La Turchia sceglie la continuità: un diario da Istanbul

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Delle elezioni in Turchia sappiamo quasi tutto ormai. Almeno crediamo di sapere. Spesso però dietro il titolo “Il trionfo del sultano” si celano stereotipi e riflessioni che non analizzano profondamente la realtà. Capire invece cosa pensi la gente di questo risultato è necessario pure per comprendere la politica più istituzionale. Proponiamo così un diario del “prima” e del “dopo” elezioni: in quei giorni, determinanti per il futuro del paese e non solo, si potrà forse intravedere cosa ci riserveranno i prossimi mesi. 

30 Ottobre: L’attesa e il silenzio

11:30- La città di Istanbul ospita venti milioni di abitanti, e la maggior parte di loro mi sembrano imperscrutabili. Il tempo uggioso aumenta i malumori di una popolazione spaventata ed arrabbiata. Dopo gli attentati a Suruç quest’estate e ad Ankara il 10 Ottobre scorso, con le violenze che aumentano senza freno nel sud-est del paese, rabbia e paura si sono mischiate sino a portare ad una calma apparente.

Qualche manifestazione di dissenso c’è stata. Ad esempio in seguito all’imposizione di un’amministrazione straordinaria a capo di ventidue compagnie della Ipek Koza Holding, tra cui due televisioni e due giornali, il 28 Ottobre. La Ipek Koza è collegata al movimento Hizmet, il cui leader è il predicatore musulmano Fethullah Gülen, vecchio alleato del Presidente della Repubblica Erdoğan ed oggi considerato dal governo un pericolo “per la stabilità e l’unione del paese”. Il giornalista Cem Küçük del giornale filo-governativo Star, definisce il movimento un’ “organizzazione terroristica”, spiegando che solo i giornali ad esso correlati sono stati confiscati, non tutti  i giornali di opposizione. “Presto saremo tutti accusati di essere terroristi”, dice Nazlı Ilıcak del giornale Özgür Bugün, sorridendo malinconicamente in un intervista ad Al Jazeera.

16:00 - Nonostante queste proteste isolate, poco o nulla dell’opposizione di cui i turchi si sono dimostrati capaci nel 2013 a Gezi Park sembra rimasto. Incontro Deniz, attivista di lunga data nel movimento femminista, che ne riassume le cause nella “mancanza di coesione”. “I gruppi che hanno preso parte alle proteste di Gezi provenivano da molti e diversi orientamenti politici. Alcuni sono sostenitori del CHP (Cumhuriyet Halk Partisi), il principale partito di opposizione di matrice nazionalista e kemalista. Altri appartengono ai movimenti filo-curdi, agli ambientalisti sino ad arrivare agli hooligans delle squadre di calcio”. Oggi quella coesione si è persa, nonostante per tutte le opposizioni il Presidente della Repubblica Erdoğan e il suo partito (AKP) sembrino rimanere l’unico e più grande nemico. A questo si aggiunge una generale impressione di impotenza: “Le persone sono spaventate, credono che scendendo in piazza potrebbero essere uccise. Come biasimarle”. 

31 Ottobre: L’attesa e le speculazioni

10.30-  Ci si aspetta un altro episodio sanguinoso alla vigilia del voto. Le persone faticano ad uscire di casa ma discutono delle numerose implicazioni che la scelta di domani comporta. Qui le elezioni non si concentrano solo sui problemi interni: il lavoro, l’assistenza sanitaria, la scuola. Le elezioni significano Siria e questione curda, ruolo internazionale del paese, processo di ammissione nell’Unione Europea, asilo ai due milioni di rifugiati, laicità, lotta allo Stato Islamico, difesa dei diritti delle minoranze e di genere.

15:00- Mi reco presso la sede del quotidiano Zaman, uno dei più venduti in Turchia ed anch’esso legato al movimento di Fethullah Gülen. Il giornale, negli ultimi due anni, critica la linea dell’AKP e si inserisce nella protesta dei media turchi contro la censura imposta agli organi di informazione. Incontro il giornalista Mustafa Edib Yılmaz, che in merito alle conseguenza negative per la reputazione dell’AKP che il recente commissariamento dei giornali della Ipek Holding potrebbe comportare, soprattutto a livello internazionale, commenta: “Forse temono che il risultato di queste elezioni non volgerà a loro favore, e hanno preferito agire prima di non potere più farlo: tra le compagnie confiscate rientrano ad esempio anche ditte minerarie. Forti interessi economici si celano dietro ad una vittoria o meno dell’AKP”. Yılmaz spiega che da quando il Presidente Erdoğan ha iniziato una campagna aperta contro il quotidiano, la vendita è diminuita del 40% e molti giornalisti si sono licenziati.

Prima di congedarci, riflette: “La prego di non sottovalutare i vantaggi che potrebbero derivare anche solo da un governo di coalizione. L’era del partito unico al governo sarebbe finita e queste persone dovrebbero imparare a mediare con la volontà di altri”.

19:00- Incontro Can, studente universitario, che mi confessa di aver votato la sinistra liberale filo- curda dell’HDP (Halkların Demokratik Partisi ) nelle ultime elezioni di Giugno per permettere al partito di superare l’alta soglia di sbarramento del 13%. “Ma questa volta i sondaggi dicono che l’HDP ripeterà lo stesso risultato, quindi tornerò a votare per il CHP”.

