Se lo Stato gioca d'azzardo con Regioni e Comuni

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Foto: Vita.it

È un'intervista da leggere con attenzione quella a Pier Paolo Baretta pubblicata da Gabriele Martini su La Stampa. Il sottosegretario all'Economia, con delega ai giochi, aveva infatti promesso per fine ottobre un decreto che attuasse l'accordo che, nel settembre scorso, in Conferenza Unificata Stato, Regioni, Enti Locali era stato faticosamente trovato sul tema della riorganizzazione della rete di vendita dell'azzardo legalizzato. Purtroppo - o per fortuna, secondo molti, soprattutto lobbysti - di quel decreto non se ne vedono, né - sempre secondo i bene informati - se ne vedranno tracce. Perché? Ogni lettore, facendo il computo degli interessi in ballo - economici da un lato, sociali dall'altro - potrà capirlo da sé.

Ma Pierpaolo Baretta insiste: l'accordo c'è e va rispettato. Sottinteso: da tutti, fuorché dal Governo. Una posizione che lo stesso Governo ha messo nero su bianco in un inquietante articolo della Legge di Bilancio, come abbiamo a suo tempo segnalato (cfr. Legge di Bilancio 2018: cosa prevede sull'azzardo). Non solo, Baretta si dice «disposto a sedermi a un tavolo anche domattina». Il tempo dei valzer e dei tavoli è finito: la società civile chiedeva coerenza. Da Roma, a oggi, i segnali non arrivano. Arrivano invece dai tanti amministratori che sul territorio vivono, lavorano e tentano, con sforzo immane e fatica, di far fronte a questo collasso istituzionale che ha nome azzardo. Perché oramai è chiaro a tutti, che su questa partita si gioca ben altro che la tenuta dell'Erario: si gioca illegame sociale.

Oggi, però, la partita il Governo sembra giocarla altrove, anziché assumersi la responsabilità piena dell'accordo trovato il 7 settembre. Accordo che, pur con tutti i suoi (enormi) limiti, poneva al centro l'attenzione per la persona e non l'interesse economico-finanziario di multinazionali o erario: da qui la necessità di non vincolare in nome di un centralismo fuori tempo massimo le legittime richieste dei territori e l'altrettanto legittima e doverosa presa in carico di quelle richieste da parte degli amministratori locali.

Ecco perché, dopo la decisione del Consiglio della Regione Piemonte di non derogare (e ci mancherebbe altro!) alla piena operatività della sua Legge No Slot, il Governo per bocca del Sottosegretario Pier Paolo Baretta si dice sconcertato e minaccia (testuale, dall'articolo a p. 5 de La Stampa): «gli amministratori potrebbero rispondere delle mancate entrate erariali». Già dopo il regolamento comunale anti azzardo di Avellino, il sottosegretario Baretta aveva rilasciato dichiarazioni simili.

Tutto questo mentre tra i lobbysti si vocifera del prossimo tentativo di sabotare un'altra legge, quella dell'Emilia Romagna, virtuosamente emendata alcuni mesi fa quando a maggioranza venne introdotto il vincolo delle distanze dai luoghi sensibili per ogni rivendita di azzardo. Ma anche in Emilia Romagna, come in Piemonte l'opposizione sociale sarà ferma. Ciò di cui le istituzioni romane non vogliono prendere atto è che, oramai, il processo è irreversibile. Il re è nudo, ha gettato la maschera e cittadini e amministratori hanno capito benissimo da che parte pende la bilancia dei bisogni e da che parte vorrebbe farla pendere quella degli interessi.

Davvero contrastare l'azzardo con leggi virtuose (definite "proibizioniste" dal sottosegretario Baretta, come se fosse proibizionismo vietare nocività integrali come l'azzardo o gli scarichi tossici) significa come dice Baretta «fare un grosso favore alla criminalità organizzata»? Davvero è "eccessivo" chiedere che quelle leggi - nelle prossime ore entrerà nella sua piena efficacia quella piemontese - vengano applicate? In altri tempi, l’avremmo chiamata semplicemente "coerenza". Quella che sul tema azzardo il Governo non ha, ad oggi, e a dispetto di chi gli ha dato fiducia, mostrato di avere.

Marco Dotti da Vita.it

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