Anziani

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“La maggior longevità sta dando all’umanità una nuova frontiera, sta ampliando le nostre prospettive mentali e fisiche. Per molti aspetti, le persone anziane di oggi sono pioniere[…] Hanno spianato il cammino verso una vita più sicura, sana e più prospera per le numerose generazioni di persone anziane che verranno”. (Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite)

 

Introduzione

Il rapido aumento del numero delle persone anziane in tutto il mondo rappresenta una preziosa conquista dell’umanità, nonché frutto dei successi della medicina. In molte società, soprattutto nei sud, gli anziani fungono ancora, nel bene (riconciliazione in Sudafrica) e nel male (genocidio in Rwanda), da trasmettitori di informazioni, conoscenze, tradizioni e valori spirituali ed è impensabile la “casa di riposo” in quanto sono patrimonio culturale della comunità.

Economicamente le condizioni di vita degli anziani sono nettamente inferiori rispetto a quelle della popolazione attiva. È quindi fondamentale un’educazione riguardo l’invecchiamento, cominciando fin dalla giovane età, affinché sia pienamente compreso come un processo naturale che gli interventi chirurgici o estetici, nella società dell’immagine, non possono opporsi. Nel contempo la vecchiaia deve essere rispettata, anche se ciò comporta un rallentamento dello stile di vita.

Nei prossimi 50 anni, si prevede che il numero delle persone anziane aumenterà dagli attuali 600 milioni a 2 miliardi. Si tratta di una vera e propria rivoluzione demografica cui si deve rispondere adottando politiche efficaci che migliorino la salute, l’autonomia, la produttività, la sicurezza e l’inclusione sociale delle persone. Se ciò non accadesse si creerebbe un forte divario generazionale e le conseguenze negative da affrontare sarebbero gravi per tutti.

 

Una società per tutte le età

Cicerone nella sua opera filosofica Cato Maior de Senecture (44 a.C.), già illustrava le differenze fra la rappresentazione sociale della vecchiaia e la percezione che l’anziano ha di se stesso.

Sul finire del secondo millennio queste differenze si sono ancor più accentuate, poiché nelle società industriali s’è iniziato a considerare le persone della terza e quarta età come un peso e un ostacolo allo sviluppo.

La questione è stata inquadrata per la prima volta nell’ambito delle Nazioni Unite nel 1982 in occasione della Prima Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento tenutasi a Vienna.

In tale sede venne analizzato principalmente l’impatto economico e sociale del fenomeno nei paesi industrializzati, che sono stati i primi a rilevare una crescita delle aspettative di vita e una diminuzione dei tassi di fertilità. Nell’ambito di tale Assemblea fu approvato un Piano di Azione Internazionale sull’Invecchiamento, un documento utilizzato dagli Stati membri per salvaguardare i diritti delle persone anziane, anche sulla scia dei Patti Internazionali sui Diritti Umani. I suddetti principi sono stati riaffermati 20 anni dopo, durante la Seconda Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento, tenutasi a Madrid dall’8 al 12 Aprile 2002.

Dal 1982, ovvero con l’adozione del 1° Piano di Azione Internazionale, lo scopo principale del Programma delle Nazioni Unite sull’Invecchiamento (UNPoA) è stato quello di creare “una società adatta a tutte le età”, progetto che prende forma più concreta durante l’Assemblea di Madrid del 2002. In questo ventennio sono intercorse diverse iniziative che hanno contribuito a far maturare la proposta internazionale:

- Il 14 Dicembre del 1990, l’Assemblea Generale, con la Risoluzione 45/106, proclamò il 1° Ottobre “Giornata Internazionale delle Persone Anziane”.

- Nel 1991 l’Assemblea Generale ha adottato i principi delle Nazioni Unite per le Persone Anziane (Risoluzione 46/91), che offrono un orientamento sulle questioni di indipendenza, partecipazione, autorealizzazione e dignità.

- Nel 1992 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Risoluzione 47/5) dedicò il 1999 all’Anno Internazionale delle Persone Anziane, nell’intento di fronteggiare la sfida del crescente invecchiamento della popolazione.

