ICT Tecnologie informatiche

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“Digital Inclusion significa integrare le popolazioni di qualsiasi Paese con le nuove tecnologie, in modo che queste diano effettivi benefici alla maggioranza delle persone. Digital Invasion è in un certo senso il contrario: ovvero forzare in un Paese una tecnologia che non è appropriata ai bisogni della popolazione. A cosa serve un computer collegato a Internet in maniera discontinua perché non c’è elettricità e non ci sono linee telefoniche adeguate, là dove i grossi problemi sono l’accesso alla salute, all’istruzione, a tutti i servizi che sempre più vengono meno perché i Governi stanno abbandonando il loro ruolo principale in favore di chi cerca solo di massimizzare i propri benefici?” (Jason Nardi)

 

Introduzione

Al pari delle grandi rivoluzioni industriali dei secoli passati, anche la tecnologia digitale ha prodotto mutamenti epocali. Personal computer, telefonia mobile e Internet, superati i confini della ricerca, hanno dato vita a innovazioni sociali, culturali, economiche e produttive creando nuove forme di comunicazione e interazione. Affiorato a metà del Novecento con i primi elaboratori elettronici, il cambiamento ha assunto dimensioni internazionali negli anni ’70 e ’80, fino all’iperbole degli anni ’90. Foriere del rinnovamento le “tecnologie dell’informazione e della comunicazione” o “nuove tecnologie”, una definizione dalle indiscutibili connotazioni emotive che fa riferimento al binomio ideale di computer e telecomunicazioni digitali. Punta di diamante Internet (International Network), la rete mondiale di reti di computer, un rivoluzionario canale di conoscenza e informazione, oggi risorsa più importante anche di materie prime e fonti di energia.

L’accesso al network mondiale è presto divenuto leva di cambiamento sociale, sviluppo economico e riscatto per le popolazioni svantaggiate. Le nuove tecnologie hanno trasformato il mondo dell’informazione, abbattendo distanze e costi delle comunicazioni. Sono state le radici dello stesso fenomeno della globalizzazione, rendendo possibile una produzione di merci (sia informative che materiali) sempre meno legata a un territorio e dipendente sempre più dall’integrazione telematica di lavoratori fisicamente lontani. Allo stesso modo, la rete ha offerto nuove soluzioni di formazione a distanza, spazi di trasparenza e partecipazione democratica, possibilità di valorizzazione di diversità culturali e linguistiche.

Eppure la globalizzazione non implica automaticamente il superamento degli squilibri economici. Le stesse Ict che da una parte avvicinano e diffondono culture e conoscenze, dall’altra rischiano di radicalizzare gli squilibri economici fra la minoranza dei privilegiati “connessi” e la grande maggioranza della popolazione mondiale che non può ancora accedere alle infrastrutture di comunicazione basilari. Una disparità che si ripercuote sulla qualità della vita e sulle opportunità professionali e culturali. E’ nata quindi una nuova sfida, quella del digital divide (digital apartheid, digital dividend o fracture numerique), termine utilizzato dall’ammistrazione Clinton-Gore per indicare la non omogenea fruizione di servizi telematici sul suolo statunitense, successivamente adottato per indicare il divario tecnologico mondiale.

 

Dal cavo di rame al wireless: le speranze tecnologiche

Tecnologia e sviluppo sono sempre stati legati. Nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale tutte le strategie di ripresa si basavano su scelte tecnologiche: favorire l’industria rispetto all’agricoltura, il settore pesante rispetto a quello leggero; tecniche innovative anziché tradizionali. Già da allora, in tandem con l’industrializzazione massiccia, la “scorciatoia tecnologica” a molti appariva come la strada per riscattare il “Terzo mondo” da miseria e sottosviluppo. Un ottimismo talvolta acritico che ha permeato l’intera storia delle tecnologie digitali: dalla valvola al transistor nei primi anni ‘60, dai circuiti integrati ai microprocessori con chip in silicio nel 1975, fino agli elaboratori a nanocircuiti.

