Rifiuti

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I rifiuti della società industriale, e in maniera del tutto particolare quelli della civiltà dei consumi, sono in qualche modo il “rimosso” di quell’attività di rapina e di spreco delle “risorse” della terra su cui si fondano”. (Guido Viale)

 

Introduzione

La questione della gestione e dello smaltimento dei rifiuti ha assunto negli anni una dimensione sempre maggiore a livello internazionale, nazionale e locale come conseguenza dell’attuale sistema economico e sociale fondato sulla continua crescita della produzione e del consumo di beni e servizi. Tale economia si basa quasi esclusivamente sul consumo di risorse naturali (materie prime, energia, suolo) che è aumentato enormemente a seguito degli sviluppi tecnologici che hanno favorito la diversificazione dei processi produttivi e la moltiplicazione delle tipologie di prodotti, rendendo sempre più mutevoli i modelli di consumo e produzione. La questione dei rifiuti è emblematica dell’insostenibilità del paradigma dello sviluppo dominante e, a questo proposito, sono illuminanti le parole di Italo Calvino nel descrivere la città di Leonia (in pdf).

 

Definizione e tipologie di rifiuto

Può essere utile definire cosa si intende per rifiuto. La più recente direttiva comunitaria definisce rifiuto "qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi" (art. 3 della direttiva 2008/98/Ce del 19 novembre 2008), al di la della definizione giuridica che è stata ed è oggetto di discussione, ciò che possiamo generalmente definire come rifiuto sono tutti i residui della produzione e del consumo che si presentano in forma solida, liquida (se raccolti in un contenitore rigido) e i fanghi. (Normativa e politiche dell’UE sui rifiuti )

I rifiuti da un punto di vista normativo si distinguono poi in rifiuti urbani e rifiuti speciali che a loro volta si dividono in rifiuti pericolosi e non pericolosi. I rifiuti solidi urbani (RSU) sono quelli prodotti dalle famiglie, dalle attività commerciali (alberghi, bar, ristoranti, uffici, negozi, supermercati, ecc.), da enti quali ospedali, carceri, caserme, scuole. Essi si distinguono in rifiuti ordinari, pericolosi (pile, batterie, farmaci, lampade al neon, ecc.), ingombranti (mobili, elettrodomestici, arredi, sanitari, ecc.).

I rifiuti speciali sono invece tutti i residui derivanti da attività produttive suddivisi per varie tipologie tra cui: rifiuti che per caratteristiche e non pericolosità sono smaltiti come RSU, fanghi di depurazione civile; rifiuti ospedalieri non assimilabili; autodemolizioni; inerti di origine industriale e civile; rifiuti speciali non tossici e nocivi. I rifiuti speciali pericolosi sono quelli che contengono sostanze tossiche in misura superiore alle soglie indicate dalla legge. Non rientrano nella normativa sui rifiuti quelli nucleari che sono regolamentati a parte.

 

Produciamo sempre più rifiuti

Benché da molti anni la prevenzione sia un obiettivo fondamentale delle politiche comunitarie e nazionali ciò che si registra è un continuo e progressivo aumento della quantità di rifiuti.

Tra il 1996 e il 2005 a livello di Unione Europea si è verificato un aumento del 16% dei rifiuti solidi urbani, per lo stesso periodo in Italia si registra un più 19%. Solo tra il 2005 e il 2006 secondo il Rapporto rifiuti 2007 dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (APAT) si è registrato un aumento del 2,5% della produzione di rifiuti che significa complessivamente 32,5 milioni di tonnellate con un incremento di 860 mila tonnellate. Significativo è anche il dato pro-capite che rileva come ogni cittadino italiano nel 2006 ha prodotto 550kg di rifiuti urbani, rispetto ai 539kg del 2005.

Questi numeri riguardano però solo la quantità di rifiuti pro-capite del consumatore finale, i rifiuti solidi urbani, quelli in sacchetto di plastica che buttiamo quotidianamente nei cassonetti. Ma se guardiamo all’intero ciclo di vita dei prodotti, ogni cittadino europeo produce l’equivalente di 4 tonnellate di rifiuti l’anno perché in ogni fase di produzione di un bene o servizio si generano rifiuti a volte anche molto superiori alle materie che compongono il bene stesso (materie prime estratte, energia consumata, trasporti, ecc.).

Relativamente ai rifiuti speciali il Rapporto Rifiuti 2007, prima citato, rileva che in Italia ne sono stati prodotti nel 2005 oltre 107,5 milioni di tonnellate, di cui 55,6 mil/ton di rifiuti speciali non pericolosi, 5,9 mil/ton di pericolosi e circa 46 mil/ton di rifiuti da costruzione e demolizione. L’analisi dei dati evidenzia che nel biennio 2004/2005 a fronte di una flessione del 2,5% di rifiuti speciali non pericolosi si è avuto un incremento dell’8,6% di quelli pericolosi.

