L’Appello di Palermo per l’accoglienza dei minori stranieri

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La salvaguardia dei bisogni primari dei bambini nonché la loro protezione dalle brutture della guerra sono senz’altro gli assi portanti di un sentimento umano diffuso, “globalizzato” potremmo dire. A dispetto di principi tanto indiscussi, la realtà ci racconta di bambini la cui esistenza è costantemente messa sotto scacco dalla guerra. Bambini che da soli o insieme alla propria famiglia fuggono seguendo le rotte della disperazione. Bambini dunque identificati e trattati nella veste di “nemico” o di “migrante” le cui conseguenze drammatiche sono trasmesse ogni giorno dai nostri telegiornali.

Come nel caso della città siriana di Madaya, vicina al confine con il Libano. A denunciare le condizioni della popolazione da mesi assediata e senza cibo né medicine è stata Unicef, i cui operatori sono riusciti pochi giorni fa a ottenere l’autorizzazione per accedere in città e portare un convoglio con aiuti di prima necessità. Dal Fondo ONU per l’Infanzia è giunta anche la notizia del decesso per malnutrizione acuta di Ali, un ragazzo di 16 anni, che fa eco all’allarme lanciato da Medici Senza Frontiere sulle preoccupanti condizioni dei bambini di Madaya. La guerra in Siria è dunque ancora sotto i riflettori internazionali e in cima all’agenda della governance globale che, attraverso il monito del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, ricorda come la pratica di “affamare i civili sia un crimine di guerra”. L’appello affinché tutte le parti coinvolte nel conflitto rispettino le norme del diritto internazionale umanitario per consentire e facilitare l’accesso degli aiuti sta facendo il giro del mondo, suscitando sdegno e preoccupazione diffusi tra l’opinione pubblica.

Dalla Siria al Mediterraneo, i tragici bilanci delle traversate del mare raccontano di molte vite spezzate. Fra queste quelle di bambini o anche di neonati: 700 circa sui 3200 morti in mare nel 2015 secondo i dati della Fondazione Migrantes. Come quella di Khalid, di soli 2 anni, registrato dalla stampa come il primo migrante morto del 2016, o quella di un altro piccolo profugo di soli 4 mesi morto di freddo ai primi di gennaio nella tenda in cui si era rifugiata la sua famiglia nel sud della Turchia. Entrambi siriani, entrambi fuggiti da una situazione tragica. Un segno eclatante del misero bottino di garanzie di rispetto dei diritti dell’infanzia che sono stati ad essi riservate. Un abominio reso ancora più eclatante dal fatto che le disposizioni a tutela dei diritti del fanciullo (da zero ai 18 anni), contenute nella Convenzione internazionale del 1989, sono tra le più ratificate al mondo (da ben 196 Stati).

È per questa ragione che l’Unicef e l’Intergruppo per i diritti dell’infanzia del Parlamento Europeo hanno presentato il 15 gennaio scorso all’interno della conferenza “Enhancing respect for children’s rights in the EU agenda on migration” tenutosi presso il Tribunale per i minori di Palermo un documento sui minori stranieri. Il cosiddetto Appello di Palermo (#PalermoCall) è rivolto principalmente agli operatori degli hotspot, i punti di identificazione e accoglienza introdotti dall’Agenda europea sulla migrazione, e intende fornire un possibile decalogo di priorità per la tutela dei minori migranti e richiedenti asilo. Proprio nella fase iniziale della procedura di registrazione e accoglienza o rimpatrio del migrante si ritiene, infatti, di fondamentale importanza garantire il pieno rispetto dei diritti umani di ciascun individuo, in particolare dei bambini. I dieci punti formulati nell’appello mirano dunque ad attivare percorsi di maggiore tutela per i minori migranti, da percepire come “una responsabilità di cui tutti dobbiamo farci carico”. Protezione e cure garantite ai minorenni durante le fasi di salvataggio e trasferimento, nessuna relegazione in centri di detenzione ma in realtà con servizi adeguati, diritto di richiedere protezione internazionale, conformità delle strutture d’accoglienza agli standard minimi per la tutela di bambini e adolescenti, procedure adatte all’età del minorenne, operatori adeguati per numero e specifica competenza, pieno rispetto del fondamentale principio del superiore interesse del bambino, decisioni orientate al ricongiungimento familiare a tutto campo senza separazioni se coerenti con l’interesse del minorenne: questi i principi cardine dell’appello.

È evidente che all’attuazione di nuove misure e forme di intervento si accosti anche la volontà di diffondere una diversa, e più consona, sensibilità su questo tema. Ecco allora che l’analisi delle criticità sulle misure attuali, quali il problema dell’allontanamento del minore straniero non accompagnato dalle strutture di accoglienza e la caduta di molti ragazzi nelle reti della criminalità e dello sfruttamento, è funzionale alla necessità di agire in una direzione differente. Come affermato alla conferenza da Jean-Claude Legrand, consigliere per la tutela dell’infanzia dell’Unicef, “L’Europa deve confrontarsi con il problema dell’immigrazione da sempre. Oggi dobbiamo reinventarci tutto e l’accompagnamento dei minori richiede approcci nuovi per situazioni specifiche. Occorre dare risposte diverse a chi scappa da situazioni inaccettabili. (…) Chiediamoci anche se è giusto che i minori muoiano per avere il diritto alla protezione umanitaria?”. È forse allora l’intera politica migratoria dei singoli Stati e dell’UE a dover essere ripensata, con uno sguardo di lungo termine in cui al futuro di questi minori sia data una risposta di grande opportunità sociale e umana.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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