Liberi col vento: l’etnia peul del Senegal

Stampa

Foto: L. Michelini ®

Continuiamo il nostro viaggio nel variegato complesso di etnie del Senegal dopo la descrizione del popolo lébous di Dakar.  Nel nord del Senegal, attraverso tutto il Ferlo, la sconfinata pianura semi-desertica che taglia in due il paese, vivono i peulil secondo gruppo etnico più numeroso del paese dopo gli wolofParlano la lingua poular e hanno origini antichissime; questa comunità è portatrice di una cultura centenaria che viene tramandata di generazione in generazione e, soprattutto, non rappresenta una realtà rara o isolata, “in esposizione” all’interno di parchi naturali protetti. peul si possono trovare in numerosi paesi saheliani, non solo in Senegal, ma anche in Mauritania, Guinea, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Togo e Sudan.

In Senegal, si dice che queste persone siano molto orgogliose e fiere. A confermarlo è la loro scarsa presenza nei territori meta delle navi negriere nel periodo della tratta: per orgoglio e amore della libertà, gli schiavi di questo gruppo etnico preferivano tagliarsi la gola prima di essere imbarcati, pur di non diventare proprietà dei bianchi. Ancora oggi, da Haiti agli Stati Uniti, gli afroamericani di origine peul sono in minoranza rispetto alle altre etnie.

Tra le grandi regioni di Saint Louis, Louga e Matam, sono concentrate molte comunità peul, costituite da famiglie numerose, che arrivano anche a dieci membri o più. Praticano l’allevamento, soprattutto di buoi, e hanno abitudini semi-nomadi, perchè le condizioni climatiche saheliane obbligano il bestiame ad una transumanza annua in cerca di pascoli fertili, verso sud. Il nome stesso peul sembra significare “colui che parte col vento”, etimologia che ripercorre il loro stile di vita errante. Da gennaio in poi i villaggi si svuotano, rimangono solamente donne, bambini ed anziani, mentre gli uomini partono con il bestiame e rimangono fuori casa per mesi. Chilometri e chilometri sotto il sole, tende improvvisate per passare la notte, un turbante in testa per ripararsi da caldo, polvere e raggi del sole.

peul vivono in funzione dei loro animali. Il ritmo della loro vita ruota attorno alle esigenze del bestiame e prima che un peul uccida una bestia la deve vedere soffrire o deve capitare un avvenimento particolarmente speciale, come un rito religioso. I buoi occupano un ruolo centrale per queste comunità: non sono solo animali, ma veri e propri membri della famiglia e, come tali, rispettati. 

Se si considera che un bue costa sui 200.000 FCFA (circa 300 euro), chi arriva ad avere 2.000 bestie, possiede di fatto un vero e proprio patrimonio. Ma nonostante questo, gli animali difficilmente vengono venduti, uccisi o barattati. Sono considerati quasi sacri e assicurano il prestigio all’interno della comunità. Per esempio, chi ha molti cavalli è considerato degno di rispetto da parte degli altri abitanti, ed è chiamato diarga, il capo. “È una questione culturale. I peul non sono materialisti, sono molto umili. È una cosa che voi occidentali non potete capire. Per voi un animale è denaro, per loro no”, spiega Amadou, un ragazzo di origine peul ma nato e cresciuto a Dakar. “Oggi le cose stanno un po’ cambiando. Molti giovani, una volta ereditati gli animali di famiglia, decidono di venderli e migrare all'estero o nella capitale senegalese, aprire una piccola attività commerciale e inviare parte dei guadagni mensili alle famiglie”.

La vita di questa gente è estremamente difficile: i villaggi, piccoli ma numerosi, distano dalla strada nazionale molti chilometri, quindi per ogni necessità (dalle visite mediche all’approvvigionamento di scorte alimentari), servono ore di viaggio su carretti improvvisati e trainati da asini o, per chi se li puo’ permettere, cavalli. 

Vivendo in modo precario e in totale balia degli eventi climatici, l’aspettativa di vita è bassa, le donne partoriscono ancora in casa e le morti per parto sono frequenti. Inutile dire, poi, che le abitazioni sono estremamente semplici: capanne costruite in paglia e argilla, il cosiddetto banko, materiale naturale in fibra e argilla che farebbe impazzire i bio-architetti europei. Chiaramente l’equipaggiamento interno rimane essenziale e raramente qualcuno dispone di un piccolo pannello solare che consente un minimo di elettricità per ricaricare un telefono, ammesso che ci sia campo, o ascoltare la radio (unico mezzo d’informazione usato). 

