Cooperazione internazionale e comunità: quali prospettive?

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Foto: A. Molinari ®

Trento, 18 maggio 2018, volti noti del mondo della solidarietà internazionale e volti nuovi di persone interessate al tema, che si stanno avvicinando a una riflessione sulle prospettive della cooperazione per lo sviluppo locale e l’empowerment. L’occasione per l’incontro è l’ormai consueto appuntamento annuale con il seminario della Carta di Trento, giunto quest’anno alla sua decima edizione, che si conferma ancora una volta come opportunità di approfondimento per valorizzare e arricchire la rete di soggetti che contribuiscono anche alla stesura dell’omonimo documento, con lo scopo di ripensare le buone pratiche della cooperazione internazionale.

Quest’anno il tema individuato per provare ad andare più in profondità rispetto a quello che anche l’Agenda Globale delle Nazioni Unite considera un aspetto fondamentale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 cade nella macro area della Partnership, ovvero dei partenariati, meglio e più saggiamente declinati come partecipazione a processi di costruzione di comunità quali protagoniste non solo nella difesa dei beni comuni, ma anche e soprattutto nella difesa dei diritti e nell’attivazione di trasformazioni sociali rilevanti per il bene di tutti e tutte. Un obiettivo complesso e una parola, quella di comunità, essenzialmente imperfetta e forse per questo ancor più ricca di sfumature e spunti, da maneggiare in ogni caso con cura e da svestire di quell’aura di romanticismo di cui troppo spesso si trova circondata, anche a sproposito.

Coglie in maniera lucida alcune di queste problematiche Ennio Ripamonti, psico-sociologo e formatore e presidente di Metodi, nonché docente a contratto presso l’Università Milano-Bicocca. Lo fa a partire da un inquadramento storico dello sviluppo di comunità, che come approccio nasce proprio dal dibattito sulla cooperazione internazionale nell’alveo di una discussione che risale alla metà degli anni ’50 e che trova il suo primo momento di definizione nel programma Social Progress Through Community Development, elaborato dall’Ufficio Affari Sociali dell’ONU nel 1955. L’Italia in quegli anni aveva altre problematiche da affrontare, ma non dobbiamo dimenticare che è stato proprio il piano Marshall che, nel Sud della penisola, ha formato i primi operatori allo sviluppo di comunità. Tracciare una mappa storico - geografica di concetti così pregnanti e significativi per l’attualità in cui ci muoviamo è interessante per capire le radici di quelle dinamiche in cui spesso gli operatori della cooperazione internazionale, ma anche della sensibilizzazione e della formazione sui territori, si trovano a lavorare.

Nel manifesto elaborato si parla di “un programma che conta sulle comunità locali come unità di azione per cercare di unire l’assistenza esterna con lo sforzo e l’autodeterminazione localmente organizzati”: sono parole molto potenti, specialmente nel contesto storico in cui vengono pronunciate e scritte, e rappresentano fin da allora un punto di vista problematico sia sul modello calato dall’alto sia su quella visione un po’ ingenua per cui le sole risorse interne a una comunità sono considerate, per contrasto, sufficienti. Si tratta quindi di un pensiero che connette esterno e interno, stimolando l’iniziativa e le capacità locali come strumento di mutamento ed evidenziando in particolare alcuni concetti chiave. Per prima cosa la qualità della vita di tutti, al fine di migliorare le condizioni di vita non di un solo settore, ma in un’ottica olistica: non un aspetto scontato, se consideriamo che il welfare che si è sviluppato anche in Italia e dagli anni ’70 in poi è stato di fatto settoriale (anziani., etc.). Si valorizzano inoltre prospettive di integrazione tra professionisti e non professionisti, integrando competenze maturate sul sapere e sull’esperienza e contemporaneamente valorizzando le risorse e le leadership locali (non sempre e in assoluto positive e quindi comunque da intendersi come frutto di una scelta di opportunità a favore del bisogno individuato). Tutto questo senza trascurare l’apporto prezioso delle risorse esterne, promuovendo un’attuazione sistematica e organizzata che attivi i gruppi locali contenendo anche l’intraprendenza e il protagonismo degli attori esterni, con lo scopo di arginare il rischio di quella che viene chiamata “teoria dell’incompetenza appresa”, ovvero l’abitudine all’essere aiutati che rende complici di un meccanismo di abbassamento della competenza e della fiducia nelle proprie capacità. 

Va da sé che in piena globalizzazione il termine comunità vada dunque ripensato globalmente, a partire da ciò che emerge dai quartieri delle nostre città, dove oggi non esiste più la comunità organica “dei vicini”, fondata sulla similitudine e avvalorata dalla sociologia classica. Oggi abbiamo comunità che sono società localizzate, abbiamo un grado di diversità culturale, antropologica, di valori, di provenienza e di culture caratterizzato principalmente dalla differenza, a maggior ragione se ci ostiniamo a immaginare le comunità entro i contorni di un perimetro geografico. Sarebbe quindi meglio parlare di “società globali”, di comunità espulsive. Comunità quindi che, come ben sottolinea Jenny Capuano, già direttrice del Centro per la Formazione alla Solidarietà internazionale e ora direttrice Competenze per la società globale del Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento, stanno attraversando una crisi proprio perché non più identificate per la sola prossimità fisica (e le comunità virtuali ne sono l’esempio più immediato).

Fondamentale diventa quindi ripensare soluzioni di sviluppo locale nell’ottica del decentramento e del trasferimento di funzioni e responsabilità, che non siano standardizzate, ma calibrate sulle comunità stesse come soggetti messi nelle condizioni di immaginare in prima persona come mettere a frutto le proprie risorse e orientare il proprio futuro.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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