- Durante il “Vertice Mondiale per lo Sviluppo Sociale” (Copenhagen – 1995) gli Stati membri esplorarono il significato dell’idea di dar vira ad “una società per tutte le età” ed emerse che la strada principale per realizzare l’integrazione sociale è creare le condizioni per far si che “ogni individuo, con diritti e responsabilità, abbia un ruolo attivo da poter giocare”.

- Il 1999, che è stato l’Anno Internazionale delle Persone Anziane, aveva anche come tema il concetto di “una società per tutte le età” e si articolava in quattro dimensioni principali: la crescita individuale delle persone per tutta la vita; le relazioni intergenerazionali; la mutua relazione fra l’invecchiamento della popolazione e lo sviluppo; la situazione delle persone anziane.

- Nel 2000, durante il Consiglio europeo di Lisbona è stata avviata la risposta dell’Unione Europea all’invecchiamento che identifica quattro sfide fondamentali: 1) la gestione delle implicazioni economiche dell’invecchiamento al fine di mantenere la crescita e assicurare la sostenibilità della finanza pubblica; 2) l’adattamento del sistema formativo e del sistema produttivo ad una popolazione e ad una forza lavoro che si riducono di numero; 3) la garanzia di pensioni adeguate; 4) l’assicurazione di un’assistenza sanitaria di qualità e la contemporanea sostenibilità finanziaria dei servizi.

- Il Piano Internazionale sull’Invecchiamento del 2002, concordato a Madrid, ha l’obiettivo di garantire alla popolazione di tutto il mondo i diritti umani e le libertà fondamentali e, in particolare, la possibilità di invecchiare con sicurezza e dignità e che le persone anziane possano continuare a partecipare attivamente nella società come cittadini con pieni diritti e doveri. Inoltre, s’intese offrire uno strumento di appoggio all’attuazione di politiche efficaci che considerino le priorità basiche associate all’invecchiamento degli individui e della popolazione.

- Nel novembre 2006, a Bruxelles, presso il Comitato Economico e Sociale Europeo, si tenne la conferenza dal titolo Verso una società multi-età: la dimensione culturale delle politiche dell’invecchiamento organizzata dal MOST (Management of Social Transformations – Programma dell’UNESCO). Nell’ambito delle scienze sociali il programma MOST realizza il primario compito di travasare i risultati raggiunti dalla ricerca nel campo delle scienze sociali a coloro che hanno il ruolo di assumere le decisioni politiche.

Le idee emerse e più volte sottolineate in questo percorso rappresentano la necessità di un progresso che si basi sui diritti umani, la lotta alla discriminazione per età, la sicurezza, la lotta alla povertà, l’educazione permanente, la partecipazione, l’interdipendenza, la solidarietà fra le generazioni e la promozione della ricerca su tutti gli aspetti legati all’invecchiamento al fine di affrontare la rivoluzione demografica sul fronte universale e viverla come segno di un’evoluzione dell’umanità.

Le strategie politiche dovranno perciò adottare uno spartito che tenga conto di tutte le fasi della vita al fine di realizzare un adeguato piano di sviluppo valutando le migliori esperienze degli altri Paesi e adottando i principi ispiratori formulati dalle Nazioni Unite.

Da un integrazione delle diverse fasce di età verso una società per tutti, l’approccio diventerà multi generazionale ed olistico portando una positiva “maturazione” della comunità internazionale.

 

La partecipazione attiva per la salute

Una lunga vita è segno di buona salute e l’invecchiamento della popolazione mondiale ci dà prova di un miglioramento della salute nel mondo, nonché dei grandi progressi realizzati nella medicina. Tuttavia, come dichiarò Kofi Annan, l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite “questa è una rivoluzione che ha ripercussioni economiche, sociali, culturali, psicologiche e spirituali, ed è una rivoluzione che colpisce particolarmente i paesi in via di sviluppo in cui il processo di invecchiamento della popolazione è e sarà sempre più rapido che in altri paesi”.

Di fatto, questi paesi si troveranno ad affrontare l’aumento delle malattie non trasmettibili, legato a un cambiamento degli stili di vita, continuando però a lottare contro la denutrizione, le complicazioni del parto e le malattie infettive, come l’HIV. Questo doppio carico di “infermità” peserà molto sulle loro risorse, già scarse.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità s’è mossa a tal proposito per promuovere l’idea dell’invecchiamento attivo, un concetto che aspira a fomentare politiche che mantengano le persone attive il più a lungo possibile al fine di prevenire o ritardare le infermità e le incapacità legate all’anzianità. In particolare, l’invecchiamento dovrà accompagnarsi ad attività che mantengano la maggiore autonomia possibile della persona, ad esempio non abbandonando i propri impegni lavorativi (seppur per poche ore o giorni la settimana), dedicandosi ad attività di volontariato, educative, formative e di partecipazione ad eventi sociali. In particolare, un gruppo di lavoro dell’OMS ha rapportato il fattore dell’invecchiamento biologico ad altri tre: malattia, lavoro e stile di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), inoltre, ha offerto il suo contributo promuovendo l’adozione di politiche orientate ad accrescere la partecipazione delle persone anziane alla vita economica e sociale. A tal proposito raccomanda di adottare misure che:

- siano rivolte a creare idonei sistemi di sicurezza sociale

- garantiscano alle persone anziane i loro diritti e la loro indipendenza

- assicurino un ingresso minimo alle persone della terza e quarta età

Molte delle politiche dirette ad incoraggiare il cosiddetto “invecchiamento attivo” non riguardano specificatamente il settore della salute, ma è uno degli obiettivi prioritari che si propongono di raggiungere assieme alla protezione, all’inclusione sociale e alla sicurezza socioeconomica delle persone anziane, temi legati ai diritti umani fondamentali.

In numerosi paesi i pensionati sono già adesso un importante gruppo di destinatari delle misure di formazione per adulti, il cui apprendimento è spesso accompagnato da sussidi tecnologici al fine di colmare il digital divide.

 

HIV/AIDS

L’AIDS è ancora una delle più gravi preoccupazioni internazionali, nonché, uno dei temi affrontati durante la 2° Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento.

Sebbene la maggior parte delle vittime siano giovani e adulti, la pandemia ha avuto importanti conseguenze anche sulle persone della terza e quarta età e non solo perché ne sono colpite in prima persona, ma anche perché spesso si trovano a prestare cure ai familiari malati.

Il programma “Invecchiamento e ciclo di vita” dell’Organizzazione Mondiale della Salute iniziò un progetto, in quattro paesi dell’Africa (Zimbabwe, Ghana, Sudafrica e Tanzania), per esaminare l’impatto del virus HIV/AIDS sugli anziani che prestano cure a familiari malati di AIDS. L’oggetto principale del progetto era di determinare quali sono le barriere che impediscono alle persone anziane di curare adeguatamente i propri familiari. Ne sono state rilevate diverse:

- perdita di aiuti economici (non potendo più contare sugli aiuti dei figli infermi o deceduti)

- mancanza di accesso alle necessità primarie come gli alimenti e il vestiario

- accesso limitato ai servizi sanitari e poco utilizzo degli stessi per difficoltà nei trasporti e alto costo dei servizi

- difficoltà economiche che impediscono di sostenere i costi medici e scolastici

- comportamento discriminante della comunità e degli stessi operatori sanitari verso le persone che curano i malati, sia per la loro età che per lo stigma che portano dell’AIDS

I risultati di questo progetto mostrano un quadro problematico di una situazione che esiste non solo nei paesi in via di sviluppo, ma in tutto il mondo.

 

Violenza e maltrattamenti

L’abuso nei confronti delle persone anziane è un fenomeno diffuso, anche se poco denunciato, e viene perpetrato da e verso entrambi i generi. Generalmente questo tipo di violenza rientra in tre categorie: fisica, psicologica ed economica.

È difficile ottenere informazioni accurate sulle reali dimensioni, ma i dati provenienti dal National Elder Abuse Incidence Study (NEAIS) denunciano un fenomeno in crescente aumento (negli USA si è registrato un incremento del 150% in 10 anni).

Le Nazioni Unite, durante l’Assemblea di Madrid del 2002, presentarono un rapporto dal titolo “Abuse of Older Person 2002” che esamina i maltrattamenti di cui sono oggetto gli anziani di tutto il mondo, e nello stesso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblica il 1° Rapporto Mondiale su “Violenza e Salute” dedicando un lungo capitolo all’argomento.

