Sulla cresta dell’onda… ambientalista!

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Foto: Unimondo.org

Mi rendo conto che, alle nostre latitudini, siamo un po’ fuori stagione per parlare di onde, oceani, surfisti. Eppure l’associazione Surfers Agains Sewage (SAS), un’organizzazione ambientalista con base nel Regno Unito che si batte per la protezione di mari, spiagge e fauna selvatica, non conosce stagioni per le cause che quotidianamente si adopera a sostenere: dalla difesa dei diritti degli animali marini alla tutela ambientale, ogni giorno si costruisce comunità anche così, creando grandi progetti inclusivi e integrati e promuovendo campagne di sensibilizzazione. C’è una caratteristica però che rende quest’associazione speciale, ed è già ben esplicitata nel nome che porta: fondatori e motore delle attività sono per lo più surfisti. Abbandoniamo quindi l’immagine dell’aitante sexy perditempo che, tavola sottobraccio, aspetta l’onda perfetta flirtando sulla riva con belle donne bionde e abbronzate quanto lui.

Per fare un paio di nomi, lo statunitense Jack Johnson e l’australiano Xavier Rudd sono due dei più famosi rappresentanti delle nuove generazioni di surfisti: musicisti (se non avete ancora avuto modo di ascoltare qualche loro pezzo vi consiglio di prendervi un po’ di tempo rilassato per farlo!), sportivi e portavoce di cause a favore del rispetto per l’ambiente, attivisti portatori di un messaggio globale di solidarietà, accettazione e rispetto, insieme a una dinamicità di spunti che li rendono spiriti poliedrici tra onde e battaglie a difesa della Terra e delle sue forme di vita.

Le nuove leve che popolano le spiagge del mondo sono ambientalisti convinti e convincenti, forse proprio perché, vivendo mari e litorali per passione e per lavoro, hanno molte più occasioni di rendersi conto di quanto l’impatto dell’uomo sia influente per la salute dei nostri mari e, più in generale, dell’intero Pianeta. In particolare, hanno l’opportunità di monitorare ogni giorno le pesanti conseguenze generate dalle attività umane, dallo scarico in mare di rifiuti e liquami, alla plastica che impiega un tempo infinito a decomporsi, con gravi ripercussioni sulla qualità delle acque e, inevitabilmente, sulla vita di chi quelle acque le abita. I valori che condividono sono fortemente legati alla confidenza con il mare e al desiderio che le onde che cavalcano restino pulite e in salute. Non solo però “surfisti contro le acque di scolo” come il nome Surfers Against Sewage suggerisce, ma anche surfisti e gente comune, impegnati per spiagge più pulite e riduzione dell’inquinamento da plastica, informazione su tematiche legate ai cambiamenti climatici, advocacy e sviluppo sostenibile delle coste, nonché promotori di un’interessante filmografia a supporto delle iniziative.

Operazioni preziose che non dimenticano il coinvolgimento delle comunità locali e che fanno dell’associazione un nutrito gruppo di oltre 300,000 volontari che puliscono le spiagge, supportano campagne e organizzano eventi di sensibilizzazione. Con risultati non da poco: il 98,5% delle acque balneabili inglesi ha superato il test degli standard minimi nel 2016, a fronte del misero 27% del 1990, quando l’associazione ha iniziato il suo lavoro; oltre 6 miliardi di borse di plastica sono state rimosse, anche se ogni anno 12 milioni di tonnellate di materiali inquinanti giungono in mare - si calcola che dal 2002 al 2012 sia stata prodotta più plastica che in tutta la storia dell’umanità, tendenza in generale crescita.

Non trascurabili gli investimenti in ricerca e sensibilizzazione che l’associazione ha affinato e aumentato dagli anni ’90 a oggi: “Siamo diventati eco-attivisti di alto profilo, siamo entrati vestiti con le mute e le maschere antigas, le tavole da surf sottobraccio, nelle stanze degli incontri politici, incontrando persone che quasi non sapevano che si potesse surfare nel Regno Unito, figuriamoci che ci si potesse ammalare per l’inquinamento di quelle acque!”. Catalizzatori di cambiamento, alzano la voce per investimenti in infrastrutture che garantiscano un corretto smaltimento dei rifiuti inquinanti, evidenziando i legami tra problemi di salute derivanti dal contatto prolungato con le acque inquinate e connettendo a sostegno numerose comunità di surfisti nel mondo. Perché tutti siamo in qualche modo connessi alle sorti degli oceani, anche senza tavola da surf.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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