Etica e sistemi di valori

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“Non tutto ciò che può essere contato necessariamente conta e non tutto ciò che conta può necessariamente essere contato”. (Albert Einstein)

 

Introduzione

Da sempre ogni comunità umana s’è data delle regole e delle norme di comportamento in grado di affrontare le varie situazioni che segnavano la vita del gruppo. Si trattava per lo più di consuetudini, la cui origine si perdeva nella notte dei tempi, legate soprattutto ai riti di passaggio – nascita, matrimonio, morte – oppure ai rapporti con altri membri del clan - in occasione di controversie – e infine alle relazioni con gruppi estranei – guerra, pace, alleanza. Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Con il progresso della civiltà queste norme, quasi sempre tramandate oralmente, divennero scritte assumendo la caratteristica di legge, magari offerta agli uomini dagli dèi o decretata dal sovrano ma comunque testimonianza concreta di alcuni principi condivisi, a sostegno della vita collettiva. La legge era un’espressione non solo del bisogno di regolare rapporti umani e sociali sempre più complessi, ma era anche il simbolo della cultura della comunità, piccola o grande essa sia stata. La legge (che poteva essere non scritta) rappresentava, insieme alle varie forme artistiche, ai rituali religiosi, all’ordinamento politico, la concretizzazione di una particolare visione del mondo.

Con il trascorrere del tempo, le grandi civiltà si sono molto differenziate tra di loro costituendo i sistemi di valori che ancora oggi fondano i più importanti modelli di pensiero e i più diffusi modi di vivere. Quei modelli che, con il processo di globalizzazione, si incontrano e si scontrano inevitabilmente, cercando però possibili punti di convergenza.

 

Dalle consuetudini del gruppo all’etica individuale

Nel corso della storia abbiamo assistito a due grandi traiettorie. Da un lato, come abbiamo detto, con il progresso delle civiltà, si sono formati sistemi sempre più complessi, norme etiche stringenti che quasi sempre non potevano distinguersi dall’orizzonte religioso, perché derivanti da esso. Questi sistemi, pur non essendo completamente isolati l’uno dall’altro (numerosi erano gli scambi commerciali e i contatti tra le civiltà), hanno però generato approcci valoriali alla realtà molto distanti tra loro e che oggi, per esempio, distinguono oriente e occidente, mondo arabo e culture tradizionali.

Ora l’incontro tra questi sistemi di valore è quotidiano e descrive la vita delle nostre città, gli incontri tra le persone, i progetti di futuro. Dall’altro lato assistiamo al lento ma inesorabile passaggio dalla dimensione collettiva a quella individuale, quindi propriamente etica. La morale, almeno come la intendiamo noi in occidente, deve essere per forza legata all’individuo, alla sua libera scelta, alla sua dimensione interiore. Questa trasformazione, decisiva per la storia dell’umanità, ha portato in positivo al primato della dignità della persona e quindi alla tutela dei diritti umani.

Riassumendo: l’etica e i sistemi di valori, scaturiti principalmente da un ambito religioso e connessi a una dimensione collettiva, hanno via via trovato una propria autonomia, divenendo progressivamente appannaggio della sfera individuale. Questo processo, che ha trovato in occidente il suo dispiegamento più evidente ed esteso, accomuna anche altre civiltà pur avendo caratteristiche peculiari e subendo freni e rallentamenti, dovuti più che altro a ragioni storico-culturali. Va evidenziato che là dove l’individuo sembra essere artefice del proprio destino e generare quasi il proprio orizzonte morale, egli sarà ugualmente sottoposto all’immaginario collettivo, alle regole consuetudinarie, ai riti di massa, alle ideologie che di volta in volta mettono in discussione proprio il primato della coscienza individuale in nome di altri valori come lo Stato, la razza, la rivoluzione. Viceversa dove permane un’etica strettamente legata alla religione e dove la persona resta in secondo piano a fronte di una tradizione consolidata, che si vuole perenne e immutabile e che tende ad annullare il singolo nella comunità, anche là sorgerà sempre e con forza la dimensione individuale e la voglia di affermazione dell’io. Occorre allora tenere presenti queste due forze contrapposte.

