L’ecologia delle epidemie!

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Immagine: Ansa.it

Era il 2012 quando in “Spillover”, un saggio narrativo tradotto in Italia nel 2014 da Adelphi, lo scrittore e divulgatore scientifico David Quammen, mettendo insieme una storia letteraria delle grandi epidemie, ci spiegava perché saranno sempre di più e si chiedeva (con 8 anni di anticipo sul COVID-19) se la prossima non potrebbe saltar fuori da “un mercato cittadino della Cina meridionale”. Se alcuni stimati colleghi come Anna Molinari si sono già interrogati se “può lasciarci indifferenti l’origine di quella che sta diventando una pandemia, non fosse altro per la percezione sociale del rischio che porta con sé?”, e come Omar Bellicini se “Passata la fase dell'emergenza e senza voler demonizzare nessuno, sarà forse opportuno porre all’attenzione della comunità internazionale - magari in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità - la regolamentazione dei mercati alimentari cinesi, essendo ormai evidente la pericolosità di stipare animali vivi, di specie diverse e spesso selvatici, in enormi agglomerati aperti al pubblico”, Quammen ci ha suggerito, in una recente colonna del New York Timesche questi virus sono ormai l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo agli ecosistemi e all’ambiente, tanto che “Quando hai finito di preoccuparti di questa epidemia, devi essere già pronto a preoccuparti della prossima”.

Un’ipotesi che in queste settimane anche l’United Nations environment programme (Unep) ha rilanciato sostenendo che le zoonosi, cioè le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, “sono in aumento mentre le attività antropiche continuano a causare una distruzione senza precedenti degli habitat selvatici”. Ma esiste un collegamento tra queste due evidenze? Lo studio “The Coevolution Effect as a Driver of Spillover”, pubblicato lo scorso aprile su Trends in Parasitology da un team di ricercatori dell’Auburn University, ha formulato una nuova ipotesi che potrebbe fornire le basi per nuovi studi scientifici che esaminino i collegamenti tra la perdita di habitat e l’emergenza globale provocata dalle malattie infettive. Per la ricercatrice che ha firmato lo studio Sarah Zohdy, della School of Forestry and Wildlife Sciences e del College of Veterinary Medicine della Auburn,  è possibile sostenere che a livello globale “La perdita di habitat sia associata a malattie infettive emergenti (emerging infectious diseases o EIDs) che si diffondono dalla fauna selvatica all’uomo, come Ebola, virus del Nilo occidentale, SARS, virus di Marburg e altre”.  

Per spiegare i meccanismi alla base di questa associazione il team dell’Auburn ha studiato l’effetto di coevoluzione, che è radicato nell’ecologia e nella biologia evolutiva. Per le scienziate Tonia Schwartz e Jamie Oaks del Department of Biological Sciences del College of Sciences and Mathematics della Auburn, che hanno partecipato alla ricerca, “Il team ha integrato idee provenienti da molteplici aspetti della biologia, tra cui l’ecologia delle malattie, la biologia evolutiva e la genetica del territorio, per sviluppare una nuova ipotesi sul motivo per cui è più probabile che le malattie si diffondano dalla fauna selvatica all’uomo in habitat disboscati”.  Questo approccio mirato all’analisi dell’"ecologia della malattia" si basa soprattutto su un’ipotesi nota come effetto di diluizione, che risale all’inizio di questo secolo. Per la Zohdy “È essenzialmente l’idea che la conservazione della biodiversità possa proteggere l’uomo dalle malattie infettive emergenti.  L’effetto di diluizione evidenzia il ruolo fondamentale che la conservazione della fauna selvatica può svolgere nella protezione della salute umana”. 

Seguendo questa ipotesi gli scienziati hanno ipotizzato che, mentre gli esseri umani alterano il territorio con la perdita dell’habitat, “i frammenti di foresta fungono da isole e la fauna selvatica e i microbi che causano malattie che vivono al loro interno subiscono una rapida diversificazione”. In un territorio frammentato vedremmo, quindi, un aumento della diversità dei microbi che causano malattie, "aumentando la probabilità che uno di questi microbi raggiunga le popolazioni umane, innescando dei focolai". Lo studio, quindi, introduce un meccanismo evolutivo per spiegare l’associazione tra frammentazione dell’habitat e diffusione delle malattie nelle popolazioni umane, che speriamo integrerà le prospettive ecologiche in questa sfida globale per la salute. Per Dean Janaki Alavalapati, decano della Auburn, i risultati dello studio sembrano convincenti: “La dottoressa Zohdy e i suoi colleghi ricercatori forniscono spunti di rilievo nel campo delle malattie infettive emergenti e delle forze motrici che sono dietro di loro. Le loro scoperte potrebbero comportare un cambiamento significativo nel modo in cui vengono percepite le origini di queste malattie”. Sapendo che i coronavirus come il COVID-19 sono zoonosi, cioè vengono trasmessi tra gli animali e gli uomini al pari della SARS e della MERS è facile pensare che Quammen abbia ragione e che il COVID-19 non sarà l’ultimo ad occupare le pagine di tutti i giornali e i reparti di rianimazione di tutto il mondo. 

Del resto già nel 2016 lo studio dell’Unep “Emerging issues of environmental concern”, sosteneva che “Le zoonosi minacciano lo sviluppo economico, il benessere animale e umano e l’integrità degli ecosistemi” e se negli ultimi decenni c’è andata “bene” è stato perché a morire erano "gli altri" con malattie molto pericolose come l’Ebola, l’influenza aviaria, la febbre della valle del Rift, il virus del Nilo occidentale o il virus Zika, zoonosi che sono rimaste per lo più confinate nei Paesi in via di sviluppo. Come ha ricordato  Doreen Robinson, capo del settore Wildlife dell’Unep, “Gli esseri umani e la natura fanno parte di un solo e stesso sistema interconnesso. […] Come in tutti i sistemi, dobbiamo capire come funzionano per non spingerli al limite e dover far fronte a conseguenze sempre più negative per tutti noi”. Ma al limite siamo già arrivati e nel corso degli ultimi due decenni le malattie emergenti hanno avuto un costo di oltre 100 miliardi di dollari, una cifra che per l’Unep “Passerebbe a diversi bilioni di dollari se le epidemie si trasformassero in pandemie umane”. Se adesso possiamo rispondere solamente con la responsabile scelta “Io resto a casa”, in futuro per impedire l’emergere di zoonosi sarà sempre più importante affrontare le molteplici minacce, spesso interdipendenti, che pesano sugli ecosistemi e la fauna selvatica, a cominciare dalla perdita e frammentazione degli habitat e dal contenimento del sempre più ampio commercio legale e illegale di specie animali destinati al consumo alimentare. Un discorso a parte meriterebbe, poi, la lenta erosione del nostro eccellente Servizio sanitario nazionale... 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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