Possiamo veramente “salvare il mondo prima di cena”?

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L’attuale emergenza sanitaria legata al Covid-19 non deve farci dimenticare che la politica europea e in particolare la Commissione europea è attualmente al lavoro anche su altri fronti, tutti estremamente attuali, come quello ambientale e alimentare. Si tratta di tematiche che anche Jonathan Safran Foer, uno dei più importanti scrittori contemporanei, è tornato a spiegarci nel recente “Possiamo salvare il mondo prima di cena”, un saggio nel quale l’autore americano mette in campo tutte le sue abilità narrative per raccontare, con una dialettica magistrale e di sicuro impatto emotivo, il legame tra la crisi climatica contemporanea e il nostro sistema alimentare. Il problema per Foer è che l’emergenza ambientale “non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita”. Non è insomma come questo letale virus. Mescolando in modo originalissimo e come solo lui sa fare storie di famiglia, ri­cordi personali, episodi biblici, dati scienti­fici rigorosi e suggestioni futuristiche, Foer cerca di convincere migliaia di lettori che “per il cambiamento climatico occorre fare qualcosa” e occorre farlo in fretta visto che “la differenza tra correre verso la morte, correre per sfuggire alla morte e correre verso la vita” non può che metterci tutti d'accordo nel "salvare il mondo prima di cena". Lo avranno capito i commissari europei che in questi giorni stanno definendo la strategia europea Farm to Fork (dal produttore al consumatore), che sarà resa pubblica entro fine mese?

L’organizzazione ambientalista Greenpeace ha chiesto alla Commissione europea di cominciare ad affrontare il problema alimentare a partire “dagli impatti legati agli attuali livelli di produzione e consumo di carne nell’Unione europea, prevedendo obiettivi concreti di riduzione”. Con l’analisi ad hoc “Cibo per una vita e un Pianeta più sani – Le priorità di Greenpeace per la strategia Farm to Fork dell’Ue” l’ong ha evidenziato che “Il consumo di carne nell’Unione europea deve diminuire del 71% entro il 2030 e dell’81% entro il 2050 per ridurre in misura sufficiente il contributo dell’agricoltura e dell'allevamento alla crisi climatica in corso". Tradotto in cifre: serve raggiungere una media procapite di non più di 460 grammi di carne alla settimana entro il 2030 e di 300 grammi nel 2050, rispetto all’attuale media europea di 1,58 chilogrammi pro capite alla settimana. Stando ai dati della Fao Greenpeace ha fatto notare che “Attualmente i cittadini europei consumano circa il doppio di carne e quasi il triplo di prodotti lattiero-caseari rispetto alla media globalePer sostenere gli attuali livelli di consumo di prodotti di origine animale, in Europa viene incentivato, anche attraverso i fondi pubblici della PAC, un sistema di allevamento intensivo che è dannoso per l’ambiente, per il clima e per la nostra salute”. Per Greenpeace questa riduzione del consumo globale di carne a 24 chili per persona all’anno entro il 2030, e successivamente a 16 chili per persona all’anno entro il 2050, “si basa su valori che secondo gli scienziati sono in grado di garantire la sicurezza alimentare, mantenendo il riscaldamento globale al di sotto di 1.5° C”.

Per Federica Ferrario, responsabile della campagna agricoltura di Greenpeace, “L’esplosione della pandemia di Covid-19 ci ha fatto capire che uomo e animali condividono un unico Pianeta, che non conosce frontiere. In questo momento particolarmente difficile per il nostro Paese si moltiplicano gli appelli per una maggiore attenzione alle indicazioni provenienti dal mondo scientifico, ed è esattamente quello che chiediamo rispetto al sistema agroalimentare europeo. Ormai è assodato che il consumo eccessivo di carne e latticini sta compromettendo ambiente, foreste, e alterando il clima. Se la Commissione Ue vuole garantire alle persone cibo sano, accessibile e prodotto in modo sostenibile, è necessario affrontare il tema della riduzione della produzione e del consumo di carne”. Ed è stato proprio il mondo scientifico a lanciare un ultimatum attraverso 3.600 scienziati che con lo studio, “Action needed for the EU Common Agricultural Policy to address sustainability challenges” pubblicato l’8 marzo su People and Nature, si sono uniti alla richiesta di Greenpeace per un cambio di rotta delle politiche agricole europee. Lo studio è diventato un appello che condanna “La politica agricola comune dell’Unione per il fallimento nel campo della tutela della biodiversità e della lotta ai cambiamenti climatici” e tra le misure necessarie ad un cambiamento radicale gli scienziati raccomandano “la riduzione del sostegno al sistema degli allevamenti intensivi a favore di misure per incentivare metodi di produzione sostenibili e l’adozione di diete più ricche di alimenti di origine vegetale prodotti in modo ecologico”.

Per questo, nonostante l’inderogabile emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, la strategia Farm to Fork (al pari del Green Deal europeo) rappresenta un’opportunità unica per costruire un’Europa all’altezza delle sfide ambientali e sociali che ci attendono. Non basta più, infatti, sapere che la Commissione "riconosce l’eccessiva produzione e il consumo di carne e latticini nell’Unione come un problema", senza che questa osservazione sia accompagnata da proposte concrete di riduzione del consumo di questi prodotti. È fondamentale  partire proprio da questo nodo, affrontando il problema con lungimiranza e attenzione, partendo dai consumatori, ma senza dimenticarsi dei produttori. Per la Ferrario, almeno in Italia, “puntare sulla qualità invece che sulla quantità è una priorità: attraverso produzioni che rispettino alti standard anche dal punto di vista ambientale, possiamo rilanciare il nostro Made in Italy dopo questa difficile fase emergenziale, per questo chiediamo che la strategia Farm to Fork preveda risorse adeguate per sostenere le aziende agricole nel passaggio a metodi di produzione più ecologici”. Forse un primo passo verso una scelta totalmente vegetariana che oggi in Italia è stata fatta da circa 6 milioni di persone e nel 2030 potrebbe interessare una buona metà della popolazione decisa a puntare sul menu verde anche per evitare gli scandali che vedono coinvolta la carne e il diffondersi incontrollato di zoonosi, cioè di malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Come ricorda Foer nel suo ultimo libro “Nessuno se non noi distruggerà la Terra e nessuno se non noi la salverà. Noi siamo il Diluvio e noi siamo l’Arca”. Saremo all’altezza di questa responsabilità?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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