India: “eliminiamo l’odio dalla politica”

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Arundhati Roy - Foto: Ladyo.it

Le elezioni generali in India sono iniziate l'11 aprile e nonostante l'emergenza dovuta al ciclone Fani, termineranno il 19 maggio dopo ben sette appuntamenti elettorali che porteranno il 23 maggio allo spoglio delle schede di circa 900 milioni di elettori, il numero più alto al mondo per un Paese che conta circa 1,3 miliardi di abitanti. Dall’esito di questo voto dipende la composizione della diciassettesima Camera bassa del Parlamento indiano (Lok Sabha) con i suoi 543 seggi e la possibile maggioranza di coalizione o di partito che dovrà contare su almeno 272 seggi ed aggiudicarsi possibilmente anche le Assemblee statali del Andhra Pradesh, Arunachal Pradesh, Orissa e Sikkim. Il voto sarà un referendum decisivo sul lavoro del primo ministro Narendra Modi, che punta al secondo mandato e spera di ripetere il successo della tornata elettorale del 2014, quando il suo partito nazionalista indù, il Bjp (Baratiya Janata Party), era riuscito a conquistare la maggioranza assoluta della Camera bassa con 282 seggi, un record che non si verificava dal 1984. Ci riuscirà? Rispetto a cinque anni fa la situazione dell’India sembra economicamente migliore, ma la disoccupazione è in costante aumento e i diritti di coloro che esprimono opinioni critiche, o semplicemente “differenti” rispetto alla versione del Bip, sono sempre più a rischio.

Secondo la Banca mondiale (Wb) nel 2017 il prodotto interno lordo indiano è riuscito a toccare i 2.597 miliardi di dollari e nel 2018 la crescita economica è stata del 7,4% confermando un trend di crescita in atto negli ultimi anni, che vede il più popoloso Paese del subcontinente asiatico contendersi i primi posti nella classifica delle migliori economie mondiali. Per gli analisti della World Bank Group nel 2017 l’India è riuscita a superare con successo i contraccolpi negativi di due contestate politiche economiche approvate dal governo di Modi: la “demonetizzazione”, cioè il bando delle banconote da 500 e 1000 rupie e la “Good and service tax”, cioè la tassazione unica su beni e servizi che in alcuni Stati ha fatto aumentare il prezzo delle merci e quindi la possibilità di aumentare i consumi. Nonostante i due contestati provvedimenti l’economia indiana ha continuato a crescere e i dati del Fondo monetario internazionale (Imf) prevedono per quest’anno una crescita dell’economia che potrebbe toccare addirittura i 7,9 punti percentuali. Siamo davanti a numeri da record, se si considera che la crescita media a livello mondiale dovrebbe attestarsi al 3,9% e soprattutto che in India il 2019 è iniziato registrando la disoccupazione più alta da 45 anni a questa parte.

Bene, bene, ma non benissimo, quindi, visto che secondo un’indagine del National Sample Survey Office (Nsso), resa pubblica ad inizio anno grazie ad un’inchiesta del quotidiano nazionale Business Standard, in India la disoccupazione è arrivata al 6,1% della forza lavoro e coinvolge circa 11 milioni di persone. Solo sei anni fa gli inoccupati erano appena il 2,2%, una situazione che non è il miglior spot per il Governo di Modi che sta vivendo un momento molto delicato nel bel mezzo di una delle campagne elettorali più aspre della storia indiana. Per molti partiti di opposizione e non pochi analisti, proprio la “demonetizzazione” e la “Good and service tax” del Governo Modi hanno aggravato la situazione dei disoccupati, tanto che stando all'indagine del Nsso condotta tra il luglio 2017 e il giugno 2018, il livello di disoccupati, cioè di coloro che non trovano lavoro e di quelli che hanno smesso di cercalo “è il più alto dal 1972-1973”, di fatto da quando nel Paese si è iniziato a condurre questo tipo di ricerche. Ma tra le tematiche che più influenzeranno le elezioni, vi sono, oltre alla disoccupazione, anche la povertà degli agricoltori, i diritti delle donne, e il rispetto delle minoranze. Su quest’ultimo tema, il 7 marzo scorso si è svolto all’Ambedkar International Centre di Nuova Delhi un incontro con Mukhtar Abbas Naqvi, ministro degli Affari delle minoranze e i rappresentanti delle minoranze religiose (cristiani, musulmani, sikh, gianisti, buddisti e parsi) che hanno chiesto di essere inclusi nel “Sankalp Patra” (agenda di governo) e di fare dell’India un Paese laico, multi-culturale e multi-religioso. 

Anche per questo oltre 200 scrittori indiani alla vigilia di queste elezioni generali hanno sottoscritto l'appello “Eliminiamo l’odio dalla politica” ricordando i gravi episodi di discriminazione e intolleranza nei confronti di coloro che a vario titolo si definiscono alternativi alla narrativa del partito nazionalista indù. L’appello degli scrittori è stato diffuso sul sito dell’Indian Writers Forum ed è stato condiviso da migliaia di persone anche grazie al sostegno di alcuni tra i più famosi intellettuali indiani, tra cui Girish Karnad, Arundhati Roy, Amitav Ghosh, Nayantara Sahgal e Romila Thapar, che chiedono con questo voto un cambiamento "senza che per questa richiesta pensatori, scienziati, scrittori e attivisti vengano pedinati o assassinati”. Secondo i firmatari, “il nostro Paese è a un bivio. La nostra Costituzione garantisce a tutti i suoi cittadini uguali diritti, libertà di mangiare, pregare e vivere come essi vogliono, libertà di espressione e diritto al dissenso”. Ma negli ultimi anni, sottolineano, “abbiamo visto cittadini linciati, aggrediti o discriminati per la loro comunità, casta, genere o regione di provenienza. La politica dell’odio viene usata per dividere il Paese, generare paura ed escludere un numero sempre maggiore di persone dal diritto a vivere da cittadini a pieno titolo”.

Negli ultimi anni il numero degli scrittori aggrediti, dei giornalisti uccisi per le loro inchieste “scomode”, e i fenomeni di intolleranza verso le minoranze religiose da parte dei fanatici indù sono andati costantemente aumentando tanto che, si legge sull’appello: “Tutti coloro che pongono dubbi su come dovrebbe essere esercitato il potere corrono il pericolo di essere molestati o arrestati con accuse false e ridicole”. Per questo gli intellettuali indiani sperano che queste elezioni segnino un nuovo inizio capace di eliminare “la politica dell’odio, la divisione tra le persone e l’ineguaglianza” grazie ad un voto “contro la violenza, l’intimidazione e la censura”. Intanto prima ancora di capire quale sarà l’esito elettorale chiedono al futuro Governo dell’India di garantire “rigide misure contro la violenza a parole e nei fatti” e “provvedimenti a favore di lavoroeducazione, ricerca, sanità, oltre che uguali opportunità per tutti. Più di tutto, vogliamo che venga salvaguardata la nostra diversità e che prosperi la democrazia”. Saranno ascoltati?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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