Barão do Rio Branco e il progresso scorsoio

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Acampamento Terra Livre - Foto: Marcozero.org

Dal 23 al 26 aprile scorsi diverse migliaia di indigeni si sono ritrovati per l’annuale “Acampamento Terra Livre” (Atl) davanti al parlamento di Brasilia (e in contemporanea in molte altre ambasciate brasiliane nel mondo) per coordinare le azioni di protesta per la salvaguardia dei loro diritti terrieri, teoricamente fissati dalla Costituzione, ma sempre più ignorati dal presidente del Brasile Jair Bolsonaro. L’accampamento è stato sostenuto come ogni anno da moltissime organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali, tra cui l’Associazione per i Popoli Minacciati (Apm). Secondo Regina Sonk, che ha rappresentato l’Apm a Brasilia, “dall'elezione di Jair Bolsonaro, la situazione dei popoli indigeni sta costantemente peggiorando. L’Agenzia per le questioni indigene Funai è stata esautorata, l’assistenza sanitaria per gli indigeni nelle zone più remote è stata ridotta e il nuovo presidente non manca occasione per sacrificare i diritti basilari dei popoli indigeni agli interessi economici delle lobby”. Insomma a pochi mesi dall’elezione a presidente di Bolsonaro, molti dei diritti indigeni conquistati in decenni di lotte sono già stati messi in serio pericolo

Per l’Apm il Governo di Bolsonaro ha iniziato dal primo giorno di mandato una campagna che criminalizza gli attivisti indigeni e le organizzazioni che li sostengono (la stessa campagna che funziona bene anche in Italia sul tema migranti con dichiarazioni riferite alle ong e mai dimostrate dalla magistratura come “taxi del mare” o “complici degli scafisti”), accusandole di lavorare per conto e nell’interesse di ong internazionali e tagliando loro i finanziamenti pubblici. Il risultato è che molte organizzazioni brasiliane oggi fanno fatica ad andare avanti e a contrapporsi alla pressione del Governo brasiliano che nelle scorse settimane ha approvato la realizzazione del megaprogetto Barão do Rio Branco che prevede la costruzione di diverse grandi opere che incideranno sulla vita di 40 popoli indigeni, distribuiti su 208 comunità per un totale di 8.700 persone. Ufficialmente il progetto viene pubblicizzato come il "motore per lo sviluppo del nordest brasiliano" e prevede la costruzione di quattro grandi opere, principalmente nel Nord-Calhas: una centrale idroelettrica sul fiume Trombetas (Oriximiná), il prolungamento dell'autostrada BR163 fino al confine con il Suriname, un grande ponte sul Rio delle Amazzoni a Óbidos (PA) e la costruzione di cosiddetti poli di sviluppo regionale. 

Ma questo “moderno progetto di sviluppo” risale in realtà al 1985 quando è stato elaborato dalla dittatura militare per “il rafforzamento nazionale lungo le frontiere con i paesi vicini”. Per l’Apm “Il ministero per la difesa brasiliana usa oggi le stesse argomentazioni di allora per giustificare il nuovo/vecchio progetto” e forse anche gli stessi metodi. Non a caso come responsabile del megaprogetto, alle dirette dipendenze del presidente Bolsonaro, è stato nominato l’ex generale Maynard Marques de Santa Rosa. Il generale aveva già fatto parlare di sé in un articolo del 2013 dove suggeriva di sfruttare i megaprogetti per ostacolare le ong e descriveva come "i servizi segreti possono intercettare le conversazioni negli uffici delle organizzazioni indigene e ambientaliste, come neutralizzare le loro campagne mediatiche, come controllare le ong internazionali e come bloccare i finanziamenti alle ong brasiliane”. Per l’Apm i metodi descritti da Maynard Marques “fanno temere il peggio per le popolazioni indigene vittime del megaprogetto appena approvato”.

Secondo Regina Sonk, “le preoccupanti esternazioni del responsabile del progetto chiariscono perfettamente quali siano le intenzioni del governo Bolsonaro che non teme di mettere in mostra la sua vicinanza alla dittatura militare e ai suoi protagonisti, né di nominare personaggi alquanto discutibili e problematici per cariche importanti. Grazie a misure mirate, il governo brasiliano oggi ha scelto di aumentare la pressione sulla società civile e prendere di mira soprattutto i gruppi di popolazione più deboli come le popolazioni indigene”. Anche per questo le organizzazioni indigene che hanno dato vita anche quest’anno all’Acampamento Terra Livre” si oppongono a questi grandi progetti e in un comunicato congiunto definiscono "il Barão do Rio Branco e i progetti affini come parte della politica di genocidio del governo Bolsonaro. [...] La politica - si legge nel comunicato - non esita a tirar fuori dal cassetto un progetto dell'epoca della dittatura militare che ha già annientato altri popoli indigeni”. Una situazione drammatica, ma prevedibile visto che, poche settimane dopo l’insediamento Bolsonaro alla guida del Brasile, l’organizzazione Rede de Cooperação Amazônica (Rca) e i rappresentanti dei popoli Aruak, Baniwa e Apuriña avevano inviato a Bolsonaro una lettera aperta con cui lo invitavano ad un confronto diretto e paritetico, alternativo ad una politica di integrazione forzata e paternalistica. Possediamo la capacità e l’autonomia per parlare per noi stessi. Siamo decisamente capaci di pensare e discutere i diritti dei popoli indigeni, così come fissati e garantiti dagli articoli 231 e 232 della Costituzione Federale brasiliana nonché dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dalla Dichiarazione sui Popoli Indigeni dell’ONU”. Un tentativo per ora rimasto inascoltato.

Per l'Apm anche la decisione di Bolsonaro di trasferire la competenza per le aree di tutela indigene dal Funai al Ministero per l’Agricoltura è stato un aperto attacco istituzionale ai diritti territoriali dei popoli indigeni del Brasile e costituisce un regalo alla potente lobby agraria che vorrebbe sfruttare economicamente i territori indigeni. “In questo modo Bolsonaro ha dato seguito alla sua promessa elettorale di avviare lo sfruttamento economico dell’Amazzonia, sia a spese delle comunità indigene, che andranno a perdere la loro base di sussistenza, sia a spese dell’ambiente e dei diritti”. Intanto lo scorso 13 febbraio le maggiori associazioni indigene del Brasile hanno consegnato alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani l’ultimo rapporto sugli episodi di violenza contro le comunità e i popoli indigeni del Brasile. Il rapporto firmato dall’Organizzazione dei Popoli Indigeni del Brasile (Apib), dalla Federazione dei popoli indigeni dell'Amazzonia (Coiab), dall’Unione dei popoli indigeni del nordest, Minas Gerais e Espirito Santo (Apoinme) e dall’associazione panamericana di assistenza legale agli indigeni Indian Law Resource Center (Ilrc) mostra lo spaventoso aumento degli episodi di violenza contro le comunità indigene in seguito alla vittoria elettorale dell’attuale presidente. “Da allora sono stati registrati almeno 16 attacchi gravissimi tra cui quattro omicidi, lapidazioni, disboscamenti illegali di territori indigeni, minacce e incendi dolosi”. Era solo l’inizio…

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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