Infine un’ultima osservazione. Da sempre è esistita, proprio a livello etico e politico, una grande differenza tra le classi dirigenti (comprese soprattutto le élite intellettuali) e la gente comune, in gran parte ignorante e analfabeta, che rappresentava quasi l’intera maggioranza della popolazione. Erano pochi maestri o studiosi (oppure uomini appartenenti alla sfera religiosa) ad avere la capacità e la possibilità di ragionare su certi temi, mentre chi deteneva il potere aveva l’interesse a mantenerlo in poche mani. Il sorgere della democrazia – che tra mille impedimenti e tradimenti si è pur diffusa a livello planetario – ha portato ad una significativa riduzione di questo dislivello, dando la possibilità a sempre più persone di uscire da una condizione di sottomissione e d’inferiorità, quindi finalmente di cominciare ad esercitare la propria libertà. Oggi la più grande battaglia di civiltà consiste proprio nello sciogliere gli uomini da quelle catene che impediscono loro di essere persone pienamente libere, in grado di concretizzare nella realtà le proprie scelte di vita, catene quali la povertà, la negazione del diritto alla vita e alla salute, l’assenza di libertà politiche, l’impossibilità di accedere all’istruzione e alle tecnologie informatiche.

 

L’etica in occidente: il primato della libertà

È stato il filosofo greco Aristotele a porre per primo l’etica come specifico ambito del pensiero umano, distinto per esempio dalla metafisica e dalla fisica e connesso alla dimensione della politica. L’etica non è una scienza bensì una prassi, indica una maniera per vivere bene. Aristotele insiste molto sulla necessità di concretezza quando si parla di norme morali: esse devono essere un orientamento pratico, una via per esercitare la virtù, un modo con cui ci si possa relazionare positivamente con gli altri. L’uomo, “per natura animale politico”, secondo la celebre definizione aristotelica, deve pensarsi sempre immerso in un contesto sociale: così ci si riallaccia alla grande tradizione ellenica della polis, della città governata da leggi giuste dove gli uomini liberi possono compiere le loro scelte. È la democrazia di Atene, soprattutto nel V secolo a.C., a rappresentare il modello ideale più alto di questa stringente correlazione tra libertà e realizzazione umana, tra etica e politica. L’uomo autentico trova nella libera partecipazione alla vita pubblica della città la condizione necessaria per concretizzare la propria essenza più profonda. Va ricordato che la traduzione storica di questo ideale democratico presenta molte discrepanze e alcune incongruenze (differenze basate sul censo, schiavitù, contrapposizione tra greci e barbari…) che differenziano fortemente l’antica Grecia dai sistemi contemporanei. Là però si gettarono le basi per il pensiero politico occidentale moderno, fondato sul primato della libertà.

In questo contesto si è innestato il cristianesimo che, a livello del messaggio originario, portava con sé due novità potenzialmente rivoluzionarie: l’uguaglianza assoluta degli uomini che, di fronte a Dio, hanno la medesima dignità, a prescindere da razza, cultura, condizione sociale; il riscatto interiore e pubblico dei poveri e dei sofferenti che non sono più un rifiuto da buttare ma, secondo gli ideali di giustizia che risuonano in molte pagine bibliche, persone come tutti che devono essere difese, aiutate, sostenute. La centralità della libertà – un concetto ribadito più volte nelle lettere di San Paolo – non si può disgiungere dalla ricerca pratica della giustizia, del miglioramento del mondo e di un’etica individuale basata sulla benevolenza e sul rispetto.

