Dalla community alla comunità #1

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Foto: Anna Molinari ®

Eccoci, l’ennesimo corso di aggiornamento per confermare la regolarità dell’iscrizione all’albo dei giornalisti, una di quelle occasioni dove generalmente le facce sono svogliate, chi scrive, chi legge, chi chiacchiera con il vicino, chi armeggia ininterrottamente su qualche device… Raramente chi ascolta. Queste le premesse che mi accompagnano alla mattinata per discutere del tema “Dalla community alla comunità”. In più, figurati, siamo ospitati al Vigilianum, il Polo Culturale Diocesano di Trento e io, con le “cose di chiesa”, non ci vado poi così d’accordo.

E invece.

Invece la tavola rotonda che ha proposto il dialogo tra il prof. Giovanni Pascuzzi, ordinario della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, Mauro Berti, educatore, autore e formatore, Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e don Ivan Maffeis, Direttore dell’Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali della CEI cattura fin da subito l’attenzione. Un confronto aperto, vigoroso e appassionato su temi importanti per noi giornalisti, certo, ma forse ancor più per noi cittadini che, da un lato, partecipiamo attivamente alle più varie piattaforme espressive (dai bar a Facebook, da Instagram alle cabine elettorali) e, dall’altro, dalle parole altrui siamo sopraffatti, soprattutto alla luce di un’epoca in cui gran parte della comunicazione ha traslocato sui social.

L’editoriale di Mark Zuckerberg, uscito qualche giorno fa sul Washington Poste richiamato da Pascuzzi a inizio discussione, serve da pista di lancio per rilevare in maniera particolarmente schietta quanto questo trasloco non sia stato fatto proprio per bene: gli utenti della rete non sono in grado di governarsi da soli (tradotto: l’esistenza di una netiquette non è affatto garanzia della sua applicazione); i grandi player della rete che avevano pensato di diventarne anche i garanti si sono rapidamente arresi all’evidenza della sua incontrollabilità; la palla passa quindi a chi da sempre disciplina i comportamenti delle persone, id est i Governi (o le istanze sovranazionali, là dove esistono), che non sembrano però raccapezzarsi in questo nuovo scenario. Insomma, le regole non piacciono ma servono, perché se l’informazione è alla base della democrazia, occorre tutelarla, a maggior ragione quando i diversi tipi di comunicazione pubblica non sono più tra loro così facilmente riconoscibili e comunicazione istituzionale, politica, sociale, giornalistica e pubblicitaria sono troppo spesso sovrapposte e confuse. 

Inutile dire che in questa anarchia di strumenti e finalità, stanare l’etica è alquanto sfidante, soprattutto se si pensa a quegli elementi imprescindibili della comunicazione già individuati da Habermas e da pensatori a lui vicini: verità, veridicità, comprensiblità, correttezza normativa, senza dimenticare la disponibilità a cambiare idea se gli argomenti della controparte sono migliori. Aspetti che non possono non risultare non solo disattesi, ma quasi anche anacronistici nell’era della comunicazione online, dove è evidente che ben poco di ciò che prima funzionava trova ora lo stesso rispetto o la stessa autorità: non basta parlarsi per intraprendere un dialogo [...] due monologhi non fanno un dialogo”. La parole sono quelle di Norberto Bobbio, nel 1996, ma fanno eco all’attualità in modo disarmante.

Come ha recentemente approfondito anche Unimondo con l’aiuto di Bruno Mastroianni, la realtà è che non esiste ormai dibattito pubblico che non sfoci nell'insulto, che è il modo migliore per eludere i problemi: non si entra mai nel merito della questione e si sublima il disprezzo, perché non si riconosce l'altro come interlocutore. Fatto.

Insomma, “c'è bisogno di persone credenti e credibili”, per parafrasare San Venceslao, ma oramai si vive di slogan, si manipolano i fatti e si sguazza nell’ambiguità, indiscussa protagonista dell’agire comunicativo che evita il conflitto, il senso di colpa e la fatica della coerenza. E, in fondo, ci rende così umani.

Di fatto però questo tipo di comunicazione non fa che sbriciolare la coesione sociale, a partire dalle generazioni più giovani. Lo conferma Mauro Berti: è necessario ridisegnare prospettive di interazione per le nuove generazioni, ma anche per gli educatori stessi, scombussolati da una tecnologia che dominano meno dei ragazzi per cui dovrebbero essere punto di riferimento come sempre è stato nella storia, fuori dagli ambienti virtuali. In quelle che gli anglosassoni chiamano echo-chambers funziona così: ciascuno sostiene la sua tesi online, convinto che sia l’unica esistente e ancor più convinto che ci siano miliardi di persone ad ascoltarlo, quando spesso è un monologo per racimolare qualche like. Questi, mai abbastanza, non fanno che alimentare la solitudine, la chiusura mentale e… le liste dei preferiti, che ci rafforzano solo rispetto ai nostri gusti, semplificandoci la vita mentre ci tolgono opzioni. Ma, si sa, il venir meno della possibilità di scelta è il venir meno, da un lato, della molteplicità e, dall’altro, della capacità critica e di confronto, indubbi valori di un vivere democratico e partecipativo, subdolamente, impercettibilmente e progressivamente oscurato. 

Ma allora, noi, cosa possiamo fare? [Segue domani...]

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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