L’oscura lobby del gas

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Immagine: Recommon.org

Il tema della decarbonizzazione dell’Europa è uno dei temi centrali dell’agenda europea. E in questo macrotema, che coinvolge l’intera economia e non solo il settore energetico, la questione che rimane più divisiva è quella che riguarda il gas. La narrazione delle aziende del settore, e di una parte del mondo istituzionale che da sempre ha sostenuto le grandi società attive nell’estrazione e produzione di petrolio e gas, è che il gas avrà un ruolo centrale nella transizione verso un’economia a ridotte emissioni di CO2.

Una narrazione controversa, ancora di più perché costruita certosinamente da attori che nel gas hanno interessi per miliardi di euro. Attori meno noti di multinazionali come Eni, Shell, Total o BP. Ma ugualmente potenti e che, con basso profilo, sono arrivati a controllare più della metà dei terminal di gas liquido (LNG) dell’UE e oltre 100.000 km di gasdotti, e nuove infrastrutture in programma. Ci sono almeno 6.200 km di gasdotti e un nuovo terminale LNG di prossima costruzione.

Parliamo di quattro società che sono I maggiori trasportatori di gas in Europa, tra cui ne spicca una italiana, la Snam, divenuta nota ai più proprio per i controversi gasdotti a lunga distanza che sta costruendo nel nostro paese, ovvero il TAP e la Rete Adriatica. Snam (Italia), Enagás (Spagna), Fluxys (Belgio), GRTgaz (Francia) sono tutte società a controllo pubblico, ma gestite come società private. Nel 2018 hanno realizzato complessivamente oltre 2 miliardi di euro di utili, con quasi tre quarti dei dividendi versati agli azionisti, come i fondi di investimento BlackRock (GRTgaz e Snam) e Lazard (Enagás e Snam).

Per quanto meno note, queste società muovono una macchina di pressione di proporzioni significative, orientata a mantenere l’Europa dipendente dal gas. Dalla ricerca pubblicata (qui il link alla pubblicazione in italiano) dalla rete europea ENCO – European Network of Corporate Observatories, di cui fa parte anche Re:Common – solo lo scorso anno Snam e le sue sodali hanno speso fino a 900mila euro in attività di lobbying a Bruxelles, impiegando un totale di 14 lobbisti. Secondo il registro per la trasparenza dell’UE, queste aziende sono riuscite a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione europea per discutere i loro ultimi progetti di gasdotti o offerte di acquisizione.

Oltre alle proprie operazioni interne di lobbying, le quattro hanno investito in un’ampia rete di gruppi di pressione a pagamento per dare priorità ai loro ordini del giorno. Tra questi, l’associazione di categoria Gas Infrastructure Europe (GIE), che fa parte di alcuni dei gruppi consultivi influenti della Commissione europea. L’amministratore delegato di Snam, Marco Alverà, si trova in una posizione ideale per garantire che tutti i membri del gruppo siano allineati: è infatti il presidente dell’associazione di categoria più influente a Bruxelles, GasNaturally, che ha il GIE tra i suoi membri. Alverà è stato in precedenza vicepresidente di Eurogas, un altro membro di GasNaturally.

Se uniamo le cifre di Snam, Enagás, Fluxys e GRTgaz a quelle dei loro otto gruppi di lobby chiave, avremo una misura abbastanza veritiera della potenza di fuoco che queste quattro società da sole hanno messo in campo a sostegno dell’industria e della narrazione del gas: parliamo di 3 miliardi di euro spesi nel 2018, con 50 lobbisti a loro disposizione.

Ma non è finita qui. Il canale di lobby principale per queste società è stato ahimè creato dalla stessa Unione europea. L’UE ha creato un proprio gruppo di lobby interno composto da gestori delle reti di trasmissione del gas, denominato “European Network of Transmission System Operators for Gas” (ENTSO-G). Tra i suoi membri troviamo Snam, Enagás, Fluxys, GRTgaz. A loro l’UE ha affidato ad esempio il compito di fornire le proiezioni sulla futura domanda di gas in Europa, che ha costantemente sovrastimato (a questo link  la pubblicazione “Europe’s declining gas demand trends and facts on european gas consumption“).

Sempre a ENTSO-G, l’UE chiede l’elenco dei progetti infrastrutturali necessari a soddisfare la domanda di gas prevista. Dopo essere stato concordato con I governi, questo diventa l’elenco ufficiale dei “Progetti di interesse comune” (PCI), che i membri di ENTSO-G costruiscono con il sostegno finanziario e politico dell’UE. 1,3 miliardi di euro di denaro pubblico sono già stati destinati a progetti come MidCat, il Trans Adriatic Pipeline (TAP) e i terminali LNG di Fluxys.

La quarta lista PCI sarà completata entro la fine del 2019, con più di un centinaio di nuovi progetti di gas attualmente inclusi, nonostante la necessità di eliminare completamente il gas fossile. Tutto lecito, anche se non proprio alla luce del giorno. Non c’è da stupirsi quindi se governi e Commissione europea comunicano in maniera schizofrenica in materia energetica ma anche rispetto alle misure da prendere per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici, accompagnando i discorsi sulla necessaria uscita dalle fossili, con miliardi in risorse pubbliche destinati alla costruzione di gasdotti, stoccaggi, terminali LNG (leggi la pubblicazione Saccheggio 2.0).

Smascherare la lobby del gas è un passo imprescindibile per aprire un dibattito nuovo su come vengono definite le priorità “strategiche” dai governi e dall’Ue, incluso rispetto alle nuove grandi opere infrastrutturali che, ci viene detto, rispondono a un interesse collettivo più ampio. O che forse sono semplicemente volute da chi sta già facendo un sacco di soldi dal business del gas, a spese nostre, del clima e del pianeta intero.

Elena Gerebizza da Recommon.org

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