Perché è difficile agire contro il cambiamento climatico

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Che diritto abbiamo noi esseri umani di determinare lo stato del pianeta? Noi, specie sommamente “evoluta”, capace già 50 anni fa di sbarcare sulla Luna, abbiamo le potenzialità di sciogliere i ghiacchi, di muovere oceani, desertificare territori ed estinguere animali selvatici. Come esattamente siamo arrivati ad avere questa forza? Questo privilegio che ci siamo arrogati? La questione non si riferisce più al fatto se lo facciamo o meno – parlo di cambiare il clima - perché in fin dei conti sono due mila anni che influiamo sul cambiamento climatico, come puntualizzato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), ma vuole sottolineare che fino a poco tempo fa lo facevamo del tutto involontariamente.

Oggi siamo molto più consapevoli che la nostra azione condiziona pesantemente il clima (benché neppure i più sofisticati modelli scientifici non possono prevedere gli effetti con esattezza). Di converso abbiamo anche nuovi strumenti e nuove tecnologie per modificare positivamente lo stato del pianeta. Perché non lo facciamo?

Perché emergono tutti questi impedimenti alla lotta al riscaldamento globale? Perché, data l’evidenza, non agiamo come Greta Thunberg ci consiglia di fare, dalla sede dell’ONU, dimezzando le nostre emissioni in una decina di anni (nel 2028 avremo raggiunto il nostro limite di emissioni di anidride carbonica), scongiurando una volta per tutte l’apocalittico cambiamento climatico?

Purtroppo, per varie ragioni. Prima fra tutti: il “noi”, soggetto della frase precedente, non esiste. Se partiamo dal concetto di libertà individuale, necessariamente quel noi non puó coinvolgerci tutti. Non vi è nessuna omogeneità di opinioni da parte della popolazione mondiale sul nodo del climate change, come su qualsiasi altro tema. Bensì, continuano a moltiplicarsi le infinite sfumature di prese di posizione, in un ventaglio che va dai puri negazionisti agli scienziati ed attivisti più accaniti, sostenitori di Greta, probabilmente suoi manipolatori, ma poco importa. Certo l’opinione di un climatologo sarà più scientificamente fondata e robusta rispetto all’ottuso negazionista, e a tutta la bifolcheria che ha votato per leader in rotta con le idee ambientaliste. Ma allora, per forza di cose, il cerchio si restringe, e si rimane in relativamente pochi “noi” rispetto alla popolazione mondiale di partenza.

Quello che si potrebbe fare è mettersi tutti d’accordo sulle procedure da seguire per prendere decisioni, decisioni che inevitabilmente saranno un risultato collettivo che rispecchierà una media del famoso ventaglio di “nostre” opinioni. Né più, né meno. Senza ricorrere a un meccanismo di ricatto morale che tiri in ballo un’adolescente, che per quanto ripeta in coro cose sacrosante, non lo fa a nome e rappresentanza di tutti quei “noi”. Peraltro utilizzando un taglio comunicativo quantomeno discutibile, aggressivo, quasi dannoso. L’importante è informare, riportando i dati ufficiali e gli studi certificati, senza i quali non ci sarebbero manifestazioni, mobilitazioni, e nemmeno soluzioni da mettere sul tavolo. Visionare le previsioni e prenderle sempre con la dovuta cautela. Il problema del cambiamento climatico è un problema serio, che va affrontato in maniera seria e razionale, non schierando, in una battaglia fra gruppi estremisti, il partito dei credenti contro il partito dei negazionisti, secondo un folle atteggiamento manicheo. Perché così si rischia di fare danni, davvero evitabili. Non si vuole dividere l’opinione pubblica in una guerra tra religioni, quello è già compito dei populisti, semmai la vogliamo far avvicinare a questi temi.

