Coca Cola si è fermata a Mehdiganj

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In India il consumo di Coca Cola è tra i più bassi al mondo: nel 2012 risultano bevute appena 14 bottigliette a persona a fronte di un consumo medio mondiale pari a 94. Eppure si tratta di un mercato ritenuto strategico da Coca Cola per la sua espansione in un sub-continente di più di un miliardo di abitanti e che sta mostrando un crescente apprezzamento per la bibita. Una condizione che si verifica nel momento in cui i consumi occidentali delle numerose bibite targate Coca Cola appaiono in contrazione, più che per un mercato saturo per una scelta maggiormente salutare e consapevole degli europei in materia di alimentazione. Riflessioni di un continente probabilmente davvero “Vecchio”, che non è ad esempio in grado di condividere la freschezza della missione di Coca Cola India laddove, viene indicato sul sito web, “ci sforziamo di rinfrescare il mondo, ispirare momenti di ottimismo e felicità, creare valore e fare la differenza”. 25mila gli impiegati diretti e 59 gli impianti di lavorazione e di imbottigliamento in India: numeri già impressionanti ma destinati a crescere nei disegni della Compagnia che appena due anni fa aveva annunciato un ulteriore investimento di 5 miliardi di dollari entro il 2020. Dal 1993 Coca Cola ha investito più di 2 miliardi di dollari e creato posti di lavoro e un indotto non indifferente, come è orgogliosamente segnalato sulla pagina web dell’azienda decentrata della casa madre made in USA.

Non è però tutto oro quel che luccica. Da tempo sono montate forti contestazioni contro Coca Cola attorno a uno dei suoi principali impianti di imbottigliamento a Mehdiganj, nell’est dell’India, in funzione dal 1999 e destinato a un ulteriore ampliamento. Le ragioni stanno nell’attribuzione a tali fabbriche di gravi danneggiamenti alle risorse idriche della zona e di inquinamento di suolo e sottosuolo. Sono stati gli agricoltori a notare per primi un notevole abbassamento dei livelli delle acque sotterranee quasi subito dopo che Coca Cola ha iniziato a operare. A mano a mano i pozzi nei villaggi si sono seccati, le pompe a mano hanno smesso di funzionare e anche gli stagni nella zona si sono prosciugati. L’acqua è un bene prezioso ovunque nel mondo, ma lo è ancor più in quei territori la cui attività primaria e di occupazione della comunità è legata all’agricoltura e che inoltre affida allo sfruttamento delle acque sotterranee tutte le proprie esigenze per bere, pulire, cucinare e accudire il bestiame. Per questo la comunità di e intorno al villaggio di Mehdiganj ha iniziato a protestare nel momento in cui, nei mesi primaverili in cui si verifica il 70% della produzione annuale di Coca-Cola, l’acuto calo dei livelli delle acque sotterranee e l’inquinamento delle stesse e del suolo non hanno più consentito di godere di quei beni tanto inestimabili quanto necessari.

A ciò si aggiunge un elemento non di poco conto. L’impianto si trova a circa 20 km da Varanasi, la città sacra degli induisti dove almeno una volta nella vita il fedele deve immergersi nel fiume Gange. È emerso che proprio le acque reflue rilasciate durante il processo di produzione e dunque contaminate con varie sostanze chimiche, dopo un regolare drenaggio, confluiscono in parte nel Gange e in parte filtrano di nuovo nelle falde acquifere, andando a inquinare le riserve sotterranee di acqua. Per questa ragione il Central Pollution Control Board (Comitato Centrale di Controllo dell’Inquinamento) ha emesso una condanna all’impianto Coca Cola di Mehdiganj dopo aver rilevato livelli elevati di piombo, cromo e cadmio nel terreno e ha imposto all’azienda di attuare accorte pratiche di smaltimento secondo il protocollo per i rifiuti pericolosi. È stata poi immediatamente interdetta anche la vendita di fertilizzanti Coca Cola (con sostanze altamente tossiche) agli agricoltori locali.

Il secondo impianto di imbottigliamento costruito a Mehdiganj, costato oltre 25 milioni di dollari, non è mai entrato in funzione, inizialmente in attesa di ottenere la licenza dell’Autorità Indiana per le Risorse Idriche poi per il ritiro della stessa richiesta da parte di Coca Cola appena due giorni prima della sentenza del Tribunale indiano del 25 agosto scorso, probabilmente perché era apparso evidente che sarebbe stata bocciata. Le rimostranze degli abitanti hanno dunque trovato terreno fertile e stanno continuato a crescere nella direzione non solo di non concedere le autorizzazioni a Coca Cola per nuovi investimenti sul territorio di ampliamento degli impianti, ma proprio di una chiusura della fabbrica. “Inquina, è illegale ed è osteggiata dalla maggioranza della comunitàha dichiarato Amita Srivastava dell’India Resource Center, una delle attiviste che ha guidato la campagna di protesta. Se le risorse idriche di Mehdiganj non sono sufficienti a soddisfare le esigenze sia della comunità sia dell’impianto di imbottigliamento della Coca-Cola, uno dei due deve lasciare il territorio e quel qualcuno deve essere Coca-Cola.

Ma la multinazionale di certo non starà a guardare. Il ritiro della richiesta di autorizzazione all’entrata in funzione del secondo impianto di Mehdiganj, ufficialmente dovuto alla stanchezza dinanzi alle lungaggini dell’amministrazione indiana, appare solo parte di una strategia di immagine che ha previsto anche la creazione di bacini per la raccolta dell’acqua piovana sul territorio (ritenuti dalla comunità un fallimento) e la prosecuzione del finanziamento di progetti di solidarietà/cooperazione sul tema dell’acqua. Un partenariato privilegiato è stato ad esempio stretto dalla Fondazione Coca Cola con UN Habitat, il Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani, per la creazione di un impianto di distribuzione di acqua potabile in Sri Lanka. In quell’occasione hanno risuonato le parole di Deepak Jolly, vice-presidente dell’Ufficio comunicazione della Coca Cola in India e nel Sudest Asiatico: “Come azienda che raggiunge miliardi di persone in tutto il mondo, consideriamo un privilegio che le persone ci affidino un ruolo nella soluzione dei loro problemi. Più che garantire la necessità immediata, è importante sensibilizzare le persone sulla necessità di conservazione dell’acqua. L’acqua è una risorsa che deve essere preservata, se vogliamo garantire il benessere delle generazioni future”. Un manifesto a uno sviluppo sostenibile che dovrebbe forse essere meglio tradotto in azioni concrete.

Miriam Rossi

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