L’incontro del cristianesimo con il mondo romano e la sua istituzionalizzazione come “religione di Stato” hanno modificato queste istanze di libertà, collegando invece sempre di più la nuova fede con il potere costituito. Nel corso dei secoli, mentre la società europea si stava evolvendo verso il sistema feudale, la Chiesa stessa diventava un potere in grado di condizionare e controllare l’orientamento etico delle masse. Nasceva così la “cristianità”: formalmente cristiani, gli ordinamenti politici medievali – basati sull’autorità e sulla gerarchia – sposavano in linea di principio la morale dettata dalla Chiesa che serviva come collante interno e come ideologia esterna, indispensabile per affrontare il nuovo nemico, il mondo mussulmano.

All’alba dell’epoca moderna, quando trasformazioni sociali ed economiche spingevano alla nascita di nuovi regni e di principati secondo il principio della sovranità nazionale, due fenomeni erano destinati a cambiare completamente il quadro dei valori trainanti la società europea: le grandi scoperte geografiche e la progressiva emancipazione dell’ambito civile da quello religioso.

L’incontro con nuovi mondi ha scosso molte sicurezze dell’Europa mettendo il continente di fronte all’alterità e alla diversità: giudicati selvaggi, primitivi, senza anima, bestiali e quindi senza dignità, i popoli scoperti potevano essere sterminati, schiavizzati e le loro culture cancellate. I massacri e i saccheggi seguiti alla conquista europea delle Americhe non possono essere dimenticati: tuttavia per la prima volta personaggi illuminati. come per esempio Bartolomeo de Las Casas, proponevano un nuovo approccio con il diverso, rompendo con la logica della superiorità e della centralità della civiltà europea e aprendo a quello che oggi chiameremmo rispetto per i diritti umani. Si trattava comunque di posizioni molto isolate, mentre l’intera classe dirigente, politica e intellettuale, propendeva per lo sfruttamento e la “civilizzazione” dei popoli via via incontrati. Un atteggiamento che si ripeterà nell’età dell’imperialismo europeo e probabilmente fino alla seconda guerra mondiale, quando di colpo l’Europa non si troverà più al centro del mondo.

Nel contempo, a partire dal XVI secolo e soprattutto dopo le guerre di religione, la riflessione del giusnaturalismo gettava le basi per dotare ogni individuo di quei diritti fondamentali posseduti per natura e non per condizione sociale o per concessione di qualche autorità. Questa impostazione venne ampliata e raffinata durante l’illuminismo quando la divisione tra Stato e Chiesa, tra civile e religioso, venne posta come punto fondamentale per l’evoluzione della società.

La ricerca di un’etica fondata sulla ragione e quindi universalmente valida trova nel pensiero del filosofo tedesco Kant uno dei vertici di tutti i tempi: all’uomo si offrono numerose scelte morali, ma egli soggiace a un imperativo categorico che lo chiama ad agire “come se” i propri principi dovessero essere applicati e seguiti da ogni uomo. La persona deve essere considerata sempre come un fine, mai come un mezzo. Questa impostazione consente a Kant una grande visione politica cosmopolita che anticipa di decenni la necessità di un governo mondiale per garantire la pace e di un’etica il più possibile condivisa.

Occorre ricordare però che, lungo tutti questi secoli, la gente comune era completamente estranea a questi processi culturali e viveva secondo valori tradizionali basati sul legame alla terra, sulla famiglia patriarcale, sull’ossequio alla religione e all’autorità. La rivoluzione francese e quella industriale diedero una scossa a queste consuetudini millenarie: l’urbanizzazione, la nascita della fabbrica, l’ascesa della borghesia e, in politica, le prime traduzioni pratiche degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità, pur tra mille contraddizioni, modificarono in profondo la società nella direzione dell’individualismo e della secolarizzazione. La conquista di diritti democratici, economici e poi politici avvenne quasi sempre contro il potere costituito e contro la stessa Chiesa, conservatrice e restia ad ogni cambiamento.