Si sono voluti richiamare questi dati per dare almeno un’idea della quantità di rifiuti che ogni anno vengono prodotti solo nel nostro paese, ma anche perché consentono di segnalare due aspetti rilevanti dal punto di vista ambientale. La produzione di rifiuti è un indicatore che misura l’impoverimento delle risorse naturali, esiste infatti una stretta correlazione tra la quantità di rifiuti prodotti, la perdita di risorse naturali e l’inquinamento. Il continuo aumento della quantità di rifiuti indica l’eccessiva pressione dell’attuale sviluppo economico nei confronti delle risorse della terra - sia di quelle non rinnovabili il cui stock è fissato, sia di quelle rinnovabili che hanno una capacità di rigenerazione costante, ma limitata da fattori di carattere fisico, geografico e biologico.

Il problema non è dato solo dalla quantità di rifiuti prodotti, ma anche dalla loro qualità: i rifiuti pericolosi, anche in piccole quantità, generano impatti pesanti sugli ecosistemi naturali e sull’ambiente in generale e, di conseguenza, sulla salute e la qualità della vita delle persone e delle comunità delle presenti e delle future generazioni.

 

Il commercio internazionale di rifiuti

Una delle conseguenze dell’aumento della quantità e della pericolosità dei rifiuti prodotti nelle società industriali ha comportato negli ultimi 30/40 anni l’avvio di un importante e spesso illegale traffico transnazionale di immondizie dei paesi industrializzati verso i sud del mondo.

Per fronteggiare tale fenomeno, nel corso degli anni ’80, la comunità internazionale ha avviato un processo di regolamentazione del traffico transnazionale di rifiuti pericolosi culminato nel 1989 con la firma della Convenzione di Basilea. La convenzione si pone l’obiettivo di regolamentare l’esportazione, l’importazione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi a partire da alcuni principi cardine dell’ordinamento internazionale sull’ambiente che dovrebbero guidare l’azione degli Stati: minimizzare la produzione di tali rifiuti (prevenzione), favorirne lo smaltimento all’interno del paese di produzione (prossimità), agire congiuntamente e in spirito di partnership (cooperazione), responsabilità per i danni provocati (chi inquina paga). Tale convenzione non comprende i rifiuti radioattivi che sono regolamentati dalla Convenzione di Vienna sulla sicurezza nucleare del 1994 e quelli navali che rimandano alla Convenzione sulla prevenzione dell’inquinamento marino.

Nel corso degli anni ’90 è stato poi adottato il Protocollo sulla Responsabilità per danni da movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi (non ancora entrato in vigore), mentre a livello continentale l’Organizzazione per l’Unità Africana ha approvato la Convenzione di Bamako e l’Unione Europea ha disciplinato tale fenomeno all’interno della Convenzione di Lomé IV che regola la cooperazione con i Paesi ACP (Africa, Carabi, Pacifico).

Tali accordi giuridici hanno posto le basi per lo sviluppo di un sempre più puntuale diritto internazionale in materia, ma non hanno certamente dato soluzione al gravissimo problema delle esportazioni illegali di rifiuti pericolosi. Il diritto da solo non basta, sono necessarie efficaci misure di controllo e di sanzione sopranazionali, nonché adeguate politiche da parte degli Stati per contrastare il fenomeno e per dare concretezza e attuazione ai principi prima richiamati di prevenzione, prossimità, cooperazione e responsabilità.

A ciò si aggiunga la redditività che tale commercio garantisce calcolabile a livello globale in migliaia di milioni di euro, l’instabilità politica, una legislazione inadeguata e i conflitti armati che hanno caratterizzato, e ancora caratterizzano, molti paesi in via di sviluppo creando situazioni favorevoli per il commercio illegale di rifiuti che spesso si combina con il traffico di armi.

Pare opportuno però segnalare che il commercio di rifiuti riguarda tutte le tipologie di scarti, non solo quelli pericolosi, perché pur essendo materiali di cui ci si disfa questi hanno un valore economico che varia a seconda del paese e/o dell’area geografica di provenienza/arrivo e a seconda della possibilità di recuperare materie prime secondarie. In questi ultimi anni, per esempio, come conseguenza degli impegnativi obiettivi prefissati dalla normativa comunitaria relativamente alla percentuale di raccolta differenziata e di recupero dei materiali, si è registrato un significativo aumento del commercio di rifiuti quali carta, imballaggi, metalli sia all’interno dell’Unione che all’esterno. In particolare in Asia dove la Cina sta rastrellando un numero sempre maggiore di materie prime necessarie per mantenere elevato il tasso di crescita economica.