Miniaturizzazione e integrazione di funzioni hanno permesso in pochi decenni lo sviluppo di queste prime cinque generazioni da cui è scaturito il personal computer, la sua diffusione e la creazione di un rete mondiale di pc collegati: dai quattro del 1969, fino a 159.000 nel 1989 e oltre 56 milioni all’alba del nuovo secolo. In grado di scambiare informazioni sotto forma di testi, immagini, suoni e programmi in formato digitale, ha conosciuto soluzioni di trasmissione sempre più veloci ed efficienti dalla fibra ottica e le “autostrade telematiche” fino ai più recenti sistemi di tecnologia wireless che consentono un accesso veloce anche laddove un cavo non arriverebbe mai per questioni economiche, geografiche o ambientali: il wi-fi (wireless fidelity) che consente di collegarsi ad alta velocità (broadband) sfruttando le onde radio e il Wi Max (Worldwide Interoperability for Microwave Access) che raggiunge anche lunghe distanze (fino a 74 Mbit/s in un raggio di circa 50 km). Le Ict, così come lo spazio elettronico nato dalle reti telematiche, non sono però neutrali, ma immersi e condizionati da processi di globalizzazione e dagli squilibri connessi.

 

Le barriere dell’esclusione

Un’innovazione tecnologica dispiega il suo potenziale solo se il contesto socio-culturale è in grado di accoglierla. Il primo ostacolo nell’introduzione di qualsiasi forma di tecnologia è l’analfabetismo che priva circa un miliardo di persone degli strumenti linguistici per scrivere, leggere e comunicare le loro esperienze.

Il secondo ostacolo è rappresentato dalla distribuzione delle risorse energetiche. Senza energia qualsiasi forma di telecomunicazione sarebbe inagibile e purtroppo ancora oggi un terzo della popolazione mondiale non ha a disposizione alcun tipo di elettricità, un altro terzo soltanto in maniera sporadica [vedi scheda energie rinnovabili]. Anche se l'accesso alla rete telefonica si sta sviluppando rapidamente grazie alla telefonia cellulare, rimane irrisolto il problema dei costi delle infrastrutture di telecomunicazione.

Oggi il wireless offrirebbe un aiuto, come osservato nel 2003 l’allora segretario dell'Onu, Kofi Annan intervenendo in una conferenza Onu a New York: «È proprio nei posti dove non esistono infrastrutture che il Wi-Fi può essere particolarmente effettivo, aiutando i paesi a saltare generazioni di tecnologie delle telecomunicazioni». Meno evidenti ma altrettanto difficili da superare sono poi le alte barriere dalla tariffazione internazionale, di standard tecnologici e proprietà intellettuali dei software adottati.

 

La nuova geografia del divario globale

Per quanto prive di frontiere definite, le nuove dimensioni virtuali si basano su supporti reali: computer in rete, hardware, software e infrastrutture, senza dimenticare gli utenti in grado di intervenire nel cyberspazio. L’interazione di questi elementi traccia i contorni di nuove geografie di paesi high tech, paesi digitalmente emergenti e “infopoveri”. Il confronto fra i fitti flussi di comunicazione Internet del Nord e gli scambi esigui nel Sud del mondo ne offrono un primo quadro (Si veda la mappa dei flussi di comunicazioni Internet).

Nelle percentuali mondiali di accesso a Internet la maggior parte dei paesi del mondo è tagliata fuori: Nord America ed Europa contano il 77,4% del totale degli host, ossia i computer connessi e dotati di un indirizzo di identificazione, (22,5% per l’Europa e 55,9% per il Nord America) seguiti dal continente asiatico (i14%), mentre l’Africa è quasi assente.

Eppure la diffusione “a macchia di leopardo” delle ict incrina gli schemi tradizionali Nord/Sud. Come illustra il World Information Society Report 2007 (in .pdf) paesi emergenti, come l’India e la Cina, stanno crescendo a ritmi eccezionali in termini di linee fisse, telefonia mobile, Internet e banda larga. Allo stesso modo nuove sacche di sottosviluppo si rintracciano nelle periferie delle grandi città occidentali. Secondo il report è la telefonia mobile oggi a giocare il ruolo maggiore nel superamento del digital divide, in rapporto 7 a 1 rispetto linee fisse nei paesi emergenti, 9 a 1 nell’Africa subsahariana.

Secondo le previsioni, per la fine del 2008 più della metà della popolazione mondiale avrà accesso a un cellulare. L’impatto dei cellulari è più evidente in Africa dove sono il principale strumento di comunicazione: il loro numero è cresciuto da solo 15 milioni nel 2000 a 160 milioni alla fine del 2006. Il digital divide si sta assottigliando anche in termini di impiego di Internet, mentre il dibattito si sposta dalla quantità alla qualità e capacità di connessione, ossia alla banda larga.

