Esclusione sociale

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Senza pace e giustizia sociale, senza cibo sufficiente e acqua, senza un’educazione e un’abitazione decente, senza che ognuno e tutti abbiano un ruolo da svolgere nella società e senza un reddito adeguato, non ci può essere salute né crescita reale né sviluppo sociale” (Organizzazione Mondiale della Sanità)

 

Introduzione

Il 2010 è stato proclamato Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Il Consiglio d’Europa, nell’ambito della strategia per la crescita e l’occupazione, ha stabilito tale designazione per imprimere, attraverso il sostegno all’implementazione di serie politiche di inclusione, una svolta decisiva all’eradicazione di problemi complessi e multidimensionali, quali l’esclusione sociale. Dalla risoluzione del fenomeno della marginalità sociale dipende il benessere non solo dei singoli cittadini ma della comunità globale. Questi fenomeni, infatti, non riguardano esclusivamente i paesi del Sud del mondo ma sono ampiamente presenti anche nelle società più ricche ed avanzate.

Con il termine esclusione sociale si definisce l’impossibilità, l’incapacità o la discriminazione di un individuo nella partecipazione a determinate attività sociali e personali. L’esclusione sociale descrive una condizione di forte deprivazione, determinata dalla somma di più situazioni di disagio. La deprivazione è riconducibile sia alla mancanza di risorse economiche adeguate che ad un accesso limitato ad ambiti sociali come l’educazione, l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’alloggio, la tecnologia, la vita politica ecc.

Socialmente esclusi, quindi, sono quegli individui la cui capacità di partecipare pienamente alla vita sociale è fortemente compromessa. Nelle società contemporanee le categorie maggiormente vulnerabili sono: le persone senza fissa dimora, i disabili, i detenuti o ex-detenuti, le persone con dipendenza da sostanze, gli anziani, gli immigrati, i rom, le famiglie numerose o monoparentali, i minori. In tutti i gruppi le donne vivono una situazione di disagio più forte degli uomini. Violenza, stigma sociale, povertà espongono le donne e le ragazze ad un rischio costante di emarginazione.

La sovrapposizione tra una posizione economica marginale e l’isolamento sociale può avere come conseguenza grave la perdita del senso di appartenenza ad una determinata comunità e quindi la degenerazione dell’esclusione a livelli estremi. Emblematico in questo senso, per cercare di rendere un immagine del fenomeno, è il caso delle persone senza fissa dimora, che oltre alla precarietà materiale, dovuta alla deprivazione economica, sperimentano la solitudine in seguito alla rottura e alla disgregazione dei legami affettivi e relazionali.

 

Esclusione sociale e povertà

Pur essendo utilizzati spesso come sinonimi i concetti di esclusione sociale e povertà non coincidono esattamente, ma descrivono condizioni caratterizzate da un rapporto di causa ed effetto. La povertà costituisce una delle dimensioni dell’esclusione sociale, che fa riferimento ad una situazione più estesa e complessa. Da documenti e studi internazionali emerge una definizione del fenomeno dell’esclusione sociale inteso come processo di impoverimento, dovuto all’interazione e alla somma di più fattori di rischio. Secondo questa visione la povertà rappresenta la dimensione a cui un individuo può approdare come stadio finale di tale processo. L’impoverimento non riguarda, quindi, unicamente l’aspetto economico, ma in senso più ampio anche quello relazionale e sociale.

L’esclusione rimanda al concetto di discriminazione e comprende problematiche molto diverse fra loro, ma strettamente correlate, come la marginalità, la precarietà economica, la deprivazione culturale, la solitudine, la carenza di legami familiari e sociali. Per definire queste situazioni di forte disagio, tipiche delle società moderne e in particolare dei contesti urbani, si parla oggi di “nuove povertà”. Con questa espressione non si fa riferimento semplicemente ad una deprivazione di tipo economico, oggettivamente quantificabile, ma soprattutto ad un senso di insicurezza sociale, di vulnerabilità, di mancanza di relazioni, di precarietà lavorativa e di inadeguatezza rispetto ad un sistema dominato dalla competitività e dalla produttività.

Le nuove povertà sono la diretta conseguenza di dinamiche, dovute al sistema del mercato globale, che possono determinare il repentino cambiamento di fattori economici, demografici e sociali. Questa indeterminatezza fa si che nessuno sia del tutto esente dal pericolo di precipitare in una situazione di deprivazione nelle diverse fasi della vita. Le categorie più vulnerabili sono maggiormente soggette al rischio. Si tratta di problematiche multidimensionali e in costante divenire che possono, però, essere modificate attraverso adeguate scelte politiche. L’adozione di interventi economici e sociali efficaci, in grado di arrestare il moltiplicarsi dei processi di emarginazione, è la via principale da percorrere per favorire la reintegrazione dei cosiddetti esclusi.

