Giustizia e criminalità

Stampa

“La giustizia è il fermo e assiduo desiderio di rendere a ciascuno il dovuto”. (Giustiniano)

 

Introduzione

In questa scheda ci si trova a dover rispondere alla stessa domanda che Platone si poneva nel de Repubblica: che cos’è la giustizia? Una questione che l’intera umanità ha affrontato nel corso dei secoli e che risulta essere strettamente legata al tipo di società in cui ci si trova a vivere. Una nozione che, forse per la sua risonanza e per il significato emotivo che porta con sé, non trova una definizione univoca e globalmente riconosciuta.

Anche storicamente diversi autori parlano ed hanno parlato di questioni di giustizia ma leggendo i loro scritti pare si riferiscano a concetti differenti, come se la “giustizia” avesse significati diversi e tra loro incompatibili. Ciò che appare evidente è che le diverse concezioni sviluppatesi, da quelle razionaliste, giusnaturalistiche ed utilitaristiche, alle più recenti concezioni formali, assumono caratteri diversi in risposta al periodo in cui si sviluppano.

Si può pertanto comprendere come le diverse idee di giustizia emerse nei secoli siano espressione di un tempo, di un particolare tipo di società, sebbene abbiano preteso di avere valenza universale. I temi della giustizia sono oggi ancora fonte di un ampio dibattito che non ha ancora trovato soluzione. Di seguito si cercherà di effettuare un ragionamento su alcuni dei punti più significativi inerenti a questo tema sfaccettato e complesso.

 

Le forme della giustizia

Questa impossibilità definitoria, non preclude tuttavia l’opportunità di descrivere le diverse forme in cui la giustizia può essere intesa. Si possono distinguere principalmente due forme di giustizia: distributiva e retributiva. La giustizia distributiva, come scriveva Aristotele nell’etica Nicomachea, ha come obiettivo l’equità, una ripartizione giusta delle risorse tra i membri della società. E' quella giustizia che si ritrova nella Costituzione, una giustizia che assegna doveri e benefici a diverse classi di individui al fine di creare un equilibrio.

Di contro, la giustizia retributiva richiama l’idea di uno scambio: il bene viene ricambiato con il bene ed il male con il male. Al di là di ciò che è considerato bene e di ciò che è considerato male, secondo questo approccio si ha giustizia nella misura in cui si retribuisce con una ricompensa ciò che è bene e si reagisce ad un torto con una punizione al fine di ricreare l’equilibrio. Parlando di giustizia ci si può quindi riferire ad idee, prospettive e principi differenti, i quali hanno trovato storicamente diversa applicazione nelle diverse società ed all'interno di una stessa società.

 

Giustizia per le vittime di reato

Passando da un profilo meramente teorico e filosofico ad uno pratico, risulta chiaro come la giustizia non possa limitarsi ad essere un concetto astratto; al contrario essa deve estrinsecarsi in qualcosa di tangibile. Quindi, se da un lato si ha la giustizia come ideale espresso dalla filosofia del diritto, dall’altra c’è la giustizia intesa come espressione del diritto positivo, ossia quello che vige in uno specifico ambito politico-territoriale in un determinato arco temporale e che si manifesta sotto forma di leggi.

Tra le norme del diritto vigente, quelle che si occupano di fatti lesivi per la società costituiscono il diritto penale. Nella sua accezione penale la giustizia viene quindi ad esprimere “conformità alla legge”: è giusto ciò che è conforme alla legge, è ingiusto ciò che non lo è. In questa visione è evidente come strettamente legato al concetto di giustizia sia, appunto, quello di pena. Le teorie della pena si sviluppano per giustificare l’inflizione della stessa e, seppur nella loro varietà, possono essere sostanzialmente ricondotte a tre filoni fondamentali: teoria retributiva, teoria preventiva generale e teoria preventiva speciale.

La prima di queste teorie, che riprende appieno le forme della giustizia retributiva, parte dal presupposto che sia giusto punire per ricompensare ad un male che un uomo ha inflitto alla società o ad un altro uomo. In questo è determinante l’aspetto della proporzionalità: per essere giusta una pena deve essere commisurata al reato commesso. In questo senso la pena viene pertanto ad assumere un valore di vendetta, una sorta di “legge del taglione” che vede la pena come giusta anche se non rispondente ad alcuno scopo specifico; cosa che, invece, è propria delle teorie preventive.

Esse si concentrano, infatti, sugli effetti della pena. Nella sua accezione generale, la teoria preventiva fa leva sull’efficacia intimidatoria della pena, la quale, facendo affidamento su una spinta psicologica, dovrebbe neutralizzare eventuali criminali a compiere l’azione. Nella sua declinazione speciale la teoria preventiva si concentra, invece, sull’autore del reato con la prospettiva che la pena faccia sì che lo stesso non sia recidivo. Questo obiettivo può essere perseguito aiutando il reinserimento del condannato nella società (risocializzazione) se ciò non fosse possibile attraverso l’intimidazione e, come extrema ratio, cercando di rendere il soggetto inoffensivo (neutralizzazione).