Sebbene disponibile in oltre 170 paesi all’inizio del 2007, l’Adsl resta spesso impraticabile al di fuori delle aree urbane. I paesi a medio reddito rappresentano il 20% delle connessioni a banda larga, quelli a basso reddito contano meno dell’1% del totale degli utenti mondiali. Gli Usa restano il mercato più ampio in termini di utenti, mentre la Cina guadagnando terreno velocemente. In grandi parti dell'Africa, del Sud America e dell'Asia l'accesso a Internet resta comunque poco diffuso e molto costoso: circa 10 volte di più rispetto ai paesi più ricchi.

 

Il percorso internazionale, fra interessi commerciali e umanitari

Parallelamente alle dinamiche della nascita di reti transnazionali, della deregulation e della privatizzazione dei servizi delle telecomunicazioni, i contorni della lotta al digital divide e dei soggetti coinvolti si sono allargati sempre più.

Inizialmente sono stati ambienti finanziari, aziende produttrici e di gestione delle telecomunicazioni ad affrontare la questione insieme agli enti internazionali con interessi talora poco limpidi, come osservato già nel '92 da Luciano Ardesi, segretario della Lega per i diritti dei popoli, nel libro "Il mito del villaggio globale": “Sotto il termine ambizioso di trasferimento di tecnologia si nasconde una semplice vendita di prodotti, pudicamente presentata da alcuni autori come diffusione. Questi materiali sono concepiti, fabbricati, installati, seguiti nella manutenzione e riparazione da imprese e personale del Nord, senza alcuna reale trasmissione di know-how".

Nel 1995 a Bruxelles i paesi del G7 ufficializzano il concetto di “Società globale dell'informazione” senza sfiorare la questione del gap digitale, sebbene già nel vertice G7 del 1982 François Mitterrand nel rapporto “Tecnologia, occupazione e crescita” avesse già delineato il rischio di “un mondo di piccole isole di prosperità in un oceano di miseria”, proponendo una Carta mondiale della comunicazione.

Lo spunto viene ripreso solo nel 2000 quando in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos viene creata la task-force ‘Global digital divide initiative’, per “trasformare con azioni pubbliche e private il digital divide in un’opportunità di crescita”.

Nel luglio dello stesso anno il G8 di Okinawa crea la Dot Force (Digital opportunity Task Force) e promulga la "Carta sulla società dell'informazione globale" in cui si teorizza una deregulation mondiale del mercato tecnologico.

Parallelamente le Nazioni Unite si fanno carico della questione negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e nella Un Ict task force a cui partecipano fino al 2005 rappresentanti del settore privato, governi, organizzazioni internazionali e mondo delle solidarietà. In una convergenza fra pubblico e privato, sia il vertice G8 del 2001 (in .doc) sia le corporation dell’elettronica sostengono un piano d'azione sull'e-government, come strumento di democrazia e partecipazione.

L’Onu avvia una riflessione mondiale (in .pdf) sul tema dando vita al Summit Mondiale della Società dell’Informazione a Ginevra nel dicembre 2003 e a Tunisi nel novembre 2005. In questa occasione per la prima volta di discute ufficialmente la questione del dominio di Internet. I paesi in via di sviluppo e alcuni membri Ue mettono in discussione lo status quo della Rete, nata nelle mani dell'ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ente no profit soggetto al dipartimento del Commercio americano. Non si raggiunge però un accordo sulla “mozione internazionalista”, osteggiata da paesi, come Iran, Cuba e Cina, fautori di un controllo serrato della “porzione di internet nazionale”.

Uno spartiacque altrettanto netto si delinea sui meccanismi di finanziamento per un Fondo di solidarietà digitale, proposto dal presidente senegalese Abdulaye Wade e dagli stati africani e sudamericani reclamanti i propri diritti tecnologici. Sono quindi gli enti locali a promuoverne la nascita. Nel documento finale l’unico punto di accordo si registra in linea di principio sull’opportunità dalle nuove tecnologie.

Come concessione alle richieste di una gestione più internazionale della Rete si propone il Forum on Internet Governance che, ad Atene nel 2006 e a Rio de Janeiro nel 2007, dibatte delle regole di Internet con la partecipazione di governi, imprese e società civile. Un processo “partecipato” inedito che riflette la nuova modalità di relazione costituita da Internet.

Parallelamente emerge con sempre maggiore forza la questione dei diritti umani, dalla libertà di espressione, alla condivisione della conoscenza, non garantiti in alcuni paesi. Trova così riconoscimento la proposta di una Carta dei diritti di Internet, promossa dall'Italia e dal Brasile. Dalla consapevolezza del potenziale delle ict al servizio dello sviluppo (ICT4D) nasce inoltre nel 2006 l’Alleanza globale per le ICT e lo sviluppo (UN GAID). Anche i paesi del Sud del mondo, in autonomia e in tandem con enti Onu, avviano un proprio percorso di affermazione dei propri diritti digitali confrontandosi con le istanze “colonialiste” di deregulation e libero accesso avanzate dalle grandi lobby tecnologiche interessate a nuovi mercati.

