Dalla community alla comunità #2

Stampa

Foto: Anna Molinari ®

[Qui la prima parte]

Ci troviamo di fronte a uno scenario fino a pochi anni fa impensabile. Nessuno intende screditare l’utilità e i vantaggi delle nuove tecnologie e dei social tout court, ma non si può fare a meno di rilevare come il trasferimento dei più giovani da Facebook (ambiente protetto delle cerchie di simili, ormai popolato solo da over 30 e associazioni) a Instagram, luogo dove il dialogo non esiste nemmeno più, abbia ancor più acuito queste tendenze a diventare monadi dell’esistere: si comunica attraverso i selfie, con un linguaggio di autorappresentazione che sposta il like da quello che viene detto a colui/colei che lo dice. Anziché una finestra sul mondo, citando Papa Francesco, i social sono vetrina per le nostre urgenze individuali, che diventano il nostro principale criterio di valutazione. Insomma, valgo nella vita in base a quanti like ho in rete, e se non ne ho abbastanza, quei like, li compro.

Via ogni imbarazzo, via ogni inibizione, il nativo digitale è solo rispetto ai riferimenti degli adulti disorientati, solo rispetto ai coetanei, solo rispetto alla sfida delle relazioni intra-umane: ma nella solitudine di una stanza, con il cellulare in mano a scattarsi fotografie senza riscontri di realtà, ci sono davvero meno pericoli che in cortile? Perché questo hanno probabilmente pensato molti adulti quando ancora non immaginavano la deriva che avrebbe preso il fenomeno. Il corpo e il cervello percepiscono e si abituano a questa solitudine: non litigare non è più un vantaggio (se mai lo sia stato), perché si traduce di fatto nel non dialogare. E in questa confusione trans-generazionale, in cui le due istituzioni da sempre deputate all’educazione dei giovani, la scuola e la famiglia, non sono più alleate, ecco che subentra l’influecer a dominare la scena. 

Un ruolo per gli educatori è però ancora possibile, proprio alla luce del fatto che ogni generazione calibra le proprie competenze sulla disponibilità tecnologica che incontra. Ai nativi digitali va riconosciuta una manualità senza eguali, ma saper muovere uno strumento non significa saperlo utilizzare: la ripetizione di pochi gesti meccanici non equivale a possedere spessore psicologico o capacità di approfondimento. Di fatto, la competenza è la grande assente. E proprio qui, probabilmente, si apre la crepa dove l’educatore può inserirsi, dando un senso nuovo a questi comportamenti, suggerendo filtri interpretativi che internet non solo non fornisce in maniera consapevole (lasciamo perdere gli algoritmi), ma nemmeno favorisce.

Proprio su questa riflessione si innesta il collegamento e anche, in parte, il ruolo, degli “educatori della carta stampata”. Se il giornalismo è il cane da guardia della democrazia, è compito di chi scrive avere costantemente presente il mantra della comunicazione:n “le parole sono pietre”. Le parole modellano, plasmano, migliorano, incidono, modificano la realtà. In questo senso la Carta di Assisi, documento firmato lo scorso maggio e definito da Giulietti non una “carta dei giornalisti né una carta deontologica, ma una dichiarazione di fratellanza universale contro il muro dell’odio, che chiama in causa tutti gli operatori di pace”, è un “manifesto internazionale contro i muri mediatici” e contiene spunti imprescindibili per chi usa le parole in modo professionale, certo, ma è memorandumvalido anche per ciascun cittadino. Un impegno sottoscritto non solo dal mondo laico, ma anche dai rappresentanti delle tre grandi religioni monoteiste, che invitano a scrivere degli altri quello che vorremmo fosse scritto di noi, a fidarsi dei dati e non degli slogan che innescano desiderio di pistole anziché di sicurezza sociale(un esempio su tutti il confronto tra i numeri, tanti e spesso sbagliati, sull’immigrazione, e gli altri numeri, pochissimi e poco noti, sulle morti sul lavoro, per cui l’Italia veste la maglia nera d’Europa). Un impegno quindi a farsi scorta mediatica delle verità e delle periferie, anche a fronte degli assurdi tagli al mondo dell’editoria, che amputano di netto la pluralità delle voci, molte delle quali provengono dai territori e sono nicchie che difendono le differenze. Ma le alleanze che fanno più paura a chi lavora per l’omologazione e il controllo imposto da un pensiero unico, si sa, sono proprio quelle tra le diversità che creano ricchezza. Come recita il pay off del Washington Post, “la democrazia muore nel buio”.

