Ecuador: nuove regole per le multinazionali del petrolio, le proteste dei movimenti indigeni

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Alcuni lo definiscono un giorno storico, altri il giorno dell'ipocrisia, senza dubbio il 26 luglio 2010 è una data che verrà ricordata nella storia dell'Ecuador. In questa giornata è entrata in vigore nel piccolo paese andino la riforma della Legge sugli Idrocarburi (in .pdf) che impone nuove regole alle compagnie petrolifere private presenti nel paese e dichiara che il petrolio è al 100% di proprietà dello stato.

“Oggi più che mai il petrolio è nostro e solo nostro, è finita la festa e l'epoca della sua ripartizione come una pizza dove il pezzetto più piccolo era quello che rimaneva all'Ecuador” - ha dichiarato il ministro dei Settori Strategici Jorge Glass “le compagnie che non vogliono accettare le nuove condizioni si preparino ad andare via dal paese a breve” - ha aggiunto Glass. “La rinegoziazione dei contratti sarà difficile, ci sono compagnie che potrebbero non accettare le nuove regole. Spero in buona fede che la maggioranza le accetti” - ha sottolineato il ministro delle Risorse Naturali non Rinnovabili Wilson Pástor. Il ministro non ha voluto fare nomi però le maggiori compagnie presenti nel paese sono la spagnola Repsol-YPF, la brasiliana Petrobras, la cinese Andes Petroleum e l' italiana Eni-Agip.

Tra le novità più importanti del nuovo modello di contrattazione si stabilisce che lo Stato è proprietario del 100% del petrolio estratto (circa 500mila barili al giorno) - mentre prima si arrivava a circa il 20% - con le compagnie private lo Stato siglerà dei contratti per la prestazione dei loro servizi. Lo Stato sarà anche il beneficiario degli ingressi straordinari derivanti dell'aumento del prezzo internazionale del petrolio e le compagnie dovranno incrementare i loro investimenti se vogliono rimanere nel paese, da questo dipenderanno le tariffe che l'Ecuador pagherà per la prestazione dei servizi. Le compagnie hanno 120 giorni di tempo per la rinegoziazione dei contratti, se entro questo termine non si adegueranno, i terreni dove sorgono i pozzi torneranno di proprietà statale, il contratto si considererà rescisso unilateralmente, e lo Stato pagherà un indennizzo alle compagnie per gli eventuali investimenti non ancora ammortizzati.

“Ho molta fiducia che rinegozieremo i nuovi contratti per la prestazione di servizi affinché la maggior parte dei guadagni provenienti dal petrolio vadano al suo legittimo proprietario che è il popolo ecuadoriano” - ha dichiarato il Presidente Rafael Correa all'indomani dell'entrata in vigore della legge. “Con questa riforma - spiega il Ministro Pastor - si aprono nuove aree all'esplorazione, nel caso in cui le compagnie private non vogliano investire nella ricerca di nuove riserve”. Attualmente le aree di produzione assegnate alle compagnie sono circa un 20% del totale “se non vogliono investire in nuove esplorazioni, l'80% delle aree rimarranno libere per nuove licitazioni petrolifere” - ha aggiunto il ministro.

Per quanto riguarda Eni-Agip e la sua controversa presenza nel paese andino, già lo scorso aprile l'amministratore delegato Paolo Scaroni aveva dichiarato: “In Ecuador abbiamo un contratto che già recepisce le direttive del Governo ecuadoriano e del presidente Correa, per cui riteniamo che il nostro contratto servirà da benchmark per le altre compagnie”.

Le ombre della riforma

Se da una parte la nuova riforma sembra essere coerente con i dettami della giovane Costituzione e ridare sovranità al Paese liberandolo dal giogo delle multinazionali che si sono rese colpevoli di numerosi crimini nei confronti della popolazione amazzonica e dell'ambiente (Chevron ed Eni-Agip solo per citarne alcune), dall'altra ci sono alcuni punti molto criticati sia dall'opposizione che dagli stessi ex sostenitori del Presidente, tra i quali la più importante Confederazione di movimenti indigeni del paese (CONAIE). Le argomentazioni riguardano la legge in sé, le modalità con cui è stata adottata e sopratutto ritengono pericolose alcune norme come quella che prevede che non sarà necessaria nessuna licitazione per i contratti sottoscritti con imprese statali di altri paesi e con compagnie miste nelle quali lo stato ecuadoriano abbia la maggioranza azionaria.

Da mesi ormai l'idillio tra Correa e i movimenti indigeni che lo hanno portato al potere è finito. Nel paese sono state numerose le proteste contro i provvedimenti legislativi che secondo i movimenti indigeni tradiscono il patto con gli elettori, in particolare le leggi sull'acqua, sulle concessioni minerarie, sull'educazione e ora sugli idrocarburi. Secondo la parlamentare Lourdes Tibán del partito Pachakutik: “Per i politici sani e seri questo giorno dovrebbe essere ricordato come un giorno nefasto per l'indipendenza delle funzioni tra esecutivo e legislativo, oltre ad essere dichiarato come il giorno del cinismo e dell'ignoranza”. Il riferimento è al fatto che la legge è stata adottata come un provvedimento urgente, senza che venisse adeguatamente discussa in Parlamento.

L'opposizione ha già presentato un ricorso per incostituzionalità, dato che si tratterebbe di una legge che pretende di riformare una legge organica, gerarchicamente superiore, quindi tecnicamente inconciliabile con il provvedimento d'urgenza. Anche più duro il commento di Magali Orellana anche lei parlamentare del Pachakutik secondo la quale questa legge permetterebbe “la più grande rapina del paese”. Il riferimento è alla norma che consentirebbe alle compagnie statali anche di altri paesi e a quelle che hanno una partecipazione di maggioranza dello stato ecuadoriano di potersi aggiudicare l'accesso allo sfruttamento dei pozzi senza licitazione. Un modo secondo alcuni anche per sanare una controversa situazione con PDVS la compagnia di stato venezuelana che si è aggiudicata lo sfruttamento dei pozzi nella zona denominata Sasha del paese in cui fino allo scorso settembre operava Petroecuador. La paura è quella che questa norma possa dare ampio arbitrio allo Stato, che in questo modo farebbe affari con altri soggetti, e semplicemente si sostituirebbe alle multinazionali senza badare ai veri interessi del paese.

Secondo l'economista ed ex presidente dell'Assemblea Parlamentare Alberto Acosta una legge sugli Idrocarburi è necessaria “ma oggi più che mai è necessario lavorare alla legge con tranquillità per evitare che la fretta porti a commettere degli errori che possono essere molto costosi per il paese. Per questo di fronte all'importanza del tema e delle conseguenze che possono esserci, sarebbe opportuno che il progetto di riforma venga discusso con calma dall'Assemblea”. Altra lacuna denunciata da Acosta è che nella riforma non c'è nessun riferimento alla protezione dell'ambiente, e da un paese che ha lanciato la proposta di tenere il greggio della riserva Yasunì ITT sotto terra non sembra proprio accettabile.

Elvira Corona (Inviata di Unimondo)

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