Tecnologie intermedie

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"Non solo i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli altamente industrializzati devono cominciare a ragionare in termini di tecnologie più in armonia con gli uomini e con l’ambiente e meno legate alle risorse non rinnovabili". (Ernest F. Schumacher)

 

Introduzione

L’innovazione tecnologica costituisce uno degli elementi-chiave dell’aumento del reddito pro-capite e della crescita economica – parte dell’ ottavo Obiettivo del millennio. Sulla base del modello economico dei paesi occidentali, negli anni 50 e 60, il concetto di sviluppo è stato identificato con una rapida crescita industriale. La crescita economica accelerata ha prodotto guasti nei Sud del mondo con i "trapianti tecnologici", fondati sull'idea che il sottosviluppo sia primariamente un problema "tecnico". Ciò ha provocato l'abbandono delle tecniche tradizionali a beneficio di tecniche occidentali moderne. Sono stati così distrutti modi di vita compatibili delle comunità locali e con la conservazione dell'ambiente. Per rimediare a questi guasti, a partire dalla crisi petrolifera del '73 si cominciò a criticare questo modello per proporre delle alternative. Si teorizzarono le “tecnologie intermedie” oggi largamente utilizzate nella cooperazione internazionale sintomo di una ormai diffusa sensibilità per le culture locali, l'ambiente e di una concezione diversa dello sviluppo.

 

Tecnologia e sviluppo economico

Secondo i manuali di economia la tecnologia contribuisce, insieme alla quantità disponibile di lavoro, capitale fisico e risorse ambientali, a determinare il livello e la composizione potenziale della produzione di una economia. L’innovazione tecnologica costituisce uno degli elementi-chiave dell’aumento del reddito pro-capite e della crescita economica. In questo caso le spinte provengono dalla competitività di prodotto fra le imprese, che consente loro di esercitare, un maggior potere di mercato. I fattori che determinano la tecnologia sono dati sia dal livello della scienza e della tecnica (invenzioni) che è stato raggiunto in ogni determinato momento storico, sia dalla capacità umana di applicare questa conoscenza alle attività produttive. La determinante principale dell’innovazione tecnologica è data dalle aspettative di profitto da parte di coloro che per primi introducono l’innovazione. Le aspettative di profitto sono influenzate dall’efficacia dei diritti di proprietà dei brevetti che ostacolano l’imitazione tecnologica.

L’introduzione dell’innovazione può essere vincolata dalla disponibilità finanziaria del paese o dell'impresa. La storia della tecnologia può essere raccontata da diverse prospettive. E’ difficile dire se gli effetti della tecnologia siano buoni o cattivi in maniera assoluta, come dice lo storico della tecnologia Melvin Krantzberg: «La tecnologia non è né buona, né cattiva, né neutrale”. Sulla base del modello economico delle economie occidentali, negli anni 50 e 60 il concetto di sviluppo è stato identificato con una rapida crescita industriale, accompagnata da una maggior produzione e maggior reddito. In tale contesto le città assumevano un ruolo prioritario, in qualità di veri e propri centri di crescita, centri propulsori di un’economia in espansione.

Secondo tale concettualizzazione dello sviluppo i Sud del mondo, caratterizzati da un’economia arretrata, dovevano puntare a riprodurre l'esperienza da tempo maturata nei paesi industrializzati, basata su una rapida industrializzazione, accompagnata e resa possibile da forti investimenti di capitale e dall’adozione di nuove tecnologie di produzione. Ispirati ad una visione occidentale ed unidirezionale dello sviluppo, essi infatti implicitamente davano per scontata l’esistenza di pre-condizioni fondamentali, spesso assenti quali: la presenza di classi al potere legittime e capaci di gestire la transizione; la creazione di occupazione nelle città , per assorbire la forza lavoro liberata dall’agricoltura in seguito all’adozione di tecnologie agricole più avanzate; la presenza di una diffusa cultura imprenditoriale e tecnologica e la presenza di un tessuto socio-culturale favorevole all’innovazione.

 

I fallimenti delle teorie sulla modernizzazione

La teoria della modernizzazione di fatto non ha saputo trovare risposte efficaci per i problemi della stagnazione dell'economia agricola, della forte migrazione della popolazione rurale verso le città, e degli elevatissimi tassi di disoccupazione e sottoccupazione che hanno decretato il fallimento di numerosi interventi e che ancor oggi affliggono i sud del mondo. Come osserva l'ecologista Wolfgang Sachs, con l'avanzare dell'ideologia "sviluppista" nei Sud i rapporti di scambio locali sono stati dissolti, forme collettive di proprietà spazzate via ed economie di sussistenza annientate. Sono stati così distrutti modi di vita compatibili con le esigenze dell'uomo e con la conservazione della natura.

L'abbandono delle tecniche tradizionali a beneficio di tecniche occidentali moderne portò spesso ad un fallimento; le tecniche tradizionali scomparvero ma le nuove restarono marginali. Esse non sono né ricreate e né gestite localmente, generano delle pratiche di produzione e di consumo estranee a quell'universo, determinando una disoccupazione supplementare. Con gli anni Settanta il processo di industrializzazione subì un freno con fenomeni di deindustrializzazione dalla fenomenologia molto complessa (crisi delle aree di vecchia industrializzazione, diffusione territoriale della piccola e media impresa, spostamento degli impianti in paesi poveri). E' proprio in coincidenza con questa fase di completa ristrutturazione del sistema industriale che si delineò un vero e proprio movimento di opinione ambientalista.

