Bangladesh: è guerra alla droga (e ai diritti)

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Buona parte della produzione mondiale delle sostanze che si estraggono dal papavero da oppio avviene nel cosiddetto Triangolo d'Oro, quello compreso tra Myanmar, Thailandia e Laos. Il Bangladesh, per la sua collocazione geografica, è da sempre un punto di transito dei traffici illegali verso le più svariate destinazioni e circa il il 70% di questa produzione sembra prendere questa strada. Per questo dagli anni ’90 ad oggi i traffici di droga in Bangladesh, spesso con la connivenza delle forze dell’ordine, sono in costante aumento, al pari dei consumatori che ogni 26 giugno dal 1987 vengono ricordati in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga. Lo scorso 3 maggio il Governo di Dhaka, guidato dalla prima ministra Sheikh Hasinaha, ha avviato una campagna anti-droga (e anti-diritti umani) che ha portato in carcere circa 12mila persone ed è costata la vita a più di 100 persone tra trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti, sollevando non pochi sospetti attorno a quelli che sembrano in buna parte omicidi extra-giudiziali e arresti arbitrari. L’elevato numero dei morti ha spinto, infatti, molte ong impegnate nella difesa dei diritti umani a paragonare il “giro di vite” contro il traffico di sostanze stupefacenti in Bangladesh a quello ancora più drammatico avviato dal presidente Rodrigo Duterte nelle Filippine.

Le autorità di Dhaka, dopo decine di operazioni in tutto il Paese, si sono nascoste dietro la volontà di frenare lo spaccio e tamponare la diffusione di una particolare pillola di nome “yaba”, uno stupefacente a basso costo che combina metamfetamina e caffeina. Conosciuta come “droga della pazzia”, la sua assunzione provoca allucinazioni, euforia, aggressività e soprattutto dipendenza. Lo scorso anno sono state sequestrate circa 40 milioni di pillole, ma nel solo mercato bengalese si stima ne circolino ancora 250-300 milioni. In Bangladesh, del resto il fenomeno della tossicodipendenza non è nuovo e si calcola che oggi nel Paese esistano almeno sette milioni di tossicodipendenti. Per Patrick Rodrigues, dirigente di Bangladesh Rehabilitation and Assistance Center for Addicts (Baraca), un fiore all’occhiello di Caritas Bangladesh l’iniziativa è positiva nonostante un uso spropositato della forza, tuttavia “Se le forze di polizia non arresteranno anche i politici di partito [che li sostengono], l’operazione non avrà reali frutti”. Per Rodrigues “Le autorità sanno chi sono i trafficanti e gli spacciatori. Se davvero volessero, potrebbero acciuffarli tutti”.

Asaduzzaman Khan, ministro dell’Interno, ha dichiarato che “la guerra alla droga continuerà fino a quando non avremo il completo controllo di questa piaga” e che molte delle persone accusate di spaccio “sono già state processate in tribunali speciali”. Poco è stato detto sull’incredibile numero di morti caduti durante i raid condotti dagli agenti interforze della Rapid Action Battalion (Rab), che dal 2004 opera appositamente per contrastare i narcotrafficanti e lo fa non sempre con metodi ortodossi. Per Amdadul Haq, musulmano, professore alla North South University di Dhaka, “la situazione in Bangladesh è ancora peggio rispetto a quella delle Filippine. Dati del 2016 riportano che in quel Pese il numero dei dipendenti dalle droghe era di 1.8 milioni. In Bangladesh invece si contano dai sette agli otto milioni di tossicodipendenti”. Anche Haq, nonostante le violenze, ha apprezzato gli sforzi del governo centrale, ma con una riserva: “se il traffico continua e la polizia non arresta anche i boss della droga sarà tutto inutile”. Che siano intoccabili?  

Jugantor, uno dei principali giornali del Bangladesh, ha recentemente pubblicato una lista di quelli che si dice siano i maggiori spacciatori del paese. Citando fonti del Dipartimento per il Controllo dei Narcotici ha fatto i nomi di un gran numero di politici del partito di maggioranza, incluso un membro del parlamento. Per quanto l'informazione non sia stata ancora verificata il fatto che in questa lista figurino elementi del partito al governo ha reso i bengalesi ancora più scettici sull’eliminazione fisica dei sospettati per piccolo spaccio. L’avvocato Ziaur Rahman ha invitato a “non percorrere la strada terribile per la democrazia degli omicidi extragiudiziali”. In Bangladesh, “omicidi extragiudiziali” o “fuoco incrociato” sono espressioni che indicano una morte accidentale per ferita d’arma da fuoco avvenuta sotto la custodia degli agenti di polizia, normalmente imputata ad uno scontro a fuoco non sempre verificabile e spesso intenzionale. Secondo le statistiche pubblicate dall’organizzazione per i diritti mani Odhikar, “negli ultimi dieci anni in Bangladesh sono morte 1.758 persone per omicidi extragiudiziali". Ciononostante la polizia ha sempre negato questo genere di omicidi intenzionali, anche se nella recente cornice della guerra alla droga, l’esperto di terrorismo e giornalista esule Tasneem Khalil non ha esitato a definire questi omicidi come una forma di  “terrorismo dallo stato”.

Un’esagerazione? Non proprio se pensiamo che la yaba viene consumata da un numero sempre maggiore di musulmani Rohingya rifugiatisi nei campi profughi bengalesi per scampare alle violenze riaccesesi in Myanmar alla fine dello scorso anno. Le autorità bengalesi, che mal sopportano questi rifugiati, hanno un motivo in più per usare il pugno di ferro contro lo spaccio e il consumo di droga tra il milione circa di rifugiati musulmani che hanno trovato rifugio nel distretto di Cox's Bazar, al confine con il Myanmar. Dallo scorso agosto i rifugiati Rohingya arrestati dalle autorità del Bangladesh per spaccio di droga sono più di un centinaio e i sequestri di sostanze stupefacenti sembrano in vertiginoso aumento. Intanto la yaba è stata inserita dal Governo di Dhaka nella "Categoria A", una lista che include eroina, cocaina, petidina, morfina e oppio. I reati legati alle droghe di questa categoria possono essere tutti sanzionati con la pena di morte, ed è pensabile che in Bangladesh presto si allungherà la lista dei morti legati alla guerra alla droga anche per vie legali.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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