Myanmar: prove di genocidio?

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Manifestazione per la libertà di Wa Lone e Kyaw Soe Oo - Foto: Reuters.com

Il trattamento dei Rohingya è “un esempio da manuale di pulizia etnica”. Così si era espresso già nel settembre del 2017 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umaniZeid Ra’ad al-Hussein, auspicando una commissione d’inchiesta e parlando delle violenze sistematiche perpetrate dal Myanmar nei confronti di questa minoranza musulmana dei Rohingya, quella  “che nessuno vuole” e contro la quale nel 2012 è partita un’ondata di violenze guidata dalla popolazione con la complicità dell’esercito. Questa brutale "operazione sicurezza" ha fatto centinaia di vittime e migliaia di profughi ed è apparsa decisamente sproporzionata rispetto all’offensiva condotta da alcuni gruppi armati di Rohingya dichiaratamente indipendentisti. Ad un anno di distanza, la pesante accusa contenuta nel rapporto finale della commissione d’inchiesta incaricata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) delle indagini sulle violenze etnico - religiose che hanno attraversato gli Stati di RakhineKachin e Shan sembra essere senza appello: I vertici militari del Tatmadaw birmano (l’esercito del Myanmar), in particolare il comandante in capo Min Aung Hlaing e cinque generali “dovrebbero essere processati per aver orchestrato i gravi crimini perpetrati su vasta scala”, come omicidi, sparizioni forzate, torture e violenze sessuali.

Nel documento pubblicato il 27 agosto dalla commissione d’inchiesta presieduta dall’ex procuratore generale indonesiano Marzuki Darusman e giunta a tali conclusioni dopo aver interrogato 875 vittime e testimoni delle violenze, sotto accusa è finito anche il Governo guidato dal 2015 dalla National League for Democracy (Nld) della leader democratica Aung San Suu Kyi.  Pur riconoscendo il “limitato controllo” che può esercitare sui militari, nonostante dal 2016 sia Consigliere di Stato, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente, la Signora è accusata nel rapporto di “aver permesso ai discorsi d’odio di prosperare”; “aver distrutto prove e documenti” e “non aver protetto le minoranze dai crimini di guerra e da quelli contro l'umanità”, commessi dall’esercito. Davanti al materiale fotografico, video e immagini satellitari, raccolti dalla commissione durante le indagini partite nel marzo del 2017, il governo di Aung San Suu Kyi ha respinto la maggior parte delle accuse sulle presunte atrocità commesse dalle Forze di sicurezza contro i musulmani Rohingya ricordando il suo impegno nella costruzione dei centri per riaccogliere in Rakhine i profughi Rohingya fuggiti in Bangladesh.

Per il portavoce del Governo Zaw Htay, Naypyidaw “non ha autorizzato la missione d’inchiesta dell’Onu ad entrare in Myanmar”, e anche per questo il Governo birmano “non condivide né accetta le conclusioni del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani” circa le violenze nello Stato occidentale di Rakhine ai danni della minoranza Rohingya. Htay ha annunciato l’istituzione di una Commissione indipendente d’inchiesta (ICoE), costituita dal governo birmano per rispondere alle “false accuse formulate dalle agenzie delle Nazioni Unite e da altre comunità internazionali”. Il portavoce ha criticato anche Facebook per aver rimosso dal web, poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, gli account del comandante Hlaing e di altri quattro alti ufficiali. La commissione, infatti, aveva evidenziato il ruolo svolto da Facebook, descrivendolo come “uno strumento utile per coloro che cercano di diffondere l’odio”. Myo Nyuntportavoce della Nld, ha puntato il dito contro “il piano sistematico per assecondare le rivendicazioni territoriali e le aspirazioni autonomiste dei bengali [i Rohingya], dipinti dalla Commissione dell’Onu "solo come persone oppresse e non come violenti indipendentisti". “Abbiamo già predisposto tutto per il rimpatrio dei profughi, ma nessuno torna dal Bangladesh. Perché? – si è chiesto Nyunt – Non possiamo credere che su 700mila, nessuno dei rifugiati voglia tornare in Myanmar. Se vogliono tenere 700mila persone in Bangladesh fino a quando queste non abbiano ottenuto il riconoscimento internazionale dei loro obiettivi territoriali, sappiano che non solo i Rakhine [gruppo etnico locale] ma tutto il Myanmar saprà reagire”.

Per la commissione dell'Onu, visto che ad oggi “l’impunità è radicata a fondo nel sistema politico e legale del Myanmar”, l’unica possibilità di ottenere giustizia è attraverso il sistema giudiziario internazionale, magari chiedono al Consiglio di sicurezza dell’Onu di rimandare la posizione del Myanmar alla Corte penale internazionale dell’Aia o di creare un tribunale internazionale ad hoc, ma non prima di aver garantito “un embargo sulle armi” e “sanzioni individuali mirate contro quanti sembrano essere i più responsabili”. Intanto poche settimane fa Wa Lone e Kyaw Soe Oo, due giovani reporter che lavoravano per l’agenzia di stampa britannica Reuters e investigavano sull’uccisione extragiudiziale di 10 Rohingya nel villaggio di Inn Din, sono stati condannati dalla Corte distrettuale di Yangon a sette anni di carcere, per “aver raccolto ed ottenuto documenti riservati”. Gli imputati, a quanto pare, in dicembre hanno violato una legge sui segreti di Stato risalente al periodo coloniale e rischiavano una pena massima di 14 anni. 

I giornalisti, che hanno sempre respinto le accuse, hanno raccontato al giudice di essere stati raggirati dopo aver accettato un invito a cena da parte di alcuni poliziotti che hanno consegnato loro proprio il materiale riservato che ha permesso di arrestarli poco dopo. “Credo nella democrazia e nella libertà di stampa, non ho fatto nulla di male”, ha detto Lone in aula rivolto ai suoi sostenitori commentando la sentenza che per Khin Maung Zaw, il difensore dei due giornalisti, “fa male alla libertà di stampa, fa male alla democrazia, fa male al Myanmar”.  Una settimana prima della sentenza un centinaio di giornalisti avevano marciato a Yangon a sostegno dei loro colleghi e chiederne l’immediato rilascio come l’Onu, che dopo la condanna ha chiesto di valutare una amnistia per i due reporter che da accusatori si sono trasformati in accusati.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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