La percezione diffusa, interviene Don Ivan Maffeis, è purtroppo quella di un peggioramento delle condizioni non solo in termini economici, ma anche esitenziali, che mette in discussione la serenità e la fiducia di ciascuno e spesso si traduce in un linguaggio rancoroso di cui tutti, prima o poi, abbiamo esperito o subito la potenza: siamo sempre più risucchiati dalla tentazione di diventare “comunità difensive”(Pagnoncelli), che si chiudono dentro cerchie ristrette, protettive, rassicuranti e che hanno bisogno di un nemico e di una minaccia per rafforzarsi. Atteggiamento che, in rete, trova un possibilità enorme di espressione (basti pensare al tragico squallore dei commenti in calce a certi articoli di giornale, motivo che ha indotto alcune testate a impedire l’intervento diretto dei lettori proprio per evitare di fomentare l’odio). 

Se i nuovi media rappresentano una scorciatoia per abbattere l’ignoranza (i social da strumento di messaggistica diventano improvvisamente veicolo primario di trasmissione di contenuti, che però non aumentano le competenze o la capacità di utilizzo di strumenti cognitivi, ma solo il coinvolgimento emotivo), sono anche luogo in cui la fatica e la costanza delle relazioni vengono bypassate a pié pari, generando una comunicazione diretta in assenza di gerarchie e strutture verticali, che è certo positiva, ma solo a condizione che la comunità sia costruita insieme e nel dialogo. E Don Ivan, riprendendo il discorso del Presidente Mattarella di fine 2018, ricorda bene come nessun luogo sia destinato a essere un non-luogo, finché sia presidiato da chi abbia il coraggio di opporsi al silenzio o alle ingiurie.

Esiste dunque una via per uscire da questa condizione frustrante e disarmante? Forse sì, e i comunicatori hanno probabilmente più strumenti di quanti pensino:per quanto impopolare, è urgente ritarare l’attenzione sullo studio dell'oggetto, a prescindere poi dai media attraverso cui se ne darà notizia. A cominciare dalla selezione attiva delle notizie, senza cedere a chi le vuole invece imporre, e tenendo presente alcuni riferimenti essenzialie soprattutto, onesti sintetizzati dal prof. Pascuzzi: farsi guidare dall’interesse pubblico e non diventare cassa di risonanza della politica; rispettare i fatti e recuperare prestigio sociale e credibilità, adempiendo al dovere di verità e di verifica delle fonti; usare un linguaggio chiaro, preciso e non ambiguo, senza dimenticare che gli ingredienti dell'’esercizio corretto della professione stanno nel favorire la partecipazione, le scelte ponderate e la democrazia, rafforzando i legami sociali.

Se quindi, come ricordato in precedenza, “le parole sono pietre”, allora citando Papa Francesco usiamole per costruire ponti: nell’uso responsabile del linguaggio vive l’unica possibilità di una “buona informazione”, che è quella che lavora alla ricostruzione del tessuto comunitario, non alla sua distruzione.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

Ultime su questo tema

Manovre contro Unrwa e diritti profughi

17 Settembre 2019
Sono oltre cinque milioni. Chiedono da 71 anni di poter tornare alle terre di origine, come è concesso a tutti i rifugiati. Il rifiuto di alcuni paesi di assorbire profughi palestinesi non sco...

I dilemmi della lotta per il clima e l’ambiente

16 Settembre 2019
La crisi climatica al centro degli allarmi lanciati da Greta Thunberg marcia parallelamente a una crisi ambientale, anch’essa planetaria, come ci ricordano sempre quelli di Extinction Rebellion, la...

Asia Bibi parla per la prima volta: Giustizia per le vittime innocenti di blasfemia

10 Settembre 2019
La donna cristiana assolta dall’accusa di oltraggio al profeta Maometto è fuggita in Canada. Ricorda il dolore nel vedere le figlie crescere senza di lei e rivela di aver spesso pensato di non usci...

Libano: cedri e fiumi ce la faranno?

05 Settembre 2019
Non bastava l’allarme per il cedro, albero simbolo del Paese, ambientalisti e società civile libanesi si mobilitano contro l’inquinamento del fiume Litani. (Alessandro Graziadei)

Da Roma ad Atene, occupazioni sotto attacco

04 Settembre 2019
Nel luglio di quest’anno Nuova Democrazia è salita al potere in Grecia con la promessa di reprimere l’immigrazione e le reti di solidarietà che aiutano i rifugiati. Nelle ultime settimane hann...

Video

RAI3: Presa Diretta: Migranti (parte 1 di 10)