L’HDP perderà il 2,7% dei voti rispetto alle elezioni dello scorso 7 Giugno. Molti di questi sono voti di curdi conservatori, critici nei confronti del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan), sia per l’ideologia vicina al marxismo- leninismo che per le azioni violente ricominciate dopo due anni di tregua: inoltre, l’HDP non hai mai preso apertamente le distanze da questo movimento.

L’agenzia di sondaggi Metropoll dice: “Stimiamo che gli indecisi sino al momento del voto abbiano causato un incremento circa del 6% nei voti per l’AKP”. Tutte le maggiori agenzie di sondaggi del paese, che sino alle scorse elezioni si erano rivelate affidabili, hanno fallito nella stima dei risultati il 1° Novembre. La maggior parte di queste agenzie prevedevano un risultato simile a Giugno e questo ha condizionato le scelte dei votanti, come nel caso di Can.

23:00 - E’ la sera prima delle elezioni. Mi ritrovo con Firat: ha appena riagganciato una telefonata con il padre, che lo rimprovera per la sua decisione di astenersi dal voto (l’affluenza sarà alta, dell’87,2%). Impassibile, accende la televisione sul primo canale turco, TRT 1. TRT è uno dei tanti canali filogovernativi e in queste settimane ha dedicato il 90% delle sue trasmissioni dal vivo all’AKP, cioè 59 ore in 25 giorni. Cinque ore sono state a disposizione del CHP, un’ora e dieci minuti alla destra ultra-nazionalista del MHP (Milliyetçi Hareket Partisi) e 18 minuti all’HDP.

1 Novembre: La speranza

11:00- Mi sveglio e la casa è affollata. Amici che si ritrovano per guardare le elezioni: un affiatamento invidiabile, la speranza fa da padrona oggi.

18:00- Le votazioni sono finite. Oggi moltissimi volontari hanno presenziato nei seggi elettorali di tutto il paese, per evitare possibili brogli. Mi avvio verso la Bilgi University, dove il professor Erkan Saka, esperto di comunicazione, ha organizzato una serata con i propri studenti di giornalismo ed autori della piattaforma Dokuz8haber per potere seguire e riportare i risultati delle elezioni in tempo reale.

20:00- Una stanza in fermento, decine di persone sono in contatto con i volontari presenti ai seggi e scorrono incessantemente i dati delle agenzie di stampa. Il sito ufficiale del governo dove dovrebbero essere pubblicati i risultati non funziona, e così sarà sino a domani.  Dai volti capisco subito che nelle due ore impiegate per arrivare qui tutto è cambiato. Secondo CNN Türk, l’AKP ha già conquistato 300 seggi in parlamento. Elif Aydemir, insegnante di comunicazione politica, è visibilmente scossa: “Non è possibile che abbiano già scrutinato così tante schede in due ore” afferma.

24:00- L’AKP ha vinto le elezioni per la quarta volta dal 2002 e guiderà il paese senza bisogno di creare un governo di coalizione.

2 Novembre: Razionalizzare

10.00- Dopo settimane uggiose, il sole splende su Istanbul. Ma questo non consola i suoi cittadini che appartengono al 50% di popolazione che non ha votato per l’AKP. Chi non sostiene l’AKP lo odia in maniera viscerale, e questo spiega le espressioni di shock sui volti delle persone.

Ciò che spaventa è che con il 49, 5% dei voti e 317 dei 550 seggi in parlamento, l’AKP potrebbe ancora tentare di realizzare le riforme costituzionali che desidera e cercare di far diventare la Turchia una repubblica presidenziale: anche se non sono stati ottenuti i 330 seggi necessari a cambiare la forma di stato, potrebbero verificarsi trasferimenti di deputati dall’opposizione o potrebbe essere indetto un referendum nel 2016. Una maggioranza così ampia, inoltre, permette un sistema presidenziale “di fatto”. Negli ultimi cinque mesi, anche senza tale maggioranza, il partito al governo ha già dimostrato il proprio pugno di ferro.

Ciò che spaventa è il sempre più insistente controllo sui media nazionali, la politicizzazione della giustizia e l’ombra di una guerra civile nel sud del paese tra stato turco e curdi.

Ciò che spaventa sono i propri stessi concittadini, vinti dalla cosiddetta “strategia del terrore”. Lo stesso Erdoğan ha definito la propria una “vittoria della stabilità e della sicurezza”.

3 Novembre: La sicurezza in azione

14:00- Due ragazzi di 18 e 20 anni perdono la vita a Yüksekova (Hakkari), mentre tentavano di evitare che le barriere costruite per protestare venissero rimosse. Sono stati colpiti al cuore e alle costole dalle pistole dei poliziotti turchi.

6 Novembre: La sicurezza in azione

Le forze di polizia tentano di arrestare la giornalista Beyza Kural mentre copriva delle proteste studentesche. La trascinano verso l’auto dicendole: “Da adesso niente sarà come prima, ti faremo vedere noi”. 

Niente sarà come prima? Lo vedremo nelle prossime settimane. Dopo questo voto la Turchia sembra avere scelto la continuità, ma il partito che dovrebbe rappresentarla sta definitivamente abbandonando gli approcci moderati e il raziocinio riformista che contraddistingueva la Turchia, agli occhi del mondo, dai governi illiberali del resto del Medioriente. 

Sofia Verza

 

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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