Mentre l’Europa si dilaniava in cambi di regime, moti di protesta, repressioni autoritarie, guerre distruttive (culminate nel Novecento), gli Stati Uniti diventavano la patria della libertà e di un’etica capitalista e individualista fondata sulle capacità del singolo, sull’impresa, sulla ricchezza e quindi sul consumo. Nella seconda metà del XX secolo, dopo la vittoria degli Alleati nella Seconda guerra mondiale, questo modello, sostenuto dalla potenza militare ed economica americana e dalla sua capacità propagandistica, si impose a tutto l’occidente inaugurando l’età del mercato, dei consumi, dello sfruttamento ambientale. In positivo il predominio americano portò alla nascita delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che sancisce a livello globale la consacrazione di un sistema di valori imperniato sulla centralità della persona e dei suoi diritti inalienabili, sulla libertà di religione e di espressione, sull’uguaglianza al di là di etnia, cultura, condizione sociale o economica.

Nei decenni successivi l’allargamento della sfera dei diritti individuali coinvolse dapprima la componente nera della società americana, con il movimento di emancipazione degli anni ‘60, poi di altre minoranze a cominciare dalla comunità omosessuale. Contemporaneamente il modificarsi della struttura sociale sancì un nuovo ruolo per le donne che divennero attive protagoniste della propria vita, a prescindere da quei vincoli tradizionali che per secoli le avevano relegate in posizione di subalternità. La diffusione dei metodi contraccettivi portarono ad una sessualità più consapevole e più libera da legami istituzionali, come per esempio il matrimonio, dando alle donne maggiore libertà di scelta: le leggi sul divorzio e sull’interruzione della gravidanza, varate via via nei paesi occidentali, aprirono la strada a una nuova idea di famiglia e sancirono che la donna è padrona del proprio corpo. Questa evoluzione degli stili di vita causò una netta divisione, se non contrapposizione, etica tra quanti, sorretti magari dall’appartenenza ad una comunità religiosa, criticano questa tendenza libertaria interpretandola come una degradazione dei costumi, e quanti vorrebbero estendere ancora l’uguaglianza dei diritti: la questione mai sopita dell’aborto e recentemente del matrimonio tra omosessuali testimoniano la delicatezza di certi argomenti ma anche l’intrinseca pluralità di approcci etici nel mondo contemporaneo.

In estrema sintesi il sistema di valori caratteristico della cultura occidentale ha portato nei secoli ad una progressiva centralità dell’individuo come portatore di diritti. Il capitalismo, il modello democratico e la logica del mercato e del consumo sono stati i vettori principali di questa traiettoria che, in positivo, ha dato dignità a persone da sempre ai margini della società, ma che, in negativo, ha favorito gli squilibri economici, la povertà, lo sfruttamento delle risorse naturali e la corsa agli armamenti. Questa duplice tendenza si sta ripetendo a livello globale.

 

Alternativa o omologazione al modello occidentale?

Per ora ci siamo concentrati sull’evoluzione del sistema di valori che sta alla base della cultura occidentale: ciò è inevitabile in quanto il processo di globalizzazione ha “esportato”, con i cannoni e con il mercato ma anche con una forza attrattiva intrinseca, la visione etica di matrice europea in quasi tutto il mondo.

Tuttavia esistono altre tradizioni valoriali e tentativi di mettere in discussione questo approccio: per ragioni di spazio non possiamo accennare neppure a un percorso storico della questione, ci limiteremo a descrivere la contemporaneità.

Al modello occidentale si oppose per alcuni decenni del Novecento il sistema comunista che, se privilegiava la giustizia sociale e perorava anch’esso l’assoluta uguaglianza degli individui, in concreto si rivelò una dottrina economica insostenibile, un’uniformità verso il basso e soprattutto un controllo ideologico sulle coscienze, tramutato in regimi autoritari, che lo fecero crollare nel giro di poco tempo.

Le istanze positive della lotta per l’emancipazione dei poveri e del desiderio di una maggiore giustizia a livello globale, tipiche della tradizione socialista e in generale della sinistra, permangono tuttavia in movimenti sindacali, in organizzazioni internazionali, in formazioni politiche che cercano di tutelare i diritti degli emarginati, dei popoli minacciati, inaugurando una nuova attenzione per l’ambiente (cosa assolutamente negletta dalle dittature comuniste).

