Al Senato un primo passo contro lo spreco di cibo, ma la strada rimane lunga

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Vignetta: Greenreport.it

Con 181 sì, 16 astenuti e 2 contrari, ieri il Senato ha definitivamente approvato la legge contro lo spreco alimentare, o meglio il ddl sulle “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi. «La legge – spiega Stefano Vaccari (Pd), capogruppo nella commissione Ambiente – ha l’obiettivo di rendere più semplice ed incentivata la destinazione alla solidarietà sociale dei prodotti non più vendibili, ma consumabili. Si tratta di prodotti alimentari innanzitutto, così come farmaci e vestiti, resi cedibili attraverso la semplificazione delle disposizioni fiscali, all’estensione delle categorie di prodotti essenziali ammessi alla donazione, all’ampliamento del panel degli enti beneficiari e anche grazie a misure relative al packaging, alle etichette e al Family Bag per la ristorazione, alla raccolta dei prodotti in campo che altrimenti andrebbero distrutti. La battaglia si gioca a livello globale e locale: dalla grande distribuzione allo spreco domestico».

Le cifre in ballo a livello globale sono enormi. Nonostante l’umanità stia consumando una «quantità di risorse che è una volta e mezzo quanto la Terra può produrre in un anno», sottolinea la senatrice Laura Puppato, a livello planetario «un terzo della produzione alimentare diviene rifiuto per un totale di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, quattro volte quello che basterebbe per sfamare quegli 868 milioni di persone che soffrono la fame».

Scalando i dati a livello continentale e nazionale, lo «spreco alimentare – dettaglia ancora Vaccari – vale nell’Ue 143 miliardi di euro all’anno, per 173 kg procapite di cibo buttato. Il 70% dello spreco europeo deriva dal consumo domestico, dalla ristorazione e dalla vendita al dettaglio. Il 20% del cibo prodotto in Europa finisce per diventare spreco alimentare. In Italia, secondo i dati del progetto Fusions – Last Minute Market e UnIbo, lo spreco alimentare domestico vale oltre 8 miliardi di euro, circa mezzo punto di Pil, 800 euro a testa. Eppure secondo l’Istat in Italia le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione, quelle in povertà assoluta il 9,9%. In questi numeri è racchiuso il profondo senso etico ed economico di una scelta: provare a ridurre queste disuguaglianze e ad impostare un sistema economico circolare che sprechi il meno possibile, anche per ridurre i rifiuti».

Ottime dunque le intenzioni del ddl, ma quanto a efficacia sarà necessario attendere per avere i primi responsi. Come sottolineato oggi su la Repubblica da Andrea Segrè, ordinario di Politica agraria all’università di Bologna, fondatore di Last minute market e chiamato dall’attuale ministro dell’Ambiente a presiedere il comitato scientifico del Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti, l’approvazione della legge al Senato «è purtroppo ancora una goccia nel mare. Nella legge non ci sono gli obiettivi da raggiungere scritti in modo chiaro e definitivo. I limiti, la quantità di spreco che si vuole diminuire, le tonnellate di rifiuti che si vogliono non produrre più. Il tema vero è che bisogna lavorare sulla prevenzione, bisogna diminuire la quantità dei rifiuti e quello accade se si creano comportamenti virtuosi tra i cittadini, sono loro che nelle case provocano il 70% degli sprechi. Nella legge c’è un accenno all’educazione alimentare nelle scuole, ma ancora non basta. Troppo vago».

Come lo stesso Segrè ha spiegato a greenreport già tre anni fa, le difficoltà in fatto di spreco di cibo iniziano a monte – ovvero nelle difficoltà di calcolo dello spreco stesso, frutto di stime e percezioni – e proseguono fino a maturare in un apparente paradosso. «La partecipazione a modalità attive e moderne di vita sociale e maggiore sembra “il rischio” di generare spreco. La relazione tra spreco medio e spesa media è infatti positiva: all’aumentare della spesa aumenta la quantità di spreco generato». Stessa cosa accade per il numero di componenti della famiglia, mentre «la relazione è negativa invece con l’età: più si invecchia meno si spreca. I più ignoranti in materia e i più spreconi sono infatti i giovani fino a 24 anni. Loro non danno alcun valore al cibo, questo è grave. Più si è adulti e più invece si fa attenzione».

Il dato culturale rimane dunque estremamente importante, ma è toccato solo marginalmente dal ddl. Lo stesso vale per gli ingenti sprechi che si presentano nelle fasi precedenti alla vendita al dettaglio: quello compiuto ieri al Senato rimane dunque un primo passo, a cui dovranno seguirne molti altri – anche nel contesto Ue – per incidere davvero sullo spreco di cibo nel nostro Paese.

Da: Greenreport.it

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