della Convenzione stessa. Il Presidente ha sottolineato che “ la dichiarazione dello stato di emergenza ha il solo scopo di prendere le misure necessarie per via della minaccia terroristica che affligge il nostro paese” “ ripulire l’esercito dal virus”.

In ogni caso, sospendere diritti e libertà in nome di un’emergenza non è cosa nuova nemmeno al mondo “ occidentale” contemporaneo, ora così scandalizzato dalla scelta turca. Lo stesso articolo 15, infatti, è stato invocato dalla Francia, che rinnova lo stato di emergenza ogni tre mesi dagli attentati del 13 Novembre 2015 e lo ha rinnovato ulteriormente dopo quelli di Nizza. Sotto lo stato di eccezione francese, centinaia di attivisti sono stati arrestati, ad esempio in occasione del summit “ Cop21” e degli Europei di calcio. Già a Dicembre 2015, si riportavano 317 arresti di persone che non avevano nulla a che vedere con il terrorismo. Ora la  magistratura francese esige dal comune di Nizza che cancelli la totalità delle immagini riprese dalle videocamere a ridosso dell'attentato, per “ evitare diffusioni incontrollate di immagini che possano ledere la dignità delle vittime o possano essere usate a fini propagandistici dai terroristi” . Ma , come scrive Giulietto Chiesa, “nel concreto accadrà un'altra cosa: saranno affidate delle copie incomplete delle prove a un sistema chiuso proprio mentre è in vigore una legislazione da “Stato d'eccezione”, in totale irresponsabilità e senza i normali bilanciamenti e controlli dello Stato di Diritto. I precedenti sono già preoccupanti: non abbiamo praticamente immagini della strage del Bataclan e quindi non possiamo giudicare nulla su cosa sia davvero accaduto allora” .

Lo stato di emergenza ha a che fare anche con la “ guerra al terrorismo globale” dichiarata da Bush nel 2001, dopo l’attacco al World Trade Center.

Geoffrey R. Stone, nel suo saggio Dissent in perilous times, ha scritto che “ dichiarare una guerra al terrorismo” è più di un espediente retorico per l’opinione pubblica. Ha permesso all’esecutivo di utilizzare poteri straordinari che di solito sono concessi solo in tempo di guerra”. Bush ha più volte ripetuto che “ i terroristi si giovano della vulnerabilità di una società aperta”.

Spesso i poteri di emergenza rimangono in vigore per più della durata dell’emergenza: si tratta di una “ normalizzazione dello stato di eccezione”, come spiega il filosofo Giorgio Agamben. Pochi sanno che lo stesso regime nazional-socialista di Hitler nacque grazie alla immediata proclamazione di uno stato di emergenza, basandosi sulla Costituzione della Repubblica di Weimar. Per questo, anche le più efferate azioni erano tuttavia “ legali”.

Per approfondire la politica turca, il movimento gülenista, le speculazioni sul golpe, consiglio: Limes Online, East Journal, Pressenza, Radio Popolare, Osservatorio Balcani e Caucaso, Internazionale

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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