Analizzando queste teorie è evidente come in tutto questo manchi totalmente la figura della vittima. Quale ruolo riveste la giustizia per le vittime? A ben pensare la vittima di reato non ottiene sostanzialmente giustizia dalla mera comminazione della pena o dalla possibilità della rieducazione del reo. Basta chiedersi, infatti, quale può essere la riparazione per le vittime degli attacchi terroristici, dei genocidi, delle atrocità dei regimi totalitari e dittatoriali che storicamente hanno inflitto sofferenze a centinaia di milioni di persone. Quindi, oltre al danno, spesso le vittime subiscono l’indifferenza e l’esclusione da parte degli organi preposti a garantire la giustizia.

Per cercare di affrontare la questione, nel 1985 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha redatto la Risoluzione n. 40/34 nella quale vengono dichiarati i Principi base della Giustizia per le Vittime di crimini e di abusi di potere. Obiettivo di questa Risoluzione è quello di agire sulla criminalità, ma non solamente con intenti repressivi nei confronti degli agenti, quanto piuttosto garantendo risarcimento morale e materiale alle vittime. Questa Dichiarazione, sebbene non vincolante, ha rappresentato per gli Stati membri un’importante fonte di ispirazione per le politiche a favore delle vittime. Le Nazioni Unite hanno in seguito ripreso il tema nella Risoluzione n. 1999/26 sullo sviluppo ed attuazione di interventi di mediazione e giustizia riparativa nell’ambito della giustizia penale, incoraggiando l’uso della mediazione nei procedimenti penali.

Ulteriori iniziative sono state altresì intraprese a favore delle vittime di crimine organizzato e di traffico di esseri umani. Anche il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea si sono mossi nella direzione tracciata dalle Nazioni Unite richiamando gli Stati membri a riconoscere e garantire un ruolo e diritti alle vittime, purtuttavia non prescindendo dal procedimento penale. Tra le altre, da citare sono la Raccomandazione del Consiglio d’Europa n. 85/11 del 1985 sulla posizione della vittima nel diritto e nella procedura penale e la Decisione Quadro del Consiglio dell’Unione Europea del 2011 sulla posizione della vittima nel procedimento penale.

 

“Giustizia” per gli imputati

La ricerca della giustizia, di un trattamento equo, riguarda anche la figura dell’imputato. Il modo in cui vengono condotti processi è, infatti, anch’esso espressione di giustizia nel rispetto dei diritti e degli interessi di tutte le parti coinvolte. In particolare è necessario che anche all’imputato, in quanto persona, venga garantito nell’iter processuale il rispetto dei diritti fondamentali.

Questi sono sanciti agli articoli 9, 10 e 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in cui si legge “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto, esiliato. Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, a una equa e pubblica udienza davanti a un tribunale indipendente e imparziale, al fine di determinare dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta” e ancora “ogni individuo accusato di reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa”. Principi che ritroviamo all’articolo 6 della Convenzione Europea per i diritti (CEDU) in cui si parla di procés equitable (processo equo) e all’articolo 14 del Patto Internazionale sui Diritti civili e politici del 1966.

Quelli sanciti nelle sopracitate Convenzioni costituiscono i requisiti del “giusto processo” ossia l’imparzialità del giudice, il rispetto per la persona dell’imputato, la pubblicità delle udienze e l’inviolabilità della difesa. I primordi di questi principi si ritrovano già nella Magna Charta Libertatum del 1215 al cui capitolo 39 si legge “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, multato, messo fuori legge, esiliato o molestato in alcun modo, né noi useremo la forza nei suoi confronti o demanderemo di farlo ad altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la legge del regno” e nell’esperienza costituzionale americana che al V emendamento cita “nessuno potrà essere sottoposto due volte, per un medesimo reato, a un procedimento che comprometta la sua vita o la sua integrità fisica; né potrà essere obbligato, in qualsiasi causa penale, a deporre contro se medesimo, né potrà essere privato della vita, della libertà o dei beni, senza un giusto processo […]”. Principi che quindi si ritrovano nella storia del diritto e che a livello italiano sono inseriti all’articolo 111 della Costituzione, modificato con legge costituzionale del 23 novembre 1999 n.2; la quale, seppur con qualche modifica, riprende nel contenuto gli art. 3 e 6 della CEDU.

Parlando di “giusto processo”, o di processo equo, ci si ritrova dunque ad affrontare un’idea di giustizia come concetto ideale, preesistente al diritto positivo e che viene evocato da quelli che i giuristi chiamano “i principi generali del diritto”. La giustizia quindi per tutti, anche per gli imputati, i quali devono vedere rispettati i loro diritti inviolabili tanto nel processo, quanto nell’esecuzione della sentenza. Cosa che in realtà non sempre avviene. Ad esempio, se si va ad analizzare la pena detentiva ci si imbatte in situazioni che ledono tali diritti. Basti pensare al sovraffollamento esistente nelle carceri del nostro paese.

