Eritrea: una nuova guerra con l'Etiopia?

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Le stime sono incerte, ma negli ultimi dieci anni su una popolazione di quasi 6.5 milioni, oltre 400.000 eritrei hanno lasciato il paese; recentemente questo esodo è esploso e ogni mese tra i quattro e i cinquemila eritrei cercano rifugio in Europa, oltre che Sudan ed Etiopia. Per avere un’idea, nel 2015, un quarto migranti sbarcati sulle coste italiane proveniva dall’Eritrea.

I motivi di questo esodo son presto detti: ufficialmente, il paese è una repubblica presidenziale, in realtà è una dittatura spietata. Dal 1993, data dell’indipendenza, non ci sono elezioni e al potere ininterrottamente c’è Isaias Afwerki, guida dell’unico partito ammesso, il Fronte Popolare per la Democrazia e Giustizia. Leader della lotta per l’indipendenza, ha trasformato il paese in una caserma, con l’intera popolazione costretta ad un servizio militare obbligatorio e di durata indeterminata; non c’è una costituzione in vigore, la magistratura è evanescente, mentre società civile, stampa e opposizione sono represse brutalmente. Il servizio internet è monopolio di stato, ed è accessibile a meno dell’uno per cento della popolazione, mentre l’ultimo giornalista corrispondente estero è stato cacciato nel 2007. Dunque, il clima che si respira nel paese è quello di oppressione, corruzione e aperta violazione dei diritti umani. Tant’è che lo scorso giugno la commissione ONU incaricata di indagare sui sulla situazione nel paese ha presentato un report da dove, a carico del regime, emergono gravissime violazioni di diritti umani, tali da aver formulato la richiesta  di apertura di un procedimento per crimini contro l’umanità presso la Corte penale internazionale.

Peraltro, il paese era già da tempo sottoposto a sanzioni da parte di Unione Europea e Nazioni Unite a causa del presunto appoggio agli shaba‘ab somali, nonché delle responsabilità nel conflitto confinario con Gibuti. Del resto, il regime negli ultimi anni si è scontrato militarmente anche con lo Yemen, a causa del conteso possesso delle isole Hanish, nel Mar Rosso, e sembra sia stato pure coinvolto in manovre destabilizzanti in Sudan. In realtà, il principale fronte aperto rimane quello con l’Etiopia, e si tratta di una questione irrisolta da decenni. Infatti, alla fine della seconda guerra mondiale l’Eritrea fu federata all’Etiopia, ma le tensioni esplosero nel ’62 quando Haile Selassiè decise di annetterla. Gli scontri, che oltre a una guerra di indipendenza diventarono anche una guerra civile all’interno di ciascuno dei due paesi, terminarono solo nel 1991; l’indipendenza fu sancita due anni dopo con un referendum.

Per alcuni anni gli scontri cessarono e si ebbe una discreta crescita economica del paese, senonchè la guerra si riaccese violenta tra il 1998 e 2000, per iniziativa dell’Eritrea, e costò oltre settantamila morti. Con gli accordi di Algeri il conflitto fu congelato, e l’ONU intervenì istituendo la Eritrea–Ethiopia Boundary Commission, ovvero una commissione per la delimitazione dei confini, che in seguito dispose reciproche concessioni territoriali, assegnando la contesa città di Badme all’Eritrea. La decisione non fu accetta dall’Etiopia, e la questione rimase sospesa, ponendo le relazioni tra i paesi in un limbo di “né guerra né pace”. Per inciso, è proprio grazie a questo latente conflitto che il governo di Asmara giustifica la militarizzazione della società. Tant’è che già nel 2012 e 2015 si verificarono attacchi, di cui fu accusata l’Etiopia e, il 12 e 13 giugno scorsi, ha avuto luogo l’ennesimo grave incidente, nell’area confinaria di Tsorona. A riguardo, le notizie sono poche e le ipotesi diverse. Innanzitutto, circolano voci di una diserzione di massa di unità eritree, con conseguente intervento etiope per proteggerle all’arrivo di forze leali ad Asmara; secondariamente lo scontro potrebbe esser stato provocato da Afwerki per rinfocolare la necessità di uno stato di emergenza in Eritrea; infine, si accusa l’Etiopia di fare pressioni sull’Eritrea, quale ritorsione per l’appoggio fornito agli shaba‘ab somali.

Ad oggi, le possibilità di porre fine alla contrapposizione tra i due paesi sembrano molto scarse ma, al contempo, pare difficile possa scoppiare una vera “guerra guerreggiata”. Infatti, riguardo le scarse possibilità di una soluzione, è da considerare che ragioni di politica interna spingono l’Eritrea, ma anche l’Etiopia, al mantenimento di uno stato di attrito. Secondariamente, l’intera area è da tempo priva di stabilità e sicurezza; basti pensare alla implosione del Sud Sudan, alla situazione in Somalia, alle tensioni islamiste in Kenia, oltre che alla guerra nel vicino Yemen. Dunque, la diplomazia internazionale ha posto in secondo piano le dispute tra Asmara e Addis Abeba, concentrandosi invece sulla soluzione di problemi come l’instaurare un governo stabile in Somalia o porre fine alla guerra civile sudanese e al conflitto in Darfur. Di certo, le rivalità eritreo-etiopi, inserendosi in questo contesto di destabilizzazione, lo complicano ulteriormente.

Quanto invece alla improbabilità di un imminente scoppio di un conflitto, è da considerare che entrambe i paesi avrebbero molto da perdere. L’Etiopia, negli ultimi anni, ha avuto una forte crescita economica ed è diventata un alleato dell’occidente nella guerra al terrorismo islamico, oltre che il perno della stabilizzazione dell’area. L’Eritrea, invece, sa bene di essersi indebolita militarmente, politicamente ed economicamente. Dunque, per la prima un conflitto metterebbe a rischio i progressi economici e diplomatici, mentre per la seconda si profilerebbe facilmente una pesante sconfitta.

Giovanni Parigi da: Mentepolitica.it

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