 

Tecnologie intermedie

L'idea di tecnologie appropriate ha origine nella concezione di sviluppo di Gandhi chiamata Swadeshi, secondo la quale, la tecnologia non deve creare forme di sfruttamento degli esseri umani, né a livello internazionale né a livello nazionale, né tanto meno, a livello locale, fra città, campagna e villaggi. Propone tecnologie a piccola scala, sistemi cooperativi e produzioni di beni e servizi di cui gli uomini abbiano veramente bisogno. Le macchine, secondo Gandhi, devono sì aumentare la produzione, purché ciò non contrasti con la dignità dell'uomo.

Questi concetti vengono ripresi e sviluppati da l'economista inglese Ernest Fritz Schumacher, amministratore del governo di Londra per le ex colonie d'oriente, nel suo libro:”Small is beautiful” tradotto in Italia con il titolo “ Piccolo è bello: uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa” nel quale teorizza l'uso delle tecnologie intermedie. Schumacher, individua nella società contemporanea tre gravi problemi strettamente interagenti:

a) la diminuzione delle scorte mondiali di combustibili fossili e di tutte le materie prime esauribili; b) l'inquinamento dell'ambiente naturale con sostanze ignote alla natura e contro le quali la natura è spesso virtualmente priva di difese;

c) il comportamento umano quotidiano sulla via della degradazione, di cui sono sintomo le malattie mentali, la droga, il vandalismo.

Egli propose, come possibile alternativa, l'uso di tecnologie appropriate. Si tratta, in altre parole, di ritrovare, secondo Schumacher, in tutti i campi dell'agire umano, una nuova etica, una nuova saggezza e una stabilità economica. Questa nuova tendenza può riassumersi nel bisogno di metodi ed attrezzature che rispondono a tre requisiti essenziali: che siano abbastanza economiche da essere accessibili praticamente ad ognuno; adatte ad essere applicate su piccola scala e compatibili con il bisogno di creatività dell'uomo.

Nel 1966, insieme ad alcuni amici, Schumacher fonda l'Intermediate Technology Development Group (ITDG)', il Gruppo per lo Sviluppo delle Tecnologie Intermedie che lavora ancora oggi in molte parti del mondo , in particolare in Perù, Kenya, Sudan, Zimbawe, Sri Lanka, Bangladesh e Nepal. Albert Tèvoèdjrè - economista e sociologo - che nel 2003 è stato nominato Rappresentante speciale per la Costa d’Avorio in seno all’Onu - propone uno sviluppo autocentrato basato sulla scelta volontaria di un benessere della semplicità. Per lui fondamentali sarebbero i forti investimenti nella produzione di beni e di servizi a più forte coefficiente di mano d'opera; introdurre tecniche adatte per accrescere la produttività di tutti i lavoratori, compresi i più sprovveduti; maggiore utilizzazione delle risorse naturali locali per una produzione utile.

Secondo Tèvoèdjrè a ciò contribuisce una economia fondata sulla "valorizzazione delle risorse locali", che parta dall'utilizzazione degli interessati di una “tecnologia semplice di villaggio”. Il suo vantaggio è di utilizzare al massimo materiali a buon mercato che sono familiari alla maggioranza della gente, disponibili e più adatti. Gli esempi potrebbero essere tanti, ma non basta una tecnologia semplice. Per essere efficace bisogna anche che essa sia liberatrice, una tecnica non imposta da fuori ma cercata ed accettata dalle popolazioni ed addirittura creata da esse, una società di self-reliance (autosufficienza).

 

Tecnologie appropriate e tecnologie ibridate

Pensiero condiviso anche da 'Time for Africa', Onlus friulana, che assieme ai suoi partner africani e con il sostegno di 'Etica ed Economia' e del 'Centro Ricerca Tecnologie Appropriate di Cesena', sta applicando in Mozambico. Insieme vogliono fornire alla popolazione gli strumenti e le conoscenze necessari a valorizzare la cultura e le tecniche di lavorazione tradizionali, per poi creare economie di villaggio sostenibili. Il tutto, attraverso l'impiego delle sole tecnologie che si possono dire "appropriate". Tecnologie in grado di soddisfare i bisogni delle persone, senza ricorrere per forza a strumenti di ultima generazione. Semplicemente attraverso diverse combinazioni di lavoro umano e attrezzature, che tengano conto della configurazione organizzativa e dell'ambiente in cui avviene l'intero processo. Sempre che questi servano a creare condizioni di vita migliori, accrescendo le potenzialità creative dei popoli, senza incrinare l'equilibrio dell'ecosistema.

Anche il politecnico di Torino da anni si occupa di questi temi, esiste un “Centro di ricerca in documentazione in tecnologia e architettura e città per i paesi in via di sviluppo”. In esso confluiscono le ricerche, i progetti, l'esperienza maturata dalla omonima Scuola di specializzazione in oltre quarant'anni di attività, grazie alla presenza del professor Giorgio Ceragioli. Al centro dell'attenzione vi sono i paesi dei Sud del mondo, le tecnologie per l'edilizia, l'ambiente, l'abitazione, i servizi.

Un altro punto di riferimento per la scelta delle tecnologie da usare è l'ibridazione tecnologica. Alla base di essa c'è l'idea che ci si muove in un mondo dove tante nuove conoscenze, tante possibilità, tante produzioni, sono diventate patrimonio usuale di una parte consistente dell'umanità. Secondo Ceragioli tutto quello che si conosce e si sa fare deve essere messo in campo quando si affronta il problema delle tecnologie (scegliendo le soluzioni più opportune o quelle da adattare caso per caso, e tenendo conto delