Duterte Il Castigatore proclama nelle Filippine lo stato di illegalità

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E “stato di illegalità” sia nelle Filippine. A dichiararlo è stato Rodrigo Duterte, il presidente eletto lo scorso maggio, dopo che l’esplosione di una bomba il 2 settembre nel popolare mercato notturno della città di Davao, nel sud dell’Arcipelago, ha provocato 14 morti e oltre 70 feriti. Con più di un milione e mezzo di abitanti e situata nell’isola di Mindanao, è la metropoli dove il neo-presidente filippino è stato sindaco per oltre vent’anni e che attualmente è amministrata dalla figlia Sara Duterte-Carpio (designata anche come “first lady”) e dal figlio maggiore, Paolo Duterte, in qualità di vice-sindaco. Mindanao è anche il territorio dove operano diversi gruppi separatisti islamici e l’attentato potrebbe essere un chiaro segno di sfida inviato al presidente, che al momento dell’attentato era presente in città e si stava dirigendo proprio nella zona dove sarebbe avvenuta la tragedia.

Soprannominato “The Punisher” (il “Castigatore”) grazie alla fama raccolta negli anni in cui da sindaco di Davao aveva affrontato la criminalità, nel corso della campagna elettorale presidenziale Duterte aveva promesso di mettere fine con pugno di ferro a corruzione e povertà. “Quando sarò al potere dovremo costruire obitori, non prigioni, per affrontare il problema degli spacciatori” è uno dei tanti slogan ripetuti da Duterte dai palchi dove ha tenuto i suoi comizi. Con il suggello elettorale del voto primaverile così è stato, e Duterte ha avuto strumenti e mandato per replicare i metodi attuati a Davao. “Se vinco, potrei uccidere non mille criminali, ma 100 mila in 6 mesi. Dopotutto i pesci della Baia di Manila vanno pure nutriti, no?” aveva dichiarato il candidato presidente. Seppur la promessa non è ancora stata pienamente esaudita, si è sulla buona strada per rispettare in pieno l’impegno preso. Ad oggi si contano infatti oltre 700 spacciatori di droga e altri mille omicidi di individui legati ai cartelli del narcotraffico, assassinati in pubblico da killer mascherati, da poliziotti o soldati, del tutto in maniera extragiudiziaria: una media di 34 morti al giorno che sembra indicare chiaramente la scelta individuata dal nuovo governo per estirpare a ogni costo il problema sociale della droga. Una vera e propria follia giustizialista pubblicizzata e promossa dal governo che fa dell’eliminazione del cattivo esempio la sua bandiera: negli ultimi mesi non di rado i corpi martoriati dei narcotrafficanti vengono lasciati in strada, avvolti nel nastro adesivo e con appeso al collo il cartello “Non fate come me, sono un criminale!” Tuttavia appare evidente che spesso questi omicidi sono regolamenti di conti tra gang criminali rivali: ogni indagine su un assassinio è di fatto bloccata in considerazione che per Duterte la caccia all’uomo promossa non è affatto un reato bensì un vanto, nonché il rispetto di un mandato elettorale.

Questa ferocia però, commessa con tale impudenza, ha attirato l’attenzione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU e del Relatore speciale delle Nazioni Unite, Agnes Callamard, che ha invitato il governo a metter fine alle “esecuzioni extragiudiziali” della lotta al narcotraffico e ha inoltre chiesto di sottoporre Duterte al giudizio degli organi internazionali per i suoi ripetuti inviti alle esecuzioni sommarie di trafficanti e criminali con premi ai poliziotti e la promessa dell’immunità ai cittadini giustizieri. La risposta di Duterte non ha tardato a giungere attraverso i canali televisivi: l’Organizzazione delle Nazioni Unite è del tutto inutile e superflua che non fa il suo lavoro e sono “sciocchi” i suoi inviati che denunciano l’operato del governo filippino. La soluzione individuata è di far uscire le Filippine dall’ONU, nient’affatto smentita nelle ore successive alla dichiarazione. Minaccia che si unisce a quella di sciogliere il Parlamento se si opporrà all’azione governativa, a quella di ripristinare la legge marziale dinanzi a un ammonimento della Corte Suprema, a quella ai giornalisti per il rischio di essere assassinati e alla corrotta Chiesa cattolica. La exit filippina dall’Organizzazione delle Nazioni Unite appare una semplice trovata populista, di fatto irrealizzabile per le implicazioni interne ed esterne che essa comporta: la presenza di basi navali statunitensi attorno all’Arcipelago, l’economia sostenuta dalle rimesse dei emigranti e dal commercio con l’estero; le Filippine hanno tutto da perdere nel chiudersi in se stesse, e tantomeno avrebbero modo di farlo effettivamente.

Se i metodi “spicci” di Duterte sembrano continuare ad attirare la sua popolarità all’interno dei confini nazionali, pittoresco risulta il linguaggio politicamente scorretto adottato dal presidente filippino che fa dell’insulto un’arma di propaganda, di odio e di rozzo populismo. È così che quindi il presidente statunitense Obama può essere apostrofato come “un figlio di p.”, determinando così la comprensibile decisione della Casa Bianca di annullare l’incontro bilaterale in Laos con Duterte, previsto in questi giorni a margine del vertice ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico). In precedenza Duterte aveva insultato analogamente anche papa Francesco, il segretario di Stato americano John Kerry, i vertici ONU e definito specificatamente l’ambasciatore statunitense Philip Goldberg “un figlio di p... gay”. Di fatto ha già usato tale epiteto così tante altre volte nei suoi comizi da farla quasi intendere come una espressione abituale del suo rude linguaggio politico. Solo che questa volta, dopo la presa di posizione di Obama, è giunto il dietrofront di Duterte che, per bocca del suo portavoce, si è detto dispiaciuto che i suoi commenti forti “siano diventati un attacco personale al presidente degli Stati Uniti”. Non proprio delle scuse e tantomeno non effettuate in prima persona ma qualcosa che gli si avvicina.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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