Buone tecniche per la sostenibilità globale

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“Non solo i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli altamente industrializzati devono cominciare a ragionare in termini di tecnologie più in armonia con gli uomini e con l’ambiente e meno legate alle risorse non rinnovabili” (Ernest F. Schumacher).

Buone pratiche, tecnologie “intermedie”, tecnologie appropriate, tecnologie ibridate, saperi locali sono ingredienti che da almeno due decenni popolano le ricette per un altro sviluppo possibile o sostenibile. Quelli della sostenibilità sembrano linguaggi dai suoni antichi; questioni note; progetti già sperimentati a tutte le latitudini. La sostenibilità, però, al centro delle discussioni alla conferenza dell’UNCED di Rio de Janeiro nel 1992, è ancora una questione critica oggi forse più di ieri. A più di vent’anni da quella conferenza, le Nazioni Unite ripropongono lo sviluppo sostenibile come obiettivo da qui al 2030. Quindi, ci vogliamo riprovare, nella speranza che sia un lavorare alla luce dei successi, ma soprattutto degli errori e degli insuccessi dei venticinque anni precedenti. Ripartire quindi facendo tabula rasa del passato progettando la novità o guardare l’esistente e su quello inventare il cambiamento? La questione è posta ma non risolta. Restaurare una casa vecchia è molto più costoso che raderla al suolo e ricostruirla. Ma qui parliamo di territori e quindi di sistemi sociali e culturali, non si rade al suolo e si ricostruisce meccanicamente per un mero calcolo economico.

I saperi locali, beni comuni dei luoghi che li hanno prodotti, devono crescere in saggezza; ciò che già funziona sul territorio va accompagnato a crescere in ottica progettuale. E infatti, la sostenibilità non basta. È necessario che diventi autosostenibilità, cioè capacità interna ai sistemi di autogovernare i fattori produttivi e riproduttivi dei loro ambienti di vita nonché di costruire le condizioni che permettano la relazione e lo scambio con altri “locali” alla scala globale, nel mondo. Il governo del futuro si fa dunque attraverso le idee e le pratiche che vogliamo buone, per l’ambiente, per le società, per i territori.

Nei territori rurali, ma non solo, agire in modo sostenibile significa da un lato produrre alimenti e altri prodotti agricoli riducendo gli impatti negativi sulla società, sull’economia e sull’ambiente (il suolo non è una risorsa inesauribile che può essere sfruttata come ci pare e piace; la sua fertilità va preservata, come quella dei semi e di tutte le altre risorse, acqua, aria, ecc.), e nello stesso tempo contribuire al miglioramento della qualità della vita di chi produce, di chi trasforma, di chi consuma. Ciò vuol dire, ad esempio, che chi produce deve essere retribuito o guadagnare in maniera equa, essere protetto dal punto di vista sanitario, sociale, ecc.; stesse considerazioni per il consumatore, ma anche per chi trasforma. Chi prepara il cibo quotidiano deve rientrare nella stessa logica di sostenibilità nella quale stanno il produttore e il consumatore. Il sistema è circolare, nessuno escluso. Ad ogni livello quindi le “tecniche” che vengono impiegate sono un tassello importante, anzi determinante, per la gestione della questione.

È dagli anni Ottanta del Novecento che se ne parla in risposta ai danni della meccanizzazione e industrializzazione dell’agricoltura (e della società) appiattita sulla monocoltura, alle evidenze dei “limiti dello sviluppo”, agli effetti di un eccessivo sfruttamento delle risorse ambientali e sociali. La domanda di sostenibilità è globale o dovrebbe esserlo, in quanto è l’intero sistema mondo a dover far fronte ad un bisogno di umanizzazione delle relazioni tra uomo e ambiente, soprattutto in contesti in cui tra l’uno e l’altro si è venuta a creare una distanza incolmabile attraversata solo dalla tecnologia. Accorciare questa distanza che talvolta assume le sembianze di un oblio, è un compito che molti studiosi, attivisti, associazioni ed istituzioni si sono dati per riagganciare l’indissolubile legame tra l’uomo (e la donna) e la terra. Tra le soluzioni resta valida la proposta, anche se oramai datata, di tecniche e di tecnologie in grado da un lato di assicurare una vita dignitosa a tutti e tutte nel rispetto dei bisogni e dei diritti fondamentali, e dall’altro rendere stabile la durabilità delle risorse ambientali del pianeta.

