Cittadinanza

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"La sola vera cittadinanza è quella che si estende al mondo intero". (Diogene)

 

Introduzione

Il concetto di cittadinanza sta ad indicare il rapporto che intercorre tra un individuo e il suo Stato di appartenenza, o meglio l’insieme dei diritti e dei doveri che derivano da tale relazione per entrambi i soggetti. Naturalmente dai tempi della polis greca ai giorni nostri il termine ha subito una profonda trasformazione e una continua serie di arricchimenti, conoscendo con la rivoluzione francese il frangente di maggior mutamento ed estensione.

Un elemento che caratterizza i tempi antichi quanto quelli attuali, però, è come all’idea di cittadinanza faccia sempre da contraltare quella di esclusione. Il cittadino, infatti, è soggetto agli obblighi imposti dallo Stato ma al contempo gode del diritto di partecipare al processo decisionale delle scelte politiche, tramite la rappresentanza, e di prendere parte alla gestione delle risorse del Paese.

Ciò significa che tutti coloro che non vengono considerati cittadini non sono oggetto né di obblighi né di diritti da parte dell’entità statale, o peggio ancora hanno dei precisi doveri verso lo Stato ma non dei diritti. L’esclusione dal godere a pieno dei diritti previsti dalla cittadinanza non riguarda solo gli stranieri che pagano le tasse e, quindi, stando al principio federalista sono aventi diritto di voto ma anche altre categorie da sempre considerate più fragili come i minori e le donne.

 

L’evoluzione storica: successi e limiti attuali

Come sottolineato, il concetto di cittadinanza risale già al mondo greco e romano (il termine deriva del resto dalle parole latine civis e civitas) e indicava la relazione tra un individuo e il governo della città.

Nelle poleis greche il cittadino era il maschio adulto e libero, figlio di un cittadino della stessa polis. La cittadinanza era perciò preclusa alle donne, agli schiavi e agli stranieri. Anche nell’antica Roma, sebbene il costante ampliamento dei confini e la conseguente annessione di un numero sempre più elevato di popolazioni avesse portato ad estendere tale concetto a tutti gli abitanti liberi dell’impero, veniva perpetrata l’esclusione delle donne e degli schiavi.

Nei secoli intercorsi tra la caduta dell’impero romano e l’era illuminista, l’idea di cittadino inizia a confondersi sempre più con quella di suddito. La netta distinzione tra aristocratici, ecclesiastici e popolo delimitava chiaramente anche i confini entro i quali si esercitavano i diritti di ciascun gruppo sociale. Nella maggior parte dei casi, ad esempio, la cittadinanza non dipendeva soltanto dalla residenza ma dal possesso o meno di terre.

Bisognerà attendere La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 affinché venga operata in maniera definitiva la separazione tra i concetti di suddito e cittadino, associando a quest’ultimo una nuova interpretazione tanto dell’idea di nazione quanto di cittadinanza, più inclusiva sia dal punto di vista del numero dei diritti riconosciuti, sia in termini di possibili titolari di tali diritti.

La drammatica esperienza della seconda guerra mondiale, infine, vede l’avvio di un nuovo processo politico e filosofico che porterà a una rivoluzione del diritto internazionale. La nozione di cittadinanza, infatti, comincia ad essere intesa come insieme di diritti fondamentali che vanno al di là dei limiti fissati dall’appartenenza giuridica e ciò significa il riconoscimento, come soggetto, non più del cittadino ma della persona in quanto tale.

Tale processo, le cui origini vanno individuate nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomosiglata nel 1948, ha avviato una trasformazione dell’intera struttura dell’ordinamento internazionale, con il passaggio da un panorama nel quale i soggetti erano singoli Stati (ciascuno autonomo e sovrano, vincolato solo da obblighi bilaterali e multilaterali liberamente assunti) verso un sistema di valori e obblighi “erga omnes” ossia verso tutti.

È consuetudine, ormai, far risalire l’interpretazione moderna della nozione di cittadinanza all’opera Class, Citizenship and Social Development del sociologo T.H. Marshall del 1954. E’ proprio questo lavoro, infatti, a sottolineare una volta per tutte come tale nozione non possa essere limitata alla semplice distinzione tra “cittadino” e “straniero”, ma racchiuda dentro di sé una valenza non solo giuridica ma anche politica e sociologica molto più ampia, tale da dover essere considerata un elemento chiave per comprendere un sistema politico e la stessa definizione di democrazia.

Secondo Marshall proprio l’idea di cittadinanza, che rafforza il senso di appartenenza e allo stesso tempo concede i medesimi diritti a tutti i membri di una comunità, avrebbe potuto essere lo strumento più idoneo per superare le divisioni provocate dalla differenza di classe. Se da un lato, oggi, possiamo affermare che questa definizione non è priva di fondamento, dall’altro purtroppo non si può non registrare come esistano ancora cittadini che non sono in grado di esercitare i loro diritti in pieno, sia quelli politici ed economici, che quelli sociali ed etici. A tal proposito Sgritta parla di “cittadinanza limitata” per le donne; “cittadinanza negata” per i minori, “cittadinanza sperata” per gli immigrati.[1]

Se però i limiti giuridici previsti per i minori (come l’impossibilità di partecipare attivamente alle decisioni che riguardano i loro interessi), hanno un carattere meramente transitorio, considerazioni diverse devono essere fatte per gli immigrati (tema che verrà affrontato più avanti) e per le donne. Queste ultime, infatti, hanno potuto godere in Occidente dei loro diritti politici solo in epoca relativamente recente, mentre il pieno esercizio dei loro diritti civili e sociali è spesso ancora lontano dall’essere raggiunto.

 

La cittadinanza italiana

Da un punto di vista giuridico i requisiti e le condizioni per l’acquisto della cittadinanza nazionale sono stabiliti dai singoli Stati mediante le norme di diritto interno. Ogni Paese, dunque, gode di un’ampia discrezionalità legislativa entro la quale legiferare su tale materia. L’Italia rientra nel novero di quegli Stati in cui il diritto di cittadinanza nazionale è ancora basato prevalentemente sul sistema dello ius sanguinis, ossia sulla discendenza familiare.

La legge che oggi regolamenta l’acquisizione e la perdita della cittadinanza nel nostro Paese è la n. 91 del 1992, che prevede tre modalità di attribuzione della cittadinanza:

La normativa è stata successivamente ampliata ma non modificata nella sua sostanza prima dal D.P.R. n. 362 del 18 aprile 1994, ossia il Regolamento recante disciplina dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana, e successivamente dalla legge n. 94 del 15 luglio 2009 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”.

Secondo quanto stabilito dall’ordinamento, l’attribuzione automatica prevede che siano riconosciuti cittadini italiani tutti i figli che nascono da un genitore italiano (o i figli minorenni di uno straniero divenuto cittadino italiano) attraverso il criterio, appunto, dello ius sanguinis; oppure i figli di ignoti o apolidi trovati su territorio italiano.

Il beneficio di legge, invece, permette a uno straniero o a un apolide di acquisire la cittadinanza italiana senza la necessità di valutazioni discrezionali da parte della pubblica amministrazione. È però necessario che uno dei genitori o dei nonni sia italiano per nascita, anche se ha rinunciato alla cittadinanza; inoltre deve essere rispettato almeno uno dei seguenti criteri: bisogna aver prestato servizio presso un impiego pubblico alle dipendenze dello Stato, oppure risultare legalmente residente in Italia da almeno due anni al complimento del 18esimo anno di età e fare richiesta per la cittadinanza entro l’anno successivo.

Infine la naturalizzazione prevede l’acquisto della cittadinanza tramite un provvedimento amministrativo. Ciò significa che tale acquisizione non può essere automatica ma deve ottenere il previo consenso dello Stato, che può rifiutare l’istanza per diversi motivi. La naturalizzazione può essere ordinaria o per matrimonio. Nel primo caso il cittadino straniero dovrà dimostrare di risiedere in Italia in maniera legale e continuativa da 10 anni, non avere precedenti penali, ottemperare agli obblighi fiscali e godere di un’autosufficienza economica altrimenti la sua richiesta verrà respinta per motivi di ordine pubblico. Nel secondo caso, invece, si valutano gli anni di residenza legale, lo status matrimoniale, l’assenza di gravi precedenti penali.

 

Il vulnus italiano rispetto al resto d’Europa

L’attribuzione automatica della cittadinanza concessa attraverso il criterio dello ius sanguinis è tipica di un Paese connotato da forte emigrazione, come l’Italia fino a pochi decenni fa, e che tenta di mantenere dei legami con i cittadini che si stabiliscono in un altro Stato e con la loro discendenza. Il criterio dello ius soli, viceversa, è sempre stato considerato più congeniale per quegli Stati caratterizzati da ampli flussi di immigrazione, come ad esempio gli Stati Uniti.

Oggi, però, il panorama italiano appare completamente diverso: da terra di emigrazione ci siamo trasformati in meta di immigrazione e ciò dovrebbe implicare una rivisitazione integrale delle politiche legate alla cittadinanza, soprattutto per venire incontro alle esigenze delle ormai centinaia di migliaia di bambini figli di immigrati che nascono sul suolo italiano.

Il rapporto tra cittadinanza e immigrazione, legato agli obblighi e ai doveri degli immigrati di prima ma soprattutto di seconda generazione, è una questione che interessa tutti i Paesi dell’Unione Europea, la maggior parte dei quali, però, ha adottato, ormai da tempo o più recentemente, delle normative più elastiche, a differenza di quanto accade in Italia, dove non solo la legislazione su questa tematica appare cristallizzata, ma ha addirittura adottato criteri più stringenti.

In Gran Bretagna, ad esempio, la normativa vigente prevede l’acquisizione della cittadinanza al momento della nascita, qualora i genitori siano in possesso di un permesso di soggiorno permanente o comunque risiedano sul territorio da almeno 10 anni; in Francia la cittadinanza può essere richiesta al compimento del 13esimo anno di età dimostrando una residenza nel Paese di almeno 5 anni; in Germania è ottenuta alla nascita quando un genitore dimostra di risiedere legalmente nel Paese da 8 anni.

In Italia invece, come già sottolineato, il figlio di un immigrato che nasce sul suolo italiano deve attendere di diventare maggiorenne e solo allora, rispettando i requisiti richiesti, può fare richiesta di cittadinanza, affrontando oltretutto attese burocratiche particolarmente lunghe. Anche il dato relativo alla naturalizzazione appare in controtendenza con il resto d’Europa: mentre negli altri Paesi si è assistito, dal dopoguerra ad oggi, ad una graduale diminuzione degli anni di residenza richiesti per inoltrare la domanda, in Italia, con la legge n. 91 del 1992, si è stabilito di raddoppiare il periodo di residenza necessario, passando da 5 a 10 anni.

 

Una nuova proposta di legge

Sono, però, attualmente in discussione nelle varie commissioni parlamentari, diverse proposte bipartisan presentate proprio per cercare di ovviare al vulnus che continua a caratterizzare la nostra legislazione in materia.

Una delle più innovative, ma che proprio per questa sua peculiarità incontra numerose resistenze da parte di ampi strati soprattutto della maggioranza e che allo stato attuale non sembra, purtroppo, avere i numeri sufficienti per approdare in aula, è quella presentata da alcuni esponenti sia di maggioranza che di opposizione e che porta la firma dell’on. Sarubbi e dell’on. Granata. Due sono gli aspetti sicuramente più interessanti presenti in tale proposta: innanzitutto l’adozione del criterio ius soli e di conseguenza il riconoscimento della cittadinanza a tutti quei bambini che nascono in Italia da genitori stranieri residenti legalmente sul territorio da almeno 5 anni; in secondo luogo un ritorno ai 5 anni di residenza regolare per avviare la richiesta, previa la dimostrazione della conoscenza della lingua.

Quest’ultimo elemento permette di sottolineare un paradosso che caratterizza l’attuale legislazione e che ci differenzia ulteriormente dagli altri Paesi dell’Unione. Nonostante i numerosi ostacoli verso l’ottenimento della cittadinanza italiana, infatti, la conoscenza della lingua non appare tra i requisiti fondamentali richiesti, mentre in quasi tutti gli altri Stati europei la conoscenza della lingua principale del paese ospitante risulta una discriminante imprescindibile.

 

Una nuova forma di cittadinanza

Negli ultimi anni, fenomeni dirompenti sia a livello mondiale, come la globalizzazione e le migrazioni di massa, sia a livello più locale, come il percorso di integrazione europea (che se in questo campo non ha intaccato l’autonomia dei singoli Stati ha comunque ampliato ancora una volta la gamma dei diritti riservati ai cittadini introducendo il concetto di Cittadinanza Europea) hanno spinto giuristi e legislatori a ripensare la nozione di cittadinanza, alla luce anche dell’evoluzione del concetto di Stato – nazione, che non è certo più quello conosciuto fino alla prima metà del XX secolo.

In questo panorama è emerso con sempre maggior forza il concetto di cittadinanza attiva, un’idea che va ben al di là delle limitazioni politico-amministrative ma che chiama in causa qualunque individuo viva in una comunità, sia questo riconosciuto come cittadino di fatto o meno. La cittadinanza attiva implica un impegno alla responsabilità e alla partecipazione diretta da parte di ogni singolo per l’interesse della collettività e, in uno scenario dominato da spinte spesso contrapposte, come il decentramento e l’autonomia da un lato e l’integrazione di più Stati dall’altro, potrebbe rivelarsi lo strumento migliore sia per combattere l’esclusione che caratterizza la nozione tradizionale di cittadinanza, sia per realizzare un sostenibile autogoverno locale.

 

Documenti

Legge n. 91 del 5 febbraio 1992

Proposta di legge di iniziativa dei deputati Sarubbi, Granata – 30 luglio 2009

 

Bibliografia

Codini, E. Per una nuova disciplina della cittadinanza Fondazione ISMU, Milano, 2004

Marshall, T.H. Cittadinanza e classe sociale, UTET; Torino, 1976

Sgritta, G.B. Politica sociale e cittadinanza, in Donati, P. (a cura di) Fondamenti di politica sociale, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1993.

Zincone, G. Da sudditi a cittadini, Il Mulino, Bologna, 1992

Zolo, D. (a cura di) La Cittadinanza: Appartenenza, Identità, Diritti, Laterza, Bari, 1994

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

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[1] Sgritta, G.B. Politica sociale e cittadinanza, in Donati, P. (a cura di) Fondamenti di politica sociale, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1993

Video

A. Nanni (ACLI): Cittadinanza