Il rapporto utilizza la definizione di violenza elaborata dall’OMS nel 1996: “L’uso intenzionale di forza fisica o potere, minaccioso o reale, contro una persona o un gruppo di persone o una comunità, che risulta o ha una alta probabilità di risultare in lesione fisica, morte, danno psicologico, non sviluppo o deprivazione”.

L’incidenza dei maltrattamenti agli anziani che vivono nelle istituzioni è alquanto difficile da rilevare, anche perché è difficile realizzare delle indagini per la ovvia reticenza sia degli anziani che dei gestori delle case di riposo. Nell’unico studio rigoroso un campione di impiegati in 31 case di riposo è stato intervistato e il 36% degli intervistati ha dichiarato di aver assistito a maltrattamenti fisici, mentre l’81% aveva assistito ad abusi psicologici.

Il NEAIS ha individuato alcuni gruppi ad alto rischio: donne, grandi vecchi (ultraottantenni), anziani con fragilità mentale o fisica. Una alta percentuale di anziani che subiscono abuso (circa 3 su 4) sono soggetti con fragilità fisica e mentale e che non possono prendersi cura di se stessi. L’entità del problema ha indotto l’OMS a prendere provvedimenti incentrati su tre temi: consapevolezza, educazione e difesa.

 

La povertà nell’anziano

La maggior parte dei mezzi di informazione non diffondono notizie su persone anziane che vivono in condizioni di precarietà e povertà, ma le storie e le immagini rilevate da chi effettua studi e analisi sul tema sono tante e reali e rappresentano la penosa situazione in cui sono costretti a vivere molti anziani.

Gli interventi pubblici conseguenti ai cambiamenti demografici pare abbiano, contribuito ad alimentare la crescita delle nuove forme di povertà e delle differenze economiche tra i diversi strati della popolazione. Senza dubbio a pagarne le conseguenze sono state le fasce più deboli.

L’ultimo rapporto Filo d’Argento Auser, presenta un quadro negativo, confermando la crescita assoluta della povertà soprattutto per gli ultra 65enni soli, che riducono i consumi sulle prime necessità, ovvero alimentazione e vestiario, per riversarli sull’aumento di altre spese.

Si tratta di una problematica che sussiste a livello universale, anche a causa della crisi economica, ma in alcuni paesi la situazione è più grave che in altri poiché si trascina vecchie problematiche legate alla gestione dei bisogni della collettività.

In base ad una recente ricerca il nostro popolo risulta essere il più infelice d’Europa, ove il basso tasso di soddisfazione è attribuito alla mancanza di fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell’avvenire. Se questa è la valutazione di un campione significativo della popolazione italiana, ci si potrà domandare quale sia la percezione che hanno gli anziani ed i più fragili e quali percezioni abbiano quelle famiglie sulle quali, ad esempio, gravano per l’80% i costi della disabilità di un congiunto, così come quei pensionati che non raggiungono i 600 Euro al mese a fronte del caro abitazioni, del caro utenze o degli sfratti.

L’attuazione di strategie e politiche impegnative risulta essere un fattore chiave per garantire la tutela dei diritti fondamentali alla popolazione anziana e a tutte le fasce deboli della comunità.

Qualcosa si è mosso in Europa a partire dal Consiglio Europeo di Lisbona (2000) in cui i capi di stato o di governo hanno avviato una strategia detta “di Lisbona” con lo scopo di combattere la povertà nell’Unione Europea (UE) e di farne un’economia competitiva.

Nel 2008 il Parlamento e il Consiglio dell’Unione Europea con la Decisione n. 1098/2008/CE hanno designato il 2010 Anno della lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

Con il Documento quadro strategico sulle “Priorità e orientamenti per le attività dell’Anno Europeo 2010” la Commissione Europea ha dato attuazione alla decisione, chiamando ciascun Stato membro ad elaborare il proprio Programma Nazionale, da sottoporre alla valutazione ed all’approvazione della Commissione Europea.

Il Programma Nazionale dell’Italia, elaborato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, prevede l’aggiornamento della strategia di lotta alla povertà nel contesto dell’attuale situazione economico-sociale e del nuovo indirizzo delle politiche sociali del Governo.