Oltre alla consapevolezza dei danni, c’è anche la fiducia – non la si può occultare – nella straordinaria potenza della creatività umana che in molti campi ha consentito il riscatto da certi condizionamenti e la liberazione da problematiche non diversamente risolvibili, probabilmente. Scritto questo però è bene tener presente che come sosteneva Melvin Krantzberg, “la tecnologia non è né buona, né cattiva, né neutrale”. Anche nell’enciclica Laudato Si (2015), papa Francesco sostiene che, non solo la tecnologia, ma anche “i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare”. Quindi è fondamentale scegliere l’orientamento che si vuole dare alla tecnica e alla tecnologia a servizio di “un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale”.

Scelte quali l’agricoltura familiare e di piccola scala finalizzate alla preservazione della biodiversità coltivata e centrate sulla sovranità alimentare, sono portate avanti attraverso meccanismi di gestione sostenibile delle risorse naturali, conservazione e scambio delle sementi, valorizzazione delle conoscenze contadine e processi di filiera corta. Esse si inseriscono in un’ottica di sviluppo rurale sostenibile e partecipato orientato all’efficienza sia economica che sociale. Anche il Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura – noto come “trattato internazionale sui semi” – punta alla promozione di modelli agricoli di piccola scala e agro-ecologici. La partita è giocata alla scala planetaria.

L’obiettivo da raggiungere è quello di ristabilire una connessione tra la terra e le società, in modo che queste stiano bene all’interno della casa comune in un’ottica di reciprocità. Le direzioni sono molteplici. Una ce la ricorda Yacouba Sawadogo, un contadino del Burkina Faso, diventato famoso a livello internazionale grazie al documentario “L’uomo che fermava il deserto” (2010) il quale attraverso tecniche agricole tradizionali e complesse quali gli zaï, cioè buche scavate nella terra durante la stagione secca, successivamente riempite di letame e foglie, in attesa della stagione delle piogge, utili per produrre degli ambienti fertili nei quali piantare e coltivare cereali e alberi, i cordoni in pietra e le micro dighe è riuscito a contenere gli effetti nefasti del cambiamento climatico. Egli ci riporta alla storia di Elzéard Bouffier, l’uomo che piantava alberi, di Jean Giono, una storia che stimola il nostro desiderio di sapere se si tratti di fantasia o di realtà.

L’altra direzione è quella delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per l’agricoltura, ICT4Agriculture, un insieme di innovazioni tecnologiche per facilitare l’accesso a dati ed informazioni e la comunicazione tra gli attori del settore primario. Probabilmente non c’è una direzione più sostenibile dell’altra, dipende dal luogo e dal tempo. A volte le direzione possono incrociarsi. In ogni caso, “quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana; ricercatrice e formatrice presso Fondazione Fontana onlus dove si occupa di progetti di educazione alla cittadinanza globale e di cooperazione internazionale; è docente a contratto di geografia politica ed economica; ha insegnato geografia culturale, geografia sociale e didattica della geografia. Collabora con l’Università degli Studi di Padova nell'ambito di progetti di educazione al paesaggio e di formazione degli insegnanti. Ha coordinato lo sviluppo e l'implementazione dell'Atlante on-line in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, del'Università e della Ricerca. Dal 2014 fa parte del gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca e di interesse vi sono le migrazioni, la cittadinanza globale, i progetti di sviluppo nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali, Niger e Kenya. E' membro dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e presidente della sezione veneta

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