Isolati!

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Foto: Asianews.it

Non so se è stata la lettura adolescenziale de “L’Isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, l'idealizzazione della Mompracem raccontata da Emilio Salgari o più semplicemente il maestrale respirato durante le vacanze in Sardegna da piccolo, il risultato è che io da sempre amo le isole e gli isolani. Questo infantile innamoramento geografico, culturale ed estetico, non mi ha per fortuna impedito di cogliere le complicazioni e le difficoltà che “l’isola” può mostrare nella sua doppia valenza: quella di paradiso da raggiungere e quella di limite dal quale evadere, a seconda che tu sia un turista o un isolano. Per questo la scelta del Bangladesh di trasferire sull’isola di Bhashan Char migliaia di profughi musulmani Rohingya mi ha lasciato alquanto perplesso, anche se certamente non stupito.

A fare scuola con questa “soluzione isolata” dei flussi migratori è stata l’Australia che accetta annualmente alcune centinaia di rifugiati attraverso i canali delle Nazioni Unite, ma per le altre migliaia di persone che cercano di raggiungerla in maniera "illegale" Canberra ha concepito nel 2013 il Regional Resettlement Arrangement  (Rra), dirottandoli su alcune isole del Pacifico, tra cui la repubblica di Nauru, considerata la repubblica indipendente più piccola del mondo e l’isola di Manus che fa parte della Papua Nuova Guinea. In questo modo i disperati che bussano alle porte dell’Australia sono tolti dalla vista degli australiani e il Governo di Canberra può evitare di preoccuparsi dei loro diritti umani, visto che sono trattenuti in paesi stranieri dove la giurisdizione australiana non conta nulla, ma dove è invece possibile, in attesa di rimandarli nelle nazioni di origine, lucrare (e non poco) sui migrantiQui, infatti, secondo il rapporto del 2017 di Amnesty International “L’i$ola del tesoro, la multinazionale spagnola Ferrovial e la sua sussidiaria australiana Broadspectrum (acquisita da Ferrovial nell’aprile del 2016) stanno facendo i milioni sulle spalle dei migranti.

Non sappiamo se è stato anche l’aspetto economico a convincere il Governo di Dhaka a trovare una soluzione per alleggerire  i campi profughi di Cox’s Bazar al confine con il Myanmar, dove sono ammassate da mesi circa 740mila persone. In realtà già a fine febbraio Shahidul Haque, il segretario della Difesa del Bangladesh, aveva detto davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: “il mio Paese non può più sopportare il peso dell’accoglienza dei profughi Rohingya” perché la crisi dei profughi musulmani scappati dallo Stato birmano del Rakhine è passata “di male in peggio”. Di fatto con lo scoppio delle violenze tra esercito birmano e militanti dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) nell’agosto 2017, migliaia di musulmani Rohingya hanno attraversato il confine e si sono insediati in Bangladesh. Il ritorno in patria volontario dei primi 2.260 rifugiati era stato previsto per lo scorso 15 novembre, ma nessuno ha però espresso la volontà di tornare indietro, almeno fino a quando il Myanmar non garantirà loro sicurezzadiritti e cittadinanzaUna situazione delicata che anche Christine Schraner Burgener, nominata ad aprile 2018 inviata speciale delle Nazioni Unite in Myanmar, ha voluto evidenziare lo scorso marzo testimoniando i “progressi troppo lenti” nel preparare il rientro a casa di migliaia di Rohingya. 

Mentre Volker Turk, assistente dell’Alto commissario dell’Unhcr (Agenzia Onu per i rifugiati), ha ammesso il 21 marzo scorso “che il processo di rimpatrio sarà un lungo cammino”, il Governo di Dhaka ha scelto l’isola di Bhashan Char, una terra emersa nel 2006, per iniziare a trasferire da aprile migliaia di profughi, allentando così la pressione demografica su Cox’s BazarAnche se le Nazioni Unite, che hanno dato l’ok al progetto e si sono dette disponibili ad assistere economicamente il Bangladesh nelle operazioni di ricollocamento, assicurano che i trasferimenti dei profughi saranno “volontari, sicuri e sostenibili”, molte ong hanno espresso forti dubbi sull’opportunità di un’operazione che assomiglia più ad una deportazione che ad un’operazione a tutela dei diritti umani di questa popoloCollocata a circa un’ora di battello dalla terra ferma, l’isola di Bhashan Charogni rappresenta un’area particolarmente critica visto che ogni anno viene investita dalle piogge monsoniche e non è scontato riuscire a proteggere il nuovo campo profughi dalle raffiche di vento e dalle inondazioni provocate dal monsone. Nonostante questo per Dhaka è cruciale procedere ai trasferimenti sull’isola fangosa e il Governo prevede che saranno almeno 100mila i profughi che saranno "convinti" a spostarsi nel nuovo insediamento dove i lavori per l’edificazione di casette in muratura e l’innalzamento del terreno di tre metri per arginare le maree procedono da mesi e sono già costati circa 280 milioni di dollari.

Una soluzione da “isolati” quella dei Rohingya che saranno trasferiti a Bhashan Char che tuttavia forse non sarà peggiore di quella dei campi profughi di Cox’s Bazar dove lo scorso giugno sono rimaste ferire ed uccise diverse persone a causa delle forti precipitazioni che hanno provocato allagamenti e frane. In un comunicato stampa la “Inter Sector Coordination”, alleanza di Ong che lavorano con i profughi, aveva pubblicato i numeri della devastazione del monsone: “Piogge e tempeste hanno pesantemente afflitto la vita di 28.373 persone. Di queste, 32 sono rimaste ferite e due uccise, compreso un bambino. Altri 6.023 rifugiati sono stati colpiti [dagli effetti] delle valanghe. Allo stesso tempo, le precipitazioni hanno danneggiato 3.302 case, 22 pozzi e 298 bagni”. Ad oggi secondo l’Organizzazione mondiale della sanità con il prossimo monsone sia a Cox’s Bazar che a Bhashan Char le pessime condizioni igienico-sanitarie in cui vivono i Rohingya, insieme al ristagno delle acque, potrebbero scatenare vere e proprie epidemie di dengue, chikungunya, tifo, epatite E e malariaA queste si aggiungono i possibili problemi respiratori, infezioni e dissenteria. Possibile che le Nazioni Unite non sappiano fare di meglio?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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