Dunque le gravi questioni ecologiche, il riscaldamento globale, sono fenomeni veri e palpabili, ma come si possono arrestare? Qui subentra l’altra ragione: le soluzioni diffuse dai sostenitori dell’adolescente richiedono la riduzione, a livello globale, del 45-50% delle emissioni di CO2 prodotte dall’uomo nell’arco di tempo che ci separa dal 2030 per mantenere l’incremento delle temperature di 1,5 °C; altrimenti sarà troppo tardi e le conseguenze saranno irreversibili. Ora, tralasciando il fatto che la visione citata appartiene forse alla coda più catastrofica della distribuzione statistica di probabilità degli scenari futuri dei prossimi 11 anni – che a sua volta è il risultato di una moltitudine di modelli, che per quanto sofisticati, mai prenderanno in considerazione tutte le variabili in gioco, soprattutto i possibili cambiamenti tecnologici – queste soluzioni mi paiono tutt’altro che fattibili. Incitare il mondo a stravolgere i propri stili di vita, per abbattere radicalmente le emissioni, e dichiarare che solo in questo modo potremmo salvarci dall’Apocalisse, sono obiettivamente affermazioni che creano terrore e impotenza. E non sono soluzioni. Già, perché per bloccare le emissioni di gas serra (GHG) occorre porsi, contemporaneamente, la questione della crescita socio-economica di circa 2 miliardi di persone che al mondo vivono in condizioni di povertà, e di altri 3,5 miliardi che – non tutti, ma in buona parte - aspirano a un benessere del quale, ad oggi, solo 1,5 miliardi di persone fanno parte. Come fare?

Ed arriviamo all’altra causa: attualmente non vedo fattibile l’ipotesi secondo la quale, noi mondo sviluppato, decidiamo di ridimensionare drasticamente i nostri standard di vita (del 50%?) nel giro di pochi anni (manca poco al 2030), e simultaneamente convinciamo i 5 e più miliardi di popolazione mondiale che vive con redditi annui di 3, 4, 6 mila dollari all’anno, a rimanere così come stanno, ovvero a non incanalare il processo di industrializzazione che noi occidentali abbiamo seguito. India, Africa, America Latina tutti inclusi. Tra l’altro, anche in quelle zone del mondo si emette CO2 con buone intenzioni, per salute, educazione, nutrizione col fine di sradicare la povertà. 

I paesi sviluppati dovrebbero certamente fungere da esempio, e in un certo senso lo stanno facendo. La conversione a un’economia più green sta già succedendo, puntando su produzione energetica, sviluppo tecnologico, stili di vita più puliti ed a più basse emissioni. La riconversione industriale auspicata dal partito verde in Germania (con la creazione di nuovi posti di lavoro), le auto elettriche, il consumo responsabile, le diete a minor consumo di carne, latticini e derivati, le energie rinnovabili e pulite (l’energia nucleare è una di queste), le varie carbon tax, etc. Sono tutti meccanismi d’incentivo e disincentivo economico che colpiscono imprese e stati, che in Europa vanno a pennello, ma che comunque non possono prescindere dall’uso di combustibili fossili, a meno che non siamo tutti disposti a tornare alle condizioni di vita del dopoguerra. La verità è che l’economia verde non è ancora pronta per essere l’alternativa, perché troppo costosa, neppure nei paesi avanzati. E nel Sud del mondo? Gli aiuti umanitari e i fondi di investimento ambientali contro il cambiamento climatico aumentano di anno in anno, ma sono operazioni marginali, per quanto nobili. Generalmente gli stessi che urlano la necessità di fermare lo sviluppo e salvare il pianeta, si sgolano anche sull’estrema necessità di trasferire ricchezza, di far crescere e migliorare gli stili di vita di quei 2 miliardi di individui indigenti (il numero aumenta se ci includiamo anche la famiglia povera italiana, o greca). Ma come? Con sussidi insostenibili?

Senz’altro, dobbiamo aumentare i nostri investimenti in ricerca e sviluppo a favore del clima, incrementare i fondi destinati all’educazione e alla sensibilizzazione, ed i sistemi di trasferimento di energia pultia e risorse ai paesi meno avanzati. Ma non si esce così facilmente dalla rivoluzione industriale nella quale ci siamo impantanati. Queste misure devono essere accompagnate da proposte di politica economica concrete e rigorose, ancora troppo timide. Se, come ci sgrida Greta, non attuiamo ancora per fermare il cambiamento climatico non è perché siamo “malvagi”. Non credo che le generazioni future “non ci perdoneranno mai” per il nostro atteggiamento, se avremo dato priorità alla salute, all’educazione ed al benessere di tutti i “noi”. 

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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