Soprattutto in America Latina si è cercato di elaborare e di attuare concezioni alternative a un capitalismo che per lunghi anni mostrava il volto feroce delle dittature militari di destra, ma anche lontane dal comunismo di stampo sovietico. La lotta per la democrazia, i diritti e il riscatto sociale dei poveri, sorretta dalla potente lezione della “teologia della liberazione”, ha permesso ai paesi sudamericani, ora finalmente democratici pur tra evidenti contraddizioni, di portare alla luce le istanze dei lavoratori, degli indigeni. Ora la cultura latino-americana cerca una via diversa per la globalizzazione in atto, basata non più sul liberismo ma su un’economia sociale attenta all’ambiente e agli squilibri tra i ceti. I summit di Porto Alegre dimostrano come un altro mondo e un’altra etica siano possibili. Oggi si riscoprono gli antichi valori indigeni, come il particolare rispetto della Terra, che cercano di raggiungere una sintesi con la visione cristiana ancora diffusa tra la popolazione. Il benessere dell’uomo coincide con la cura della Terra, mentre il recupero di un’economia più legata alla dimensione comunitaria o territoriale rilancia un possibile nuovo stile di vita, il cosiddetto “buen vivir”.

Esistono civiltà millenarie tuttavia che, con le dovute differenze, hanno abbracciato il modello di vita occidentale quasi con frenesia: basti pensare al caso della Cina – dove l’etica confuciana basata sul rispetto, la gerarchia, la formazione intellettuale e l’ossequio all’autorità, innerva ancora la società – che però, dopo l’addio al comunismo maoista, ha sposato il capitalismo, la libera impresa, il profitto a tutti i costi secondo il principio per cui “arricchirsi è glorioso”. L’armonia e l’equilibrio, traguardi evocati più volte dalla dirigenza cinese, sono in realtà sacrificati a un’idea di potenza nazionalistica, di progresso e di sviluppo del tutto simile a quella che guida l’occidente e che fino a ieri non era stata messa in discussione da nessuno. La Cina ha accettato la globalizzazione. Sul rispetto dei diritti umani le cose cambiano e il Celeste impero riscopre la prevalenza della collettività sull’individuo, della conservazione del “sistema” piuttosto che la tutela della libertà della persona: su questo le strade con l’occidente divergono. Ugualmente però la Cina rincorre e non riesce a proporre un modello etico alternativo.

Dall’oriente però può giungere il fondamentale apporto di una sensibilità capace di cogliere l’esistenza umana in una relazione inestricabile con la natura: come il pensiero non può disgiungersi dalla materia così l’uomo non può slegarsi dall’ambiente che lo circonda e lo nutre. L’ecologia del profondo connessa all’ideale nonviolento di un grande saggio e uomo d’azione come Gandhi rappresenta la premessa per una nuova visione morale che fonda il rapporto dell’uomo con la terra e con gli altri uomini sulla benevolenza, sulla cura e sul rispetto.

Una delle tradizioni culturali più irriducibile a qualsiasi omologazione rispetto al modello occidentale è senza dubbio quella di matrice islamica. Il quadro storico è troppo complesso e articolato anche solo per un accenno, ma è chiaro che oggi il mondo mussulmano sta vivendo un difficile confronto con le istanze valoriali della modernità: libertà di religione e di coscienza, parità tra i sessi, distinzione tra peccato e reato, divisione tra sfera religiosa e politica. Quest’ultimo è l’aspetto più delicato da cui discendono tutti gli altri. Per esempio i paesi di cultura mussulmana non hanno accettato la Dichiarazione universale del 1948 elaborando, alla luce del Corano e della tradizione, una Dichiarazione islamica sui diritti dell’uomo diversa da quella accettata da tutti. Questa sostanziale alternativa di linguaggio si replica ovunque in quanto il fenomeno migratorio degli ultimi decenni ha trasformato anche le società europee (e non solo) in un crogiolo di idee e di sensibilità diversissime tra loro.