 

Lo smaltimento dei rifiuti

Le politiche per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti sono definite chiaramente già da molti anni da specifiche normative e indirizzi politici dell’Unione Europea. In particolare, l’Unione indica quattro ordini di priorità: potenziare la raccolta differenziata e il riciclo, bruciare i rifiuti recuperando energia, bruciare i rifiuti tout court e, infine, portarli in discarica.

La differenziazione rappresenta oggi il 25,8% della modalità di smaltimento dei rifiuti a livello nazionale (37% a livello europeo) e nel 2006 si è registrato un significativo più 24,2% rispetto all’anno precedente (dati APAT 2007), ancora lontano dall’obiettivo previsto dalla normativa italiana che richiedeva il raggiungimento del 40% entro il 2007, il 50% al 2009 e il 60% al 2011 (L. 296/2006). La situazione è però molto differente a seconda dell’area geografica di riferimento.

La seconda indicazione del legislatore comunitario è quella di potenziare gli impianti di incenerimento, che consentono una riduzione fino al 70% del peso e del 90% del volume dei rifiuti e che rispetto alle discariche hanno un minor impatto sulla salute e sull’ambiente. Attualmente nel nostro paese la percentuale di rifiuti trattati secondo questa modalità è del 10,1% senza una sostanziale modifica rispetto all’anno precedente mentre la media europea si attesta al 18%.

Il conferimento in discarica dei rifiuti rappresenta, infine, oltre il 50% cioè la forma di gestione più utilizzate e diffusa, nonché la modalità meno efficiente e a più alto rischio per la salute dei cittadini. Il rapporto Apat ci segnala però che negli ultimi 5 anni, in seguito al positivo sviluppo della raccolta differenziata e, anche se in misura minore, dell’aumento dei rifiuti trattati con gli inceneritori, si è registrata una riduzione di circa 10 punti percentuale. Anche a livello comunitario la maggior parte dei rifiuti continua ad essere smaltito in discarica con una percentuale del 45%.

Relativamente al tema smaltimento non si può non segnalare che nel nostro paese si è sviluppata nel corso degli ultimi vent'anni una vera e propria economia parallela fondata sul traffico illegale di rifiuti. I dossier di Legambiente dal titolo significativo “Rifiuti SpA” ripercorrono - anche alla luce delle tre Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, dei risultati della Direzione investigativa antimafia e altri importanti documenti - l’intreccio tra criminalità organizzata e politica corrotta che hanno fatto della Regione Campania la discarica abusiva più grande d’Italia.

 

I termovalorizzatori

La questione della costruzione di nuovi termovalorizzatori, cioè di impianti di incenerimento in grado di recuperare energia incontra forti ostacoli da parte delle comunità locali per la legittima preoccupazione degli impatti sulla salute umana. Tale conflittualità non è mitigata dall’applicazione di una normativa europea sempre più puntuale, che prescrive l’utilizzo delle migliori tecnologie possibili (BAT – Best Available Techniques) e di pratiche gestionali standardizzate e controllabili. Dal punto di vista tecnico-scientifico non vi sono risposte univoche, ma sempre più ci si trova di fronte a posizioni differenti sulle conseguenze delle applicazioni tecnologiche.

Ciò di cui si ha bisogno è di garanzie politiche affinché i nuovi impianti di smaltimento non vengano realizzati con strutture sovradimensionate e rigide, in modo tale da evitare che si pongano in concorrenza con gli obiettivi di miglioramento sia della raccolta differenziata che di riduzione della produzione dei rifiuti. È necessario, inoltre, che la realizzazione degli impianti venga preceduta dalla realizzazione delle procedure di valutazione ambientale strategica (VAS) e di valutazione di impatto ambientale (VIA), non solo per analizzare e prevedere i possibili impatti sull’ambiente, ma anche e prim’ ancora per analizzare preventivamente tutte le possibili alternative all’impianto stesso.

È inoltre necessario ricercare modalità d’informazione, coinvolgimento e partecipazione della popolazione locale nelle scelte di localizzazione degli impianti di smaltimento e che questi vengano realizzati il più vicino possibile al luogo di produzione, in modo da favorire il controllo e la responsabilizzazione delle comunità locali sul tipo e la quantità di rifiuti prodotti.

 

Il futuro: dematerializzare la produzione e il consumo

A fronte dei numeri prima richiamati sulla quantità dei rifiuti prodotti, è evidente che nel medio-lungo periodo per governare la questione rifiuti è necessario realizzare un efficace sistema economico e sociale in grado di minimizzarne la produzione.

