Pechino non riconosce la sentenza dell’Aja sul Mar Cinese Meridionale

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La sentenza del tribunale ONU sulla questione del Mar Cinese Meridionale è solo carta straccia e la Cina non ne terrà conto” aveva dichiarato Dai Bingguo, ex Consigliere di Stato cinese e diplomatico a Washington, ancor prima che la Corte dell’Aja esprimesse la sua sentenza lo scorso 12 luglio. Detto, fatto. La campagna di boicottaggio dell’arbitrato e dei lavori del Tribunale già messa in moto da Pechino parlando di un giudizio “privo di fondamento” e senza alcun valore vincolante, all’indomani del pronunciamento della sentenza sulle acque contese nel Mar Cinese Meridionale che condanna Pechino, ha reso pressoché scontata la mancata intenzione della Cina di fermare la propria attività e ha determinato un nuovo innalzamento dei toni per denunciare l’illegittimità della decisione e della manovra a suo danno, che sarebbe stata ordita da potenze statali concorrenti.

Il caso da tempo suscita tensioni in Estremo Oriente e chiama in causa la complessa Convenzione internazionale sul diritto del mare, sottoscritta dai cinesi nel 1996, che disciplina lo sfruttamento e il possesso del mare da parte degli Stati. Tuttavia è stato l’ingrandimento artificiale di Paracel e Spratly, disabitati atolli di barriera corallina, avviato dal 2014 da Pechino, a costituire la goccia che ha fatto traboccare il vaso inducendo le Filippine a chiedere un pronunciamento della Corte permanente di arbitrato dell’Aja. Manila non è il solo Paese che risentirebbe di una robusta occupazione di quei territori da parte cinese, ambiti anche da Vietnam, Taiwan, Brunei e Malaysia peraltro in considerazione della crescita del valore commerciale dei prodotti in transito ogni anno nell’area (soprattutto petroliere), che si aggira attorno ai 5mila miliardi di dollari, delle significative riserve di petrolio e gas naturale nel sottosuolo, e della loro posizione strategica.

Alle 4mila pagine e oltre 40 carte nautiche dell’istanza filippina hanno fatto fronte le 500 pagine di sentenza dei giudici dell’Aja che hanno stabilito senza mezzi termini che le rivendicazioni cinesi in quel vasto tratto di mare sono del tutto prive di fondamento legale. La Cina “non ha alcun diritto storico” sul Mar Cinese Meridionale e costituisce dunque una violazione del diritto internazionale la costruzione arbitraria cinese di atolli, fari e piste di atterraggio militari che ha inoltre provocato gravi danni alla barriera corallina. Violati risultano anche i diritti e la sovranità nazionale delle Filippine. In estrema sintesi, secondo la Corte è illecita la cosiddetta “nine-dash line”, ovvero la linea a “u” (anche detta “lingua di bue”) tracciata dai cinesi unendo 9 “puntini” all’indomani della seconda guerra mondiale per delimitare le proprie rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale e che, di fatto, abbraccia il 90% delle sue acque. Il “rispetto della storia” richiesto dalla Cina, che si appella alla linea dei nove punti proposta dal leader nazionalista Chiang Kai Shek e poi rivendicata dopo la rivoluzione comunista del 1949, è dunque negato dal Tribunale che ha stabilito non ci siano prove di un “controllo esclusivo” cinese sulle acque e risorse presenti nell’area; se poi anche fosse stata rinvenuta tale consuetudine, la legittimazione di tali pretese sarebbe venuta meno con la sottoscrizione di Pechino della Convenzione internazionale sul diritto del mare che fissa limiti territoriali ben precisi all’esercizio della sovranità.

Passato dalle dichiarazioni del ministro della Difesa cinese Chang Wanquan, del ministro degli Esteri Wang Yi, del premier Li Keqiang e del presidente Xi Jinping, il non riconoscimento del verdetto e dunque di alcuna proposta o azione basata sulla sentenza del Tribunale dell’Aja non fa ben sperare per un abbassamento della tensione nell’area che potrebbe anzi aumentare con l’avvio di pattugliamenti navali perpetui nelle acque contese per garantire la libertà di navigazione da parte della marina statunitense o dei Paesi del Sud Est Asiatico. Uno scenario che confermerebbe i più cupi presagi cinesi secondo i quali gli Stati Uniti e i suoi alleati (Giappone, Australia e alcuni Paesi europei) userebbero questa disputa come una sorta di cavallo di Troia per acquistare spazio egemonico nella parta asiatica del Pacifico. I nervi sono dunque tesissimi e, pur nessuno dichiarando intenzioni bellicose, la questione rischia di avere implicazioni diplomatiche enormi nell’area dell’Asia-Pacifico. Di fatto, mediante la sentenza, la Corte ha dichiarato “internazionali” le acque del Mar Cinese Meridionale, sottraendole quindi al controllo statale cinese e aprendole a molteplici possibilità di sfruttamento. Se quindi si ipotizza che anche l’India potrebbe iniziare a trarre benefici da quel tratto di mare vasto tre milioni di chilometri quadrati, il controverso presidente nazionalista delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha fatto appello affinché vengano osservate “moderazione e sobrietà” nel Mar Cinese Meridionale e si dice intenzionato a rispettare la decisione dell’Aja, nella convinzione che contribuirà a risolvere le dispute attualmente in corso. Probabilmente non vi saranno strumenti per ottenere l’allontanamento della Cina dai territori occupati, a dispetto del vincolo alla normativa convenzionale sottoscritta da Pechino, e quasi certamente potranno esserci pronunce analoghe su altri territori della nota “linea dei 9 punti”, la partita è talmente cruciale che, da un punto di vista strettamente di realpolitik, vale la pena alla Cina fare orecchie da mercante e agli altri Paesi più o meno vicini continuare a far ribadire la non sovranità cinese sull’ampio specchio di mare.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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