 

Cooperazione “in rete”

Numerose organizzazioni del terzo settore, superando le dichiarazioni di principio dei summit internazionali, si sono attivate affiancando ai tradizionali progetti in ambito educativo, sanitario o alimentare, iniziative di sviluppo sostenibile nel settore delle tecnologie: dal trashware, cioè il riutilizzo dei calcolatori dismessi, alla diffusione di software libero e formazione. Dopo una riflessione sull’opportunità di questo genere di intervento, ha avuto la meglio la fiducia nelle Ict come veicolo di autosviluppo all’interno di approcci strutturati e in una nuova concezione responsabilità sociale aziendale.

Un percorso di “commistione” che ha interessato anche organizzazioni internazionali, dando adito talvolta ad accuse di logiche clientelari. “La sindrome del computer arrugginito”, come la chiama GianMarco Schiesaro, autore dell’omonimo libro, è la metafora ideale per rappresentare la situazione delle nuove tecnologie nel Sud del mondo, afflitte da sterili tentativi di “paracadutaggio tecnologico” in contesti in cui le competenze sono troppo poco diffuse e le infrastrutture troppo poco sviluppate.

Schiesaro mette in luce “quanto siano poco limpide le intenzioni” degli sforzi “umanitari” di tante multinazionali che regalano ai paesi del Sud computer obsoleti e processori riciclati o le licenze software. Se sono stati proprio i governi e le aziende a guidare finora il dibattito, “alla società civile spetta un ruolo di grande responsabilità - continua Schiesaro. Essa dovrà continuare a coltivare la propria visione antagonista alla globalizzazione economica priva di freni, ma dovrà anche accentuare il proprio carattere di catalizzatore delle forze più costruttive: quelle che riaffermano la necessità di una globalizzazione dei diritti, tra cui il fondamentale diritto all’informazione, e quelle che levorano per una telematica sostenibile, caratterizzata dalla logica dell’apertura, della gratuità e della condivisione”.

 

Europa e squilibri

Secondo i dati divulgati nell’ottobre del 2007 dalla Commissione Europea (in .pdf), mentre in Danimarca il 37.2% della popolazione ha accesso alla banda larga, in Bulgaria la percentuale scende al 5.7%. Allo stesso modo il 33.1% dell'Olanda fa da contraltare al 6.6% della Romania. La media nell'UE è cresciuta dal 14.9% al 18.2%, ma con grande disomogeneità. “La crescita della banda larga resta forte e i paesi leader dell'UE sono diventati leader mondiali – ha commentato Viviane Reding, Commissario europeo della Società dell’Informazione. Tuttavia è inaccettabile che lo scarto tra i primi e gli ultimi in Europa stia crescendo”.

Già dal Summit di Lisbona nel marzo del 2000 il tema nelle nuove tecnologie è stato inserito fra le strategie per rendere l’Ue più competitiva (in. pdf). Fra le ultime direttive in materia di Itc si distingue il “Programma i2010”, un pacchetto di politiche per lo sviluppo tecnologico.

La Divisione generale Società e Media della Commissione europea parallelamente porta avanti iniziative di regolamentazione delle Ict, ricerca e promozione della diffusione tecnologica in modo da assicurarne i benefici a tutti. Già attivo presso i summit Onu, il Parlamento europeo in seguito all’incontro di Rio de Janeiro ha deliberato l'organizzazione di un "IGF europeo" prima della metà del 2009. Perché tutti i cittadini europei possano trarre vantaggio dalla società digitale, la Commissione ha presentato una serie di azioni chiave che coinvolgono le autorità pubbliche, l’industria e la società civile: dall’informatizzazione degli enti pubblici alla formazione, dalla digitalizzazione del patrimonio culturale alla offerta di servizi. Si sta valutando inoltre la possibilità di adottare una regolamentazione sulla e-accessibilità simile a quella vigente negli Stati Uniti. Il progresso, tuttavia, rimane frammentato e lento.