Sulla base dei principali studi di settore e della stessa legislazione comunitaria che si situa tra le più avanzate a livello mondiale, è sul modello di produzione che occorre intervenire, favorendo l’adozione di modalità che riducano i rifiuti durante l’intero ciclo produttivo, permettendo poi un più facile avvio al recupero dei prodotti a fine vita.

La questione di fondo è che un’efficace azione di prevenzione/riduzione della produzione dei rifiuti deve intervenire a monte, agendo sulla composizione del prodotto/servizio, e non a valle cioè nella fase del consumo. Il processo, peraltro già avviato, è quello della dematerializzazione che significa ridurre la quantità di materiali e di energia impiegati per soddisfare una singola unità di consumo. Bisogna, in altre parole, intervenire sui processi e sui prodotti, fin dalla fase della loro progettazione, che deve essere pensata nella prospettiva di un minor consumo di natura e di un riutilizzo, parziale o totale, della “materia prima” seconda. Bisogna creare prodotti che possano durare nel tempo prevedendo di poter realizzare interventi di manutenzione e di sostituzione di singoli componenti. Nel contempo attuare una semplificazione e standardizzazione del tipo e della composizione merceologica di un gran numero di merci e oggetti, onde favorire i successivi processi di recupero e riciclo delle materie residue.

Alcuni importanti strumenti sono già presenti nella legislazione italiana ed europea come per esempio l’analisi del ciclo di vita dei prodotti - LCA, i marchi di qualità ecologica, i sistemi di gestione ambientale che si pongono come obiettivo di produrre gli stessi beni e servizi utilizzando meno risorse naturali, attraverso una maggiore efficienza nell’uso dell’energia e delle materie prime, ottenendo così anche una riduzione delle emissioni di sostanze nocive e della produzione di rifiuti.

Un ulteriore strumento è rappresentato dall’ introduzione di politiche volte alla sostituzione dei beni con i servizi. Tali trasformazioni possono incidere positivamente sulla produzione e sul riciclaggio dei rifiuti, in quanto lo stesso bene (l’auto, la lavatrice, un imballaggio) verrebbe utilizzato più volte, per un tempo più lungo e - non essendo più in carico ad un consumatore, ma ad un produttore - non verrebbe inteso come un bene di consumo, ma come un investimento. Inoltre, i rifiuti prodotti dalle attività economiche per le loro caratteristiche e dimensioni sono più facilmente recuperabili e maggiore è la convenienza economica al riciclo.

La convenienza economica è oggi una leva irrinunciabile per favorire e promuovere i necessari processi di trasformazione industriale volti alla riduzione della produzione dei rifiuti, così come alla crescita di un mercato del riuso e del recupero dei prodotti. È in altre parole l’intera filiera del riciclaggio dei rifiuti che deve affermarsi sia nel nostro paese che in Europa.

Altrettanto importante nella direzione di promuovere un sistema economico in grado di minimizzare la produzione di rifiuti è il contributo che può e deve venire dalle scelte di acquisto sia dei singoli consumatori, sia delle organizzazioni: dalle amministrazioni pubbliche alle imprese, dalle chiese all’associazionismo.

L’avvio di strategie mirate al cambiamento degli stili di vita può rappresentare un importante strumento per raggiungere questo obiettivo. Si tratta di responsabilizzare i cittadini nella loro qualità di consumatori, sia per l’influenza diretta che tali scelte hanno sull’impatto ambientale e sulla produzione di rifiuti, sia perché la scelta di acquisto o non acquisto di un prodotto o un servizio può contribuire al suo successo sul mercato, influenzando in via indiretta le scelte delle imprese.

In questa direzione uno sforzo maggiore andrà rivolto alle attività di informazione, formazione e sensibilizzazione delle comunità nell’adozione di comportamenti virtuosi volti alla riduzione della produzione di rifiuti, ma anche ad una maggiore predisposizione alla raccolta differenziata, al riuso e riciclo dei beni e servizi utilizzati.

Indubbiamente difficile ed impegnativo è il percorso che deve essere realizzato per una gestione sostenibile dei rifiuti. La difficoltà maggiore è data proprio dalla complessità della problematica che affonda le sue radici nel nostro modo di vivere e di produrre. Certamente non vi sono scorciatoie: il problema rifiuti necessita di interventi strutturali e integrati sui diversi aspetti dello sviluppo –economico, sociale, ambientale – agendo con coerenza e continuità attraverso adeguate politiche capaci di governare in un orizzonte di lungo periodo.

 

Bibliografia

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Legambiente, Rapporto Ecomafia 2008, Edizioni Ambiente, Milano 2008 (e precedenti)

Tarchi P., Morandini S. (a cura di), Emergenza rifiuti. Una proposta tra orizzonti teologici ed esperienze operative, EMI, Bologna 2007

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(Scheda realizzata con il contributo di Matteo Mascia)

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