La democrazia in cui poco crediamo

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Foto: : Un.org

Di ansia e paura. Così è definita la nostra epoca secondo l’ultima edizione dell’Indice della Democrazia stilato dall’Intelligence Unit dell’Economist (EIU) che, in riferimento al 2015, evidenzia come i tempi non risultino affatto favorevoli alla difesa degli standard democratici o all’estensione della portata della democrazia in tutto il mondo. Guerra, terrorismo, migrazioni e crisi politico-economiche hanno testato i diritti e le libertà propri di ciascun sistema democratico e, troppo spesso, sono stati limitati in nome dell’ansia o della paura. Ne è un palese esempio l’adozione in Francia dello “stato di emergenza” dopo i cruenti attacchi terroristici che l’hanno colpita dal gennaio 2015, misura che fra l’altro prevede l’ispezione dei telefoni cellulari e dei computer sequestrati, la perquisizione di case e l’arresto di persone senza il previo assenso dei giudici: i diritti civili dei cittadini sono stati quindi profondamente limitati in cambio della promessa di una maggiore sicurezza per gli stessi. È per questa ragione che, seppur quasi la metà dei Paesi al mondo può essere considerata una democrazia, nel Report dell’EIU risultano appena 20 gli Stati promossi come “democrazie piene”, che corrispondono a poco meno del 9% della popolazione globale. Collocata al 21esimo posto, l’Italia è la prima delle “democrazie imperfette”, posizione dovuta alla scarsa partecipazione attiva dei cittadini ai processi di amministrazione democratica e anche all’abdicazione della politica ai “tecnici” in caso di manovre sgradevoli di fronte all’opinione pubblica.

È evidente che un Paese non può dirsi democratico solo perché ogni 4-5 anni si tengono libere elezioni. La democrazia passa attraverso la formazione delle scelte consapevoli dei cittadini nella selezione dei propri rappresentanti e l’opportunità di un costante monitoraggio della loro azione; risulta inoltre fondamentale che uno Stato garantisca il rispetto dei principali diritti civili e politici, quali la libertà di parola, di assemblea, di stampa, per dare effettivo corpo alla democrazia, dal greco antico “demos – krate”, potere del ma anche per il popolo.

Tale riflessione, ampliamente condivisa, ha indotto un anno fa i governi del mondo riuniti all’ONU ad adottare una nuova ambiziosa Agenda per lo sviluppo sostenibile, da realizzare entro il 2030, che riflette le fondamentali aspirazioni della popolazione sul globo per migliorare le loro condizioni di vita. Tra i 17 obiettivi che intendono cambiare nel profondo il sistema internazionale a livello sociale, economico-commerciale e politico, il 16esimo chiama direttamente in causa la democrazia chiedendo agli Stati di strutturare società inclusive e istituzioni responsabili. Inoltre la democrazia è strettamente interconnessa con numerosi aspetti della socialità: dal godimento universale dei beni pubblici (salute e istruzione) alla garanzia di sicurezza delle proprie abitazioni e di opportunità di lavoro dignitose per tutti. Proprio tenendo a mente tali Obiettivi, nella Giornata Internazionale della Democrazia che ricorre oggi il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha voluto ricordare che una efficace governance democratica migliora la qualità della vita di tutti i popoli e che lo sviluppo umano si ha laddove alle persone è data voce reale nel proprio governo e la possibilità di condividere i frutti del progresso. La formazione di una società civile forte si configura dunque come una dinamica fondamentale e vincente, troppo poco tenuta nella giusta considerazione.

Di questo è invece profondamente convinta l’Unione Interparlamentare (IPU) che il 15 settembre 1997 ha adottato la Dichiarazione Universale della Democrazia, un documento di principi che riafferma l’impegno della comunità internazionale nella promozione e adozione di valori democratici. 10 anni dopo l’Assemblea Generale dell’ONU ha proclamato la Giornata Internazionale della Democrazia, ribadendo così che democrazia, sviluppo, tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono principi interdipendenti. Oggi IPU e ONU guardano entrambe al 2030 come traguardo entro il quale costruire il maggior numero di democrazie solide nel mondo.

I segnali registrati negli ultimi 12 mesi dall’adozione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non appaiono però affatto incoraggianti. Muro dopo muro, l’Europa si sta trasformando in un condensato di egoismi e piccole patrie ipocrite, annegando così il sogno di un’Unione retta sul trittico democrazia-pace-diritti umani. Non che nel resto del mondo la situazione appaia più favorevole all’attuazione delle indicazioni onusiane: nella ricorrenza dei quindicennale dell’abbattimento delle Torri Gemelle lo scorso 11 settembre è emerso in tutto il suo fallimento il progetto statunitense di “esportazione della democrazia” come strategia di lotta al terrorismo, azione anzi che ha contribuito ulteriormente a gonfiare i venti di guerra sul pianeta. Seppur nei fatti la strada della limitazione dei diritti civili, della risposta con le armi al terrorismo, degli investimenti in sicurezza anziché in istruzione risulti nei fatti perdente, sembra ancora che i politici e i cittadini vogliano dar ad essa credito. La fiducia nei processi democratici appare invece in costante caduta in quanto a popolarità, a dispetto dei risultati di tali interventi. 

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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