In particolare, una partita complessa si gioca intorno alla dignità e al ruolo della donna che, in alcune zone dove prevale una rigida e anacronistica interpretazione di una certa visione religiosa islamica, è sottomessa e discriminata in una maniera inaccettabile per qualsiasi minimo standard di tutela dei diritti umani. I matrimoni forzati delle bambine, le mutilazioni genitali femminili, la privazione della possibilità di istruirsi sono alcuni aspetti che non possono essere tollerati e che in realtà esulano da una corretta applicazione della giurisprudenza islamica. Non bisogna però incorrere nell’errore di richiedere a una cultura millenaria di modificare completamente il proprio approccio valoriale: sta al mondo mussulmano guardare in se stesso per trovare una via di dialogo e di confronto possibile con l’etica contemporanea, sapendo che anche l’islam è capace di tolleranza e di progresso culturale. E sapendo che ormai l’incontro tra le civiltà è un inevitabile prodotto della storia. In Europa si è parlato di modello multiculturale, comunitario, inclusivo ma l’integrazione tra diversi è sempre un’operazione complessa e forse poco realistica. Alla fine però, per garantire la convivenza almeno dal punto di vista pratico, punti comuni si trovano partendo dalla centralità della dignità della persona, irrinunciabile acquisizione della modernità.

 

L’etica nell’età della globalizzazione: le sfide aperte

La questione della pluralità degli approcci etici e del tentativo di trovare una sintesi condivisa, almeno su alcuni punti fondamentali, è un aspetto centrale per comprendere la globalizzazione. Il doveroso rispetto per la libertà di coscienza altrui e per i costumi di una comunità si scontra talvolta con l’altrettanto doverosa ricerca di un sistema di valori capace di interpretare le urgenze del mondo interconnesso e di raggiungere quei traguardi che l’Onu ha chiamato “Obiettivi del millennio”. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo potrebbe essere la base per edificare questo sistema? Oppure è più realistico considerarla come una cornice minima in cui far rientrare l’enorme varietà di vedute?

Sono questioni aperte che rimettono in discussione radicati schemi mentali, come l’etnocentrismo e la supposta superiorità della civiltà occidentale. La democrazia e la ricerca della pace e di una positiva convivenza richiedono non solo di accettare bensì di apprezzare modi di vita diversi dai nostri, sistemi di valore che, per ignoranza o per pregiudizio, facciamo fatica a comprendere. Il rispetto per l’alterità è uno dei fondamenti per una globalizzazione pacifica.

Non tutti i sistemi di valori possono essere messi sullo stesso piano, questo è evidente: esiste però una sapienza antica, comune a tutti i popoli, che sembra indicarci la via dell’incontro e della convivenza. È il principio che sta alla base dell’etica, fondando la relazione pacifica tra gli uomini: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso”. È la cosiddetta regola d’oro, che si ritrova con parole simili in tutte le civiltà. Anche dai popoli primitivi possiamo imparare questa sapienza. La sfida è proprio quella di concretizzare una nuova etica della globalizzazione, superando molti stereotipi. Per esempio, dai nativi americani, ai popoli dell’Africa fino a quelli dell’estremo nord polare, gli indigeni sono stati per secoli marginalizzati e ancora oggi visti per lo più come gruppi folklorici destinati all’estinzione: ma la diversità culturale, allo stesso modo della biodiversità, rappresenta una necessità per garantirci il futuro. Il rispetto dell’uomo si accompagna oggi con il rispetto della natura. Ecco un primo punto su cui cercare una convergenza.

Proprio il tema dell’ecologia si incrocia dagli anni ‘70 del secolo scorso con una grande riflessione teorica sull’etica nell’età della tecnica, sul rapporto cioè tra l’uomo e la natura in un tempo in cui abbiamo strumenti per trasformarla a nostro piacimento ma anche per distruggerla. L’etica ecologica prevede una modifica dello stile di vita occidentale e lancia una sfida a un modello economico che agisce come se le risorse naturali fossero inesauribili, saccheggiando così il pianeta e rubando il futuro delle prossime generazioni. Proprio pensando ad esse invece il filosofo Hans Jonas propone un nuovo approccio etico per il XXI secolo fondato sull’idea che ogni azione deve essere pensata, progettata e compiuta tenendo conto delle conseguenze che essa avrà sulla vita futura della Terra e degli uomini. Dovrebbe essere un’etica universale, razionalmente valida in quanto poggiata sul principio della responsabilità verso gli altri, che trova rilevanza in tutte le culture.

Un’altra frontiera superata dall’evoluzione della storia umana è quella della tecnologia applicata alla medicina. Riferendoci sempre all’occidente, negli ultimi decenni l’età media si è molto allungata, le condizioni di vita migliorate e molte malattie curate o debellate: tuttavia spinosi dilemmi etici sono sorti, i confini tra la vita e la morte si sono sbiaditi mentre scelte difficili si presentano all’individuo e a tutta la società. Sono così nati comitati etici, protocolli d’intesa, convenzioni internazionali (ricordiamo fra tutte la “Convenzione sui diritti umani e la biomedicina”, approvata ad Oviedo nel 1997 dal Consiglio d’Europa) per esempio per sancire i parametri per cui una persona possa essere dichiarata clinicamente morta (il primo protocollo fu elaborato all’Università di Harvard nel 1968) e quindi i suoi organi possano essere espiantati e poi donati. Questa ricerca di accordi si estende poi alle questioni dell’inizio della vita (se un embrione umano può essere definito persona, se è lecito l’utilizzo delle cellule staminali embrionali…) e della fine (la differenza tra eutanasia e accanimento terapeutico, tra rifiuto delle cure e suicidio assistito). Questi temi, oggi all’ordine del giorno, dividono le coscienze e distinguono quanti fanno riferimento a un orizzonte religioso a chi giudica secondo una ragione autonoma: grandissime sono le differenze tra gli uomini che ugualmente sono chiamati dalla storia a trovare percorsi comuni.

Infine, ma forse prima per importanza e urgenza, è la questione del modello economico del futuro. Coniugare etica e economia è ormai diventato una priorità pure per i fautori più accaniti del libero mercato. La deregulation finanziaria finisce per danneggiare lo stesso mercato, ma è l’idea di uno sviluppo infinito ad essere messa in discussione. Diverse campagne sono state promosse dalla società civile organizzata al fine di reindirizzare l’economia e la finanza verso l’equità.

Al di là di tutto però serve una svolta di tipo etico, declinando l’interdipendenza dell’umanità in un nuovo sistema di valori, sempre più necessario per non morire di eccessiva globalizzazione. Oggi più di ieri la logica economica dominante modifica la nostra visione del mondo. Occorre invertire questa tendenza ricominciando a parlare di etica.

Documenti

- ONU: Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (in inglese, in italiano)

- ONU: Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni (in inglese)

- UNESCO (Consiglio islamico d’Europa): Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo (in italiano, pdf)

- UE: Carta dei diritti dei cittadini europei

- Consiglio d’Europa: Convenzione di Oviedo (sui diritti dell’uomo e la biomedicina)

 

Bibliografia

Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Editori Riuniti 2005.

Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi 2002.

Gustavo Gutierrez, La teologia della liberazione, Queriniana 1992.

Amartya Sen, L’idea di giustizia, Mondadori 2010.

Gian Enrico Rusconi, Cosa resta dell’Occidente, Laterza 2012.

Margherita Sportelli, Il Confucianesimo, Xenia 2010.

Massimo Campanini, Il pensiero islamico contemporaneo, Il Mulino 2009.

Stefano Zamagni, Economia del bene comune, Città Nuova 2008.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Piergiorgio Cattani)

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