Il Rapporto Strategico Nazionale 2008-2010 contro la povertà e il Libro Bianco sul futuro del modello sociale hanno posto l’accento sulle leve della partecipazione sociale, della responsabilità diffusa di tutta la comunità nella prevenzione e nel contrasto alla povertà, dell’attivazione dei processi di inclusione attiva.

 

I processi migratori della terza e quarta età

I problemi che colpiscono gli anziani migranti, spesso tendono ad essere gli stessi di quelli che incontrano gli anziani poveri. Di conseguenza gli sforzi che si realizzano per prestare assistenza all’uno aiuterebbero anche l’altro e riguardano la necessità di:

- predisporre un migliore accesso alla protezione sociale;

- elaborare misure per mantenere la sicurezza economica e la salute degli anziani;

- istituire centri per le persone anziane (soprattutto per i poveri e i migranti);

- aiutare le famiglie a dividere gli spazi abitativi con gli anziani che lo necessitano.

L’immigrazione extracomunitaria ha in parte mitigato gli effetti dell’invecchiamento della popolazione europea ed ha sostenuto la crescita demografica e l’offerta di lavoro di molti paesi con saldo naturale negativo come la Germania l’Italia e la Grecia.

Il numero degli anziani stranieri in Italia è aumentato anche perché stanno raggiungendo l’età del pensionamento molti lavoratori emigrati durante gli anni ’50 e ’60. L’Europa risponde lentamente a questi cambiamenti radicali, anche per effetto della crisi economica mondiale, e spesso il migrante anziano stagna in condizioni economiche disagiate, percependo una ridotta pensione di vecchiaia.

La necessità di creare una rete di sicurezza sociale efficace e attenta ai bisogni dei migranti anziani è diventata impellente e spingere in questa direzione è compito soprattutto degli anziani, dei loro sindacati, degli operatori socio-sanitari e delle organizzazioni dei migranti.

Fra le iniziative intraprese a livello europeo a favore degli anziani migranti è da citare la nascita di un’organizzazione che si occupa di studi, ricerche e interventi per migranti anziani, ovvero l’ENAE (European Network on Ageing and Ethnicity) con sede a Edimburgo in Inghilterra.

Per quanto attiene le strategie internazionali, nel 2000 il Comitato permanente dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) approvò la sua politica per gli emigrati appartenenti alla terza e quarta età. La politica in questione, che si basa sui Principi delle Nazioni Unite per le persone anziane approvati nel 1991, si distacca dall’opinione corrente che considera i rifugiati solo come recettori di assistenza, identificandoli come risorse che hanno molto da offrire grazie alle loro conoscenze e all’enorme bagaglio di esperienze che si portano.

I rifugiati anziani, infatti, talvolta hanno assunto il ruolo di leader nelle comunità di appartenenza, partecipando attivamente alle decisioni e alle attività collettive e contribuendo ad applicare misure per la pace.

Fra gli anziani stranieri alcuni possono essere considerati come appartenenti alla categoria della International Retirement Migration (IRM), ovvero quegli stranieri che una volta andati in pensione decidono di trascorrere la loro vita nel nostro paese, indipendentemente dal fatto di essere stati migranti nel passato.

 

Documenti

Risoluzioni delle Nazioni Unite:

Assemblea Generale

Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC)

Commissione per lo Sviluppo Sociale

 

Bibliografia

“International Journal of Migration Studies” – anno 2008

Rapporto Nazionale 2007 sulla “Condizione ed il Pensiero degli Anziani” (patrocinato dalla Commissione Italiana dell’Unesco) ­­- Ageing Society – Osservatorio Terza Età

Rapporto Nazionale 2009 sulle “Condizioni ed il Pensiero degli Anziani: una società diversa” - Ageing Society – Osservatorio Terza Età – Federsanità ANCI IRCCS INRCA (Agenzia Nazionale per l’Invecchiamento)

Abuse of elderly people (Violenza contro le persone anziane) da Giornale di Gerontologia 2005

Il lavoro e l’invecchiamento della popolazione nel nuovo millennio – Barbini N., Foschi F.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Antonella Vinciguerra)

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