Africa tra conflitti e speranza

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Di questi ultimi giorni le notizie dei media su “scontri a Kinshasa”, nel Congo RdC con la precisazione su un numero di 17 morti…

Notizie dirette da Kinshasa ci raccontano che, come già da molti mesi, all’avvicinarsi della data in cui dovrebbero tenersi le elezioni per il cambio della guardia alla presidenza della Repubblica Democratica del Congo, il clima politico si sta surriscaldando. Le notizie non ufficiali raccontavano già in maggio di scorribande e violenze delle squadracce appoggiate dal presidente Kabila contro le sedi dei gruppi di opposizione.

Il presidente Kabila è già stato eletto due volte e la Costituzione, non modificabile dal governo, prevede un’alternanza. Alle opposizioni che stanno emergendo e cercando di creare questa alternanza, il presidente ha opposto diverse argomentazioni. L’ultima, a maggio, è stata che, per fare le elezioni correttamente occorre fare un “censimento totale della popolazione del Paese”, che significa, in termini reali, l’assoluta impossibilità di procedere. Il Congo RDC è un Paese enorme e frazionato in diverse regioni in cui regnano etnie ed eserciti diversi, in cui i paesi occidentali, attraverso multinazionali di ogni genere e di ogni interesse (dal petrolio, ai diamanti, dal coltan all’oro), fanno il bello ed il cattivo tempo, tenendo la popolazione succube e schiava dei propri interessi e dei propri “servizi di sicurezza”.

Già da maggio, come detto, le opposizioni avevano cominciato a lamentare i ritardi nell’indizione di elezioni democratiche. Ora che la data ultima di novembre si avvicina, sono ricominciate le manifestazioni di piazza perché si arrivi a definire una “data certa” per queste votazioni.

La risposta del presidente non ha tardato che qualche ora: tra domenica e lunedì, le squadre di polizia, esercito e seguaci fanatici hanno bruciato molte sedi, a Kinshasa e fuori, dei circoli e dei partiti di opposizione. I dati ufficiali parlano di 17 morti, ma risulta che questi siano quelli delle forze di polizia, mentre le vittime dell’azione delle “squadracce” non vengono dichiarati, ma pare siano oltre una cinquantina.

I paesi occidentali e l’ONU non alzano un dito in difesa della democrazia: potrebbero rischiare di finire nel mirino dei futuri governanti (o “padroni”) del Congo RDC, con notevoli riscontri negativi nei loro traffici più o meno regolari, più o meno leciti, più o meno rispettosi della natura e dei diritti umani ed economici del popolo congolese.

La guerra in Sud Sudan, dimenticata non solo dai media, ma soprattutto dai governi occidentali (escluso USA e Gran Bretagna, coinvolte direttamente nelle forniture di armi e nelle trattative di pace tra i gruppi etnici), si sta “stabilizzando”. La cacciata del primo vicepresidente Riek Machar, a metà luglio, costata oltre mille morti tra militari e civili, e la sua sostituzione con Taban, ha portato ad una situazione di “minor belligeranza” sul campo, soprattutto nella capitale Juba, ma ha prodotto una dispersione dell’esercito fedele a Machar e, di conseguenza, un nuovo inizio di “guerriglia” che non è tale, nel senso tecnico, ma che colpisce la popolazione inerme dei villaggi delle zone in cui i soldati di Machar si sono sparsi… per cui a Yei, a Wau ed in altre zone si verificano continuamente razzie, stupri ed ogni sorta di violenze, nella miglior tradizione.

Il tutto succede mentre al potere continua a trovarsi Salva Kiir, appoggiato da ONU e “paesi civili”, che è sotto processo per crimini di guerra e per il genocidio perpretato nel nord del paese durante la guerra successiva alla secessione dal Sudan.

Nello stesso momento in cui in questi paesi non si sa cosa succederà domani, è di buon auspicio vedere ad Assisi, nell’incontro organizzato dalla Comunità di S. Egidio, il nuovo presidente della Repubblica Centrale Africana, eletto dopo la visita di Papa Francesco a Bangui nel novembre dello scorso anno, pregare per la Pace e per i paesi che soffrono tutti degli stessi mali.

La mancanza di democrazia, la corruzione, la guerra continua e fratricida, sono i mali evidenti, ma anche e soprattutto la depredazione di terreni e materie prime, che sarebbero sufficienti a sottrarre questi popoli alla fame, producono la necessità di fuga di questi popoli verso i paesi occidentali.

Intanto l’Europa pensa ancora a soluzioni per la “crescita economica continua” contemporaneamente ad una continua “politica economica di austerità” ed a creare muri contro “l’invasione” da parte dei profughi dalle terre martoriate di Africa.

Paolo Merlo

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