Una condizione che, talvolta, ha portato e porta i prigionieri a trovarsi a stare in luoghi in cui mancano le condizioni minime di vivibilità; tanto che persino la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato più volte lo Stato Italiano per violazione dell’articolo 3 della CEDU. Ultimo caso quello della sentenza del 16 luglio 2009, nella quale viene ribadito che “la flagrante mancanza di spazio […] è di per sé costitutiva di un trattamento disumano o degradante” e quindi violante i Diritti Umani. Una situazione, quella delle carceri, che tuttavia non è propria solamente del nostro paese. Problemi di sovraffollamento caratterizzano, particolarmente nell’ultimo decennio, le carceri degli Stati Uniti e sono presenti anche in altri Stati europei quali Gran Bretagna, Spagna e Paesi Bassi.

 

Una giustizia senza pena: la restorative justice

Si è visto in precedenza come tradizionalmente vengano intese due idee di giustizia: distributiva e retributiva. Accanto a queste, però, va presa in considerazione anche la restorative justice: la giustizia ricostitutiva o riparativa. Alla base di questa concezione vi è la volontà di ricreare una riconciliazione tra le parti coinvolte, quindi di una giustizia come reintegrazione, come riparazione del danno e ricostruzione di un’intesa. Un tipo di giustizia, oltre la giustizia penale internazionale, che ricerca la verità nel processo e fa diventare quest’ultimo il luogo del riconoscimento reciproco di vittima e colpevole.

Questo tipo di approccio, sebbene sia anche alla base della mediazione penale, sembra tanto più significativo quando ci si trova di fronte a crimini che, come diceva Hannah Arendt, “non si possono né punire né perdonare”; ovvero quelli contro l’umanità, per i quali ogni pena pare incapace di assolvere ai propri fini siano essi retributivi o preventivi.

Esempi di applicazione di questo tipo di giustizia sono le Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, come quella istituita nel 1995 in Sudafrica a seguito della fine del regime dell’apartheid. In questo contesto vennero svolti dei processi per identificare personalmente gli autori delle violenze commesse, senza tuttavia infliggere loro una pena che, comunque, sarebbe stata percepita come inadeguata. A chi riconosceva spontaneamente le proprie colpe veniva concessa l’amnistia, in un approccio che lascia spazio al perdono e pone al centro non la punizione, bensì il riconoscimento del torto subito. Questo perché lo scopo del processo non era la vendetta o la riparazione del danno, ma la ricerca di una via per costruire un futuro comune che passasse dalla ricostituzione di un legame spezzato con il riconoscimento della violenza.

 

Giustizia e crimine: due concetti relativi

Si è fin qui cercato di mettere in luce il concetto di giustizia legato alla creazione di un equilibrio, inteso come il “trattare in modo giusto”. Tuttavia, occupandosi di criminalità, sorge anche la questione della giustizia intesa come comportamento conforme alla legge.

Affrontando la questione da un punto di vista sociologico, bisogna partire dall’idea che la società è regolata da norme e chi non le rispetta viene considerato un soggetto “deviante”. Muovendosi dal piano delle norme in generale a quelle più specifiche del diritto, ed in particolare del diritto penale, si avrà che chi attua una condotta deviante dalla legge commette un reato. Le norme, e quindi anche le leggi, sono espressione della società e dei suoi valori; pertanto la sociologia teorizza il crimine come costruzione sociale, quindi come un concetto, almeno in parte, relativo. Infatti, al di là di chi lede i diritti inviolabili, si avrà che società diverse definiranno come criminosi fatti diversi. Di conseguenza a cambiamenti nella società, corrispondono o devono corrispondere aggiornamenti della legislazione per regolamentare azioni lesive per la collettività. Questo al fine di evitare che taluni comportamenti rimangano impunti solo a causa di un vuoto normativo poiché nullum crimen sine lege.

 

Bibliografia

- Barbagli M., Colombo A., Savona E. U., Sociologia della devianza. Il Mulino, Bologna, 2003
- Garapon A., Crimini che non si possono né punire né perdonare. L'emergere di una giustizia internazionale. Il Mulino, Bologna 2004.
- Maffettone S., Veca S., L’idea di giustizia da Platone a Rawls. Laterza, Roma-Bari 1997.
- Martini C.M., Zagrebelsky G., La domanda di giustizia. Einaudi, Torino 2003.
- Packer H.L., I limiti della sanzione penale. Giuffrè, Milano 1978.
- Perelman C., La giustizia, Giappicchelli. Torino 1959.
- Stella F., La giustizia e le ingiustizie. Il Mulino, Bologna 2006.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Elisa Bertè)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Giustizia e criminalità" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Politica/Giustizia-e-criminalita.

Video

Riccardo Iacona: Viaggio nell'inferno delle carceri italiane