Per questo negli ultimi anni il tema della lotta alla povertà e all’esclusione sociale ha assunto un ruolo centrale all’interno delle agende politiche, sia a livello nazionale che globale. Per sostenere e contribuire all’attuazione di misure volte a favorire il reale miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone nel mondo, nel 2000 l’Onu ha individuato una serie di obiettivi prioritari, i Millennium Development Goals , da raggiungere entro il 2015. Il primo degli otto obiettivi riguarda proprio l’eradicazione della povertà, più precisamente la Dichiarazione auspica che il numero di persone che soffrono la fame e vivono in condizioni di estrema povertà venga ridotto del 50%. Il fenomeno ha, infatti, raggiunto dimensioni tali che ancora oggi circa un miliardo di persone si trova in situazioni di deprivazione materiale e sociale gravissime.

La campagna lanciata dalle Nazioni Unite interessa principalmente gli stati del Sud del mondo ma riguarda anche i paesi industrializzati, non esenti dal problema della povertà e dell’esclusione sociale. La conferma che questi fenomeni esistono ed hanno una loro specificità anche nel Nord del mondo, è evidenziata, ad esempio, dalla crescente importanza assunta dal tema anche all’interno delle politiche comunitarie. La lotta alla povertà e all'esclusione sociale è uno degli obiettivi strategici affermati dal Consiglio Europeo. A Lisbona, nel 2000, è stato avviato un importante tentativo di coordinamento delle politiche nazionali di inclusione, il cosiddetto “processo di inclusione e di protezione sociale”. Le azioni degli stati membri vengono coordinate in base ad obiettivi e indicatori comuni, attraverso il metodo aperto di coordinamento (MAC).

Tale metodo adotta procedure basate sulla definizione di macro-obiettivi comuni, sull'identificazione di indicatori di misura (statici e dinamici), di obiettivi operativi e tempi di realizzazione e si usa generalmente nei settori in cui l’Unione europea non può legiferare. Pur rimanendo la competenza nazionale, infatti, i singoli stati hanno accettato di lavorare per un’armonizzazione dei loro interventi in materia di protezione e di inclusione sociale, con lo scopo di arrivare all’adozione di una politica comunitaria integrata. I programmi nazionali volti a raggiungere tali obiettivi sono finanziati principalmente attraverso 3 fondi: il Fondo sociale europeo, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione e il programma PROGRESS. Le strategie di lotta alla povertà e all’esclusione sociale messe in campo a livello nazionale devono perseguire i seguenti obiettivi:

- assicurare un equo e qualificato livello di assistenza sociale e sanitaria;
- prevenire le situazioni di povertà, agendo direttamente sulle cause e sui fattori che le determinano;
- promuovere la realizzazione di una rete di servizi, accessibili a tutti, per favorire la prevenzione, l'accompagnamento e il reinserimento sociale;
- garantire a tutti la possibilità di esercitare i diritti legati cittadinanza.

 

Esclusione sociale e cittadinanza

Come sopra sottolineato una delle cause principali dell’esclusione è proprio l’impossibilità di partecipare attivamente alla vita sociale e politica. Nelle attuali società sono numerosi i cittadini, che pur essendo riconosciuti giuridicamente tali, non hanno la possibilità di esercitare i diritti di cui sono titolari, almeno formalmente. Contemporaneamente, però, sono tenuti ad osservare tutti quelli che sono i doveri legati alla cittadinanza. Questi individui si trovano a vivere in situazioni di forte marginalità. Rientrano nella categoria anche gli immigrati, che non vedendosi riconosciuta la cittadinanza non hanno la capacità giuridica di far valere i propri diritti.

In contesti simili deficitario è il ruolo delle istituzioni, che dovrebbero farsi garanti di una partecipazione effettivamente condivisa e su base egualitaria. Il mancato intervento pubblico determina un ulteriore isolamento dei cittadini emarginati e il radicamento di problematiche sociali che andrebbero amministrate a livello territoriale. Le conseguenze negative di questo tipo di atteggiamento si ripercuotono sia sugli individui che sulla comunità cui appartengono. Si assiste, infatti, da un lato ad una degenerazione dei risvolti psicologici connessi al meccanismo dell’esclusione, la perdita del senso di appartenenza ad una comunità può condurre l’individuo ad una totale deresponsabilizzazione civica. Dall’altro, il perdurare di certe situazioni determina una forte accentuazione delle tensioni e conflittualità sociale.

 

Un nuovo modello di welfare

Per la risoluzione del problema dell’esclusione sociale fondamentale quindi è il ruolo sia delle istituzioni che della società civile, per l’ideazione e la messa in atto di strategie di contrasto congiunte. Nella formulazione di tali politiche diventa importante non focalizzarsi esclusivamente sull’individuazione di strumenti che consentano il superamento della deprivazione economica ma tenere in considerazione anche gli aspetti relazionali dell’emarginazione. Proprio questi ultimi, infatti, costituiscono il campanello di allarme che evidenzia la pesante responsabilità delle istituzioni, ma soprattutto della società civile, nella genesi del fenomeno della marginalità. Il fatto che ci siano individui che sperimentano in prima persona l’esclusione significa necessariamente che esistono dei soggetti che escludono.

La società civile, nella gestione degli interventi socio-assistenziali deve quindi poter assumere un ruolo centrale accanto a quello delle istituzioni. In questa prospettiva la società civile è chiamata a recuperare la sua natura comunitaria, cioè consentire a tutti i suoi componenti, a partire dai più vulnerabili, una partecipazione attiva e responsabile alla vita sociale. L’inclusione e la reintegrazione delle persone colpite da situazioni di bisogno di tipo relazionale, infatti, è possibile solo attraverso la società civile. In questa ottica, quindi, viene a modificarsi il ruolo del welfare, che non può più essere una prerogativa unicamente istituzionale.

In alternativa al “welfare state” si inizia pertanto a parlare di “welfare community”, ponendo l’accento sull’appartenenza degli individui ad una comunità, all’interno della quale diventa possibile recuperare il proprio ruolo attraverso strategie di autogestione e corresponsabilizzazione nei confronti delle istituzioni. La lotta all’esclusione sociale non può essere condotta senza l’attiva partecipazione degli stessi cittadini emarginati, in quanto soggetti moralmente autonomi e titolari di diritti e doveri inalienabili. Ognuno di noi ricopre un ruolo da svolgere nella società e coloro che hanno più difficoltà ad individuarlo devono essere supportati altrimenti verrebbe meno il senso proprio del progetto sociale che non prevede l’esclusione di nessuno.

 

Esclusione sociale e informazione

Dall’analisi fin qui presentata si evince che il fenomeno dell’esclusione sociale è determinato non tanto da una mancata soddisfazione dei bisogni materiali, quanto piuttosto da una deprivazione legata a bisogni sociali e relazionali, essenzialmente immateriali. Passando dal livello individuale a quello comunitario rientrano in questo ambito anche l’impossibilità di esprimersi e di far pesare a livello internazionale la propria voce. Esiste, in effetti, uno forte squilibrio nella gestione dell’informazione tra Nord e Sud del mondo. Tale disuguaglianza porta i paesi più poveri ad essere “senza voce” e di conseguenza emarginati. Nella società della conoscenza, la crescente e dominante affermazione delle tecnologie informatiche ha determinato un impoverimento e una limitazione delle capacità di comunicazione da parte dei soggetti (paesi, popoli, comunità) meno dotati di mezzi.

Attualmente esistono 4 grandi agenzie di stampa, tutte di paesi del Nord, Associated Press, United Press International, Reuters e France Press, che da sole gestiscono circa l’80% del flusso di informazioni. La selezione e scelta delle notizie provenienti dai paesi del Sud da diffondere all’interno dei nostri mezzi di comunicazione è interamente nelle mani di queste agenzie e dei principali network televisivi internazionali. Si tratta di una vera e propria colonizzazione mediatica, una nuova forma di sfruttamento, che non coinvolge solo le risorse naturali ma anche le informazioni. L’affermazione di questa ulteriore forma di controllo ha determinato nel corso del tempo una deformazione dell’immagine e una distorsione della conoscenza delle realtà del Sud del mondo.

 

Documenti utili (in . pdf)

Povertà ed Esclusione Sociale - L'Italia nel contesto Comunitario. Anno 2010

Combating poverty and social exclusion. A statistical portrait of the European Union 2010.

Extending Social Security to all

 

Bibliografia

Caritas Italiana, Fondazione E. Zancan, In caduta libera. Rapporto 2010 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Il Mulino, Bologna, 2010.
Bauman Z., Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città Aperta, Roma, 2007.
Frey L., Livraghi R., Sviluppo umano, povertà umana ed esclusione sociale, Franco Angeli, Milano, 2000.
Varikas E., Il sesso e il genere: l'esclusione delle donne nelle società moderne, Edizioni Alegre, Roma, 2009.
Bentivegna S., Disuguaglianze digitali: le nuove forme di esclusione nella società dell’informazione, Laterza, Bari, 2009.

(Scheda realizzata con il contributo di Sara Tarantino)

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