 

Il collo di bottiglia italiano

L'Italia si distingue nel panorama europeo per un accesso alla banda larga inibito in vaste zone del territorio e per la non omogenea crescita del mercato sotto il controllo di Telecom Italia. Siamo agli ultimi posti in Europa quanto a percentuale della popolazione collegata online, il 32%, contro il 44% della Francia, il 58% della Germania, il 62% della Gran Bretagna, il 78% della Danimarca, prima in classifica. Il traffico sul Web è in crescita, ma meno velocemente rispetto al resto del mondo.

Se la telefonia mobile è ormai diffusa, il digital divide prende i connotati dell’ADSL, come denuncia l'Associazione Anti Digital Divide: “Non c'è da essere soddisfatti: la penetrazione della banda larga è inferiore alla media europea (Italia 15,9 - Eu 18,2) e la percentuale di nuove connessioni a banda larga è ferma al 2.9%, contro il 4.4% della Francia e il 4.9% dell'Inghilterra”.

Il Digital divide di “seconda generazione” colpisce 23,2 milioni di italiani (33% della popolazione): dal Lazio, alla Liguria, dal Piemonte al Veneto e alla Toscana. Se nelle città con oltre 100 mila abitanti la diffusione dell' Adsl è pari al 64%, nei comuni sotto i 10mila si riduce al 15%. Sul fronte dell’abitudine alla rete per informarsi poi l’Italia si trova al 18° posto in Europa, secondo i dati forniti nel maggio 2008 dalla Fieg.

Il Ministero delle Comunicazioni ha avviato nel dicembre 2007 un piano per ridurre il digital divide, favorendo lo sviluppo d’infrastrutture in larga banda su tutto il territorio nazionale di concerto con Regioni e Telecom. Nello studio, nel lavoro e nella sfera privata, Internet e le nuove tecnologie si stanno comunque diffondendo con aspetti positivi di circolazione delle informazioni e arricchimento sociale, ma anche con nuovi scenari e rischi. Il dibattito si sta quindi focalizzando sulla regolamentazione dei complessi processi favoriti dalla Rete. Da più fronti si sta lavorando per fronteggiare il divario digitale nelle sue ricadute sociali. Il tema dell’accessibilità delle applicazioni Ict alle persone con disabilità, della formazione degli anziani e soprattutto della tutela dei bambini sono in primo piano in numerose campagne e iniziative di Terzo Settore, ministero delle Comunicazioni e delle Pari Opportunità.

 

Documenti

- World Information Society Report 2007
- Messagio di Hamadoun I. Touré, Segretario generale ITU, per la celebrazione della Giornata mondiale delle Telecomunicazioni e della Società dell’Informazione 17 maggio 2008: “Connecting Persons with Disabilities: ICT Opportunities for All
- Information Economy Report 2007-2008: elaborato dalla United Nation Conference on Trade and Development
- XIII Report europeo sullo sviluppo delle Telecomunicazioni - 2007
- Tendenze del mercato europeo delle Ict, relazione presentata al Meeting on European Information Technology Observatory, maggio 2008, Bruxelles (in .pdf) - Carta di Okinawa sulla Società globale dell’Informazione, G8 luglio 2000
- Regolamentazione europea telecomunicazioni
- Relazione europea sullo sviluppo del mercato della banda larga elaborato dalla Commissione delle comunicazioni.

 

Bibliografia

Ardesi, L., Il mito del villaggio globale. La comunicazione nord-sud, Edizioni Associate, 1992
Morcellini, M., Passaggio al futuro. Formazione e socializzazione tra vecchi e nuovi media, Franco Angeli, Milano, 1997
Van Dijk, J., The Network Society. An introduction to the Social Aspects of New Media, London, SAGE, 1999
Morawsky, P., Internet: una nuova geografia, in Alisei, Dalla società industriale alla società della rete, Alisei, Roma, 2002
Carlini, F., Divergenze Digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza Internet, Il Manifesto, Roma, 2002
Vittin, T., Overview: Opportunities and Challenges of the Internet in Africa, NGLS, 2000
Schiesaro G., La sindrome del computer arrugginito. Nuove tecnologie nel Sud del mondo tra sviluppo umano e globalizzazione, Sei, Torino, 2003
Caltabiano, C., Lori M., Nuzzo G., Ulisse e le Sirene digitali, Internet e lo sviluppo della società dell' informazione in Italia, Franco Angeli, Milano, 2002

 

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "ICT tecnologie informatiche" di Unimondo: www.unimondo.org/temi/informazione-&-media/ICT-tecnologie-informatiche

 

IKT_und_Digitale_Kluft.pdf 166,78 kB

Video

ITU: Project to bridge the digital divide in rural areas