Filippine: dalla guerra alla droga alla guerra ai poveri

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Foto: Asianews.it

Come ben ricordava la nostra collega Miriam Rossi già nel 2016 e nel 2017 la lotta contro lo spaccio di droga nelle Filippine avviata dal presidente Rodrigo Duterte si colloca “fuori da qualsiasi sistema giudiziario” e “lontano dai diritti umani”. Del resto che questo Presidente eletto alla guida delle Filippine il 30 giugno del 2016 arrivasse alle esecuzioni extragiudiziali dei “cattivi”, era immaginabile già in campagna elettorale, quando dichiarava “Se vinco, potrei uccidere non mille criminali, ma 100.000 in 6 mesi” e invitava alle esecuzioni sommarie di trafficanti e criminali promettendo premi ai poliziotti e la promessa dell’immunità per i cittadini giustizieri. Ma chi sono questi “cattivi” ai quali andrebbe garantito almeno un giusto processo e non la prassi della polizia filippina “prima spara e poi, in caso, fai domande”? Secondo Rise Up for Life and for Rights un gruppo di attivisti per i diritti umani, leader religiosi e famiglie di persone che hanno perso la vita a causa di operazioni antidroga e uccisioni extragiudiziali, non sono sempre criminali. Per questo Duterte e la sua amministrazione “mentono ai cittadini sui risultati della guerra alla droga in corso nelle strade dei quartieri più poveri del Paese”.

Lo scorso mese la Polizia nazionale filippina (Pnp) ha portato ad oltre 6.600 il numero dei morti ufficiali nel giro di vite voluto dal presidente sostenendo che negli ultimi sei mesi hanno perso la vita altre 1.600 persone. La pubblicazione delle statistiche segue le ammissioni di Duterte, che in alcuni recenti comizi aveva riconosciuto come "la diffusione dei narcotici nel Paese sia aumentata, nonostante le politiche repressive in atto". Ma per i rappresentanti di Rise Up “Le statistiche rilasciate dal governo sulle vittime cambiano in continuazione e non sono attendibili. Secondo i resoconti di media e attivisti affidabili, il numero dei morti è compreso tra le 27mila e le 30mila unità”. Nata nel novembre 2016, la rete di Rise Up coordina gli sforzi per contrastare gli omicidi e per cercare giustizia oltre ad essere impegnata in programmi per sostenere le famiglie delle vittime ed aiutare i tossicodipendenti a riabilitarsi. Per l’associazione “La cosiddetta guerra alla droga, indetta dal Presidente dopo la sua ascesa al potere ha subito sollevato sospetti allarmanti: in soli due mesi, le persone uccise in circostanze da chiarire erano già circa 4mila. La cosa ancor più preoccupante è che le vittime appartenevano alle comunità urbane più povere e non sono mai state sottoposte a un regolare processo”.

La delicata situazione ha spinto la società civile a fare qualcosa per difendere la vita, fermare gli omicidi e affrontare le radici del problema delle droghe illegali. “Noi non siamo contrari ai programmi del Governo per contrastare il fenomeno - hanno dichiarato gli attivisti - ma ci opponiamo ad un approccio che tolleri l’uccisione di persone". Con il sostegno di altre organizzazioni, tra le quali la Promotion of Church People's Response (Pcpr), è partita una campagna con raccolte firme, raduni di preghiera, veglie di protesta: “All’inizio, in molti ci criticavano perché ritenevano che fossimo contro il presidente a priori. Poi abbiamo cominciato a recarci nelle comunità, documentare i vari casi di abusi ed incontrare le famiglie delle vittime. Queste hanno paura, non sanno a chi rivolgersi, perché nella maggior parte dei casi i loro cari sono morti durante operazioni in stile Tokhang”. Tokhang è un termine composto da due parole in cebuano o sugbuanon, lingua madre di Duterte, un'onomatopea che indica “bussare” e “chiedere” e fa riferimento alle irruzioni della polizia nelle case dei sospettati. In coordinamento con i militari e grazie all'aiuto di informatori, le unità della polizia locale compilano elenchi di presunti spacciatori o consumatori di droga dei quartieri più poveri. Ma troppo spesso non si limitano a "bussare e chiedere" e i sospettati non arrivano vivi ai commissariati di zona. 

Per i promotori della campagna contro la violenza extragiudiziale della polizia nella lotta alla droga “I precedenti governi non hanno mai fatto abbastanza per contrastare la diffusione delle droghe. Il presidente, col suo modo di fare diretto, che parla alla pancia delle persone, è riuscito a capitalizzare consenso e fiducia sul malcontento generaleMa noi abbiamo il dovere di batterci per la verità, far capire ai filippini che il presidente racconta menzogne”. Anche se al momento nonostante la documentata violenza molti filippini continuano a sostenere le politiche del presidente qualcosa sta cambiando. Già alla fine dello scorso anno la 125ma sezione della Corte regionale di Caloocan City ha condannato “Tre agenti della polizia nazionale filippina (Pnp) per l’omicidio di Kian Delos Santos, un innocente scambiato per un corriere della droga. Avvenuta il 16 agosto 2017 l’uccisione  del 17enne, uno dei 54 minori uccisi finora in questa guerra alla droga, aveva scatenato l’indignazione pubblica e nelle settimane successive il presidente Duterte aveva messo un freno temporaneo agli omicidi della polizia.

Arnel Oares, Jeremias Pereda e Jerwin Cruz sono fino ad oggi gli unici poliziotti condannati per un omicidio mentre il loro collega Renato Perez Loveras, alias “Nono”, è ancora latitante. Gli agenti sconteranno una pena compresa tra i 20 ed i 40 anni di carcere, senza possibilità di libertà condizionale, e dovranno risarcire la famiglia della vittima. La sentenza è stata salutata dalla Caritas filippina come “una vittoria della giustizia sulla tirannica guerra alla droga perseguita dall’attuale governo”. Il verdetto è “una chiara dimostrazione che il giro di vite sta criminalizzando persone innocenti e che il coinvolgimento della polizia nelle uccisioni extragiudiziali è ben più di una realtà” come lo sono gli “squadroni della morte, assassini a pagamento che supportano la polizia durante queste operazioni”. La sentenza aveva rilanciato le richieste degli attivisti per un'indagine completa da parte della Corte penale internazionale (Cpi) e del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) mentre la Corte Internazionale della Giustizia (Icj) con sede all’Aia, sempre lo scorso anno ha avviato un’inchiesta preliminare sulle accuse di crimini contro l'umanità durante le operazioni antidroga volute da Duterte. Per Rise Up l'attivismo internazionale è un'ulteriore speranza di cambiamento.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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