L’amministrazione dei villaggi è in mano al capo villaggio che, se ben organizzato, istituisce dei comitati di gestione che definiscono le attività quotidiane: dalla raccolta dei rifiuti, alla distribuzione dell’acqua e l’utilizzo dei pozzi. A volte, ma è una rarità, si possono trovare dei piccoli spazi verdi dedicati all’agricoltura, dove vengono fatte crescere varietà resistenti alla siccità (piccole zucche, verdure locali come il gombo, piante di limone, moltissima menta, o nana, indispensabile per la preparazione dell’ataya, il forte tè senegalese). Di solito ad occuparsi degli orti ci pensano le donne, fedelmente accompagnate da un macete dal quale difficilmente si separano. Ma, ovviamente, questo è possibile solamente in presenza di acqua, pescata dalla falda freatica attraverso rudimentali pozzi a mano. In queste zone la falda non è molto profonda, ma con l’inizio della stagione secca è sempre più difficile avere accesso ad acqua pulita e, soprattutto, con frequenza costante. 

Nel 2019, ad esempio, la stagione delle piogge è arrivata con due mesi di ritardo rispetto alla media. Il cambiamento climatico, causato da paesi lontani anni luce da questi territori, sta impattando su numerose comunità silvo-pastorali lungo tutta la fascia saheliana, provocando transumanze precoci, insicurezza alimentare e disastri naturali. Sessanta giorni in più senza acqua dolce sono potenzialmente catastrofici: si semina più tardi, si aspetta di più per la raccolta, si ha più fame.

Tra i vari paesi del Sahel, il Senegal risulta essere particolarmente esposto alla crisi idrica e le persone che più ne stanno risentendo, già oggi, come in ogni copione che si rispetti, sono le donne e i bambini delle comunità rurali. Le prime vanno incontro a numerosi pericoli quando si mettono in cammino lungo le “piste” della savana con i loro catini pesanti sulla testa e i secondi, per aiutare le famiglie nelle attivita' di tutti i giorni, devono abbandonare la scuola molto, troppo, presto.

Questo è il Senegal dell’”aiutiamoli a casa loro”. Il primo aiuto che l’Europa dovrebbe esportare parte piuttosto da casa sua, con politiche climatiche più sostenibili e lungimiranti, nel tempo e nello spazio. Le conseguenze di quanto fatto o non fatto finora, seppur lontane, per molti si sentono già.

Lucia Michelini

Sono Lucia Michelini, originaria di Belluno, classe 1984. Dottoressa di ricerca in Ecologia, attualmente mi occupo di cooperazione allo sviluppo ed educazione. Sono convinta che la via per un mondo piu’ giusto e sano non possa che passare attraverso la tutela del nostro ambiente e la promozione dell’istruzione. Per questo cerco di documentarmi e documentare, dare un piccolo contributo per spiegare che di fatto siamo tutti nella stessa barca e ci conviene remare assieme. Tra gli strumenti che porto con me, penna e macchina fotografica, fedeli compagne di viaggio necessarie per catturare la preziosa diversità culturale che ancora si puo’ percepire andando alla scoperta del mondo. Ah si’, non mangio animali da dieci anni e questo mi ha permesso di dimezzare il mio impatto ambientale e risparmiare parecchie vite.

Ultime notizie

Paesi vietati ai turisti italiani: perchè la Farnesina tace?

28 Febbraio 2020
Perchè la Farnesina non ha fatto alcuna rimostranza verso i Paesi che stanno vietando l’ingresso ai cittadini italiani? C’entrano le vendite di armi? (Giorgio Beretta) 

La pesca illegale destabilizza la Somalia

27 Febbraio 2020
Decine di migliaia di tonnellate di pesce vengono sottratte ogni anno al patrimonio ittico somalo e alle comunità locali, da pescherecci stranieri che operano privi di licenze o con permessi frutto...

“Non c'è salute senza salute mentale”

27 Febbraio 2020
I dati relativi alla salute mentale in Italia mostrano la necessità di migliorare ulteriormente la rete assistenziale per il malato e le famiglie. (Alessandro Graziadei)

Coronavirus: a che punto siamo

26 Febbraio 2020
La situazione attuale dell'emergenza sanitaria  Covid-19. I rischi politico-economico-sociali di un'epidemia sempre più "infodemica":  l'unica cosa che non serve è l'allarmismo....

Appunti da Camerino e Bolognola (cratere del centro Italia)

26 Febbraio 2020
Non avete paura di andare lassù? (Matthias Canapini)