Di AIDS si muore ancora troppo

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Foto: Un.org

Françoise Barré Sinoussi è la virologa e immunologa francese che nel 1983, insieme a Luc Montagnier, ha scoperto l’HIV,il Virus del Ventesimo secolo” causa dell’AIDS. Come evidenziato in laboratorio, il virus è così potente da distruggere il sistema immunitario di un individuo a causa della sua massiccia replicazione e per il danno cellulare che provoca ai linfociti. Insieme all’altro scienziato, Françoise Barré Sinoussi nel 2008 ha anche vinto il Premio Nobel per la Medicina. Un donna non così nota perché, metteva in luce la stessa in una sua intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica della scorsa settimana, le scienze restano ancora appannaggio degli scienziati uomini. Forse, complice l’appuntamento con la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, nell’intervista questa riflessione sul difficile percorso professionale della scienziata, scoraggiata e minata anche nell’aspirazione ad avere una famiglia, ha avuto la precedenza sul fare memoria della scoperta e sul ricostruire i risultati ottenuti dalla medicina a distanza di 33 anni dall’individuazione del virus.

Il problema sta proprio qui. Nonostante la ricerca scientifica prosegua senza sosta e siano già stati investiti più di 8 miliardi di dollari nell’identificazione di un vaccino efficace, ad oggi un antidoto sicuro non esiste ancora: la scoperta del virus dell’HIV non ha ancora permesso l’individuazione di una cura all’AIDS. Ciò anche a dispetto dei positivi annunci che si rincorrono negli ultimi anni secondo i quali la fine dell’epidemia di AIDS sarebbe vicina e dell’entusiastico traguardo fissato dall’ONU al 2030 con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per debellare la fine della malattia per eccellenza del sistema immunitario.

In attesa che tale “profezia” si verifichi, sono i numeri relativi alla diffusione fra i sieropositivi dei farmaci retrovirali salvavita a fare la notizia: a fine giugno il rapporto del Programma delle Nazioni Unite (UNAIDS) ne ha indicati circa 18,2 milioni di persone (di cui 910mila bambini), calcolati nel doppio rispetto a cinque anni fa. Alcuni Paesi, come l’Australia, hanno decretato la fine dell’epidemia proprio grazie ai farmaci retrovirali. Dunque i costi minori dei farmaci, i più numerosi centri di diagnosi e i trattamenti di cura più accessibili ai pazienti hanno consentito al numero dei nuovi contagiati di diminuire ogni anno: quella che in passato era una vera condanna a morte è divenuta una malattia cronica gestibile seguendo un particolare trattamento. Tuttavia occorre incidere di più per limitare sensibilmente la diffusione della pandemia che oggi tocca circa 10 milioni di persone: il report dell’UNAIDS ha rivelato, infatti, che nel 2015 ogni settimana circa 7500 ragazze tra i 15 e i 24 anni sono state infettate e che circa 8 milioni di malati sono ancora esclusi dalle cure. L’epidemia di AIDS continua a essere una delle malattie sessualmente trasmissibili più diffuse. Per raggiungere l’obiettivo di scongiurare la propagazione della malattia, si deve comprensibilmente fare in modo che gli ulteriori progressi nelle cure non vengano limitati (o bloccati) da un’implementazione troppo lenta delle strategie per combattere l’HIV.

Seppur si sta facendo molto per le cure, di AIDS si continua a morire, soprattutto nel continente africano dove rimane la principale causa di decesso tra gli adulti. In particolare nell’Africa sub-sahariana, le ragazze tra i 10 e i 19 anni rappresentano la fascia di gran lunga maggioritaria di tutte le nuove infezioni, soprattutto perché chiamate ad affrontare una minaccia tripla: un alto rischio di infezione da HIV, bassi tassi di test HIV e scarsa aderenza al trattamento di HIV. Talvolta, infatti, è proprio il mancato riconoscimento governativo nel decretare la criticità della diffusione del virus a mettere a rischio i piani per rendere il trattamento accessibile a più persone, oltre che a ostacolare l’introduzione di misure che hanno dimostrato di poter prevenire efficacemente la diffusione della malattia. L’attivazione (e responsabilizzazione) della comunità con programmi informativi e di prevenzione appare ad oggi la risposta più efficace per arginare la diffusione dell’AIDS. Un esempio in tal senso viene dal programma del St. Martin CSA in un’ampia zona rurale intorno a Nyahururu, in Kenya (200 km a nord di Nairobi): qua il programma destinato alla cura dei malati di AIDS si completa con un’intensa azione di prevenzione tra i più giovani messa in atto dai centinaia di volontari della stessa comunità, incoraggiati ad attivarsi in prima persona per arginare la diffusione del virus.

Proprio in Italia, invece, si tende ancora a sottostimare la diffusione del virus, non promuovendo un’adeguata informazione con i più giovani o con le categorie più a rischio, o mancando una campagna di incentivo dei test dell’HIV; come evidenzia il direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità, Stefano Vella, “abbiamo ancora un 30% stimato di persone infette che non sanno di avere il virus”. La consapevolezza dei rischi corrisponde a una prevenzione che appare spesso mancare e che torna prepotentemente in auge in questa Giornata internazionale contro l’AIDS che ricorre oggi. La visione di un mondo senza AIDS continua a popolare l’immaginario di governanti e governati. Ma anche degli scienziati. Oggi la stessa Françoise Barré-Sinoussi veste alternativamente i panni della scienziata e dell’attivista, coniugandoli in un unico profilo; la visibilità acquisita col Nobel è divenuto un lasciapassare per perorare la causa della prevenzione e dei progressi farmacologici, anche contro i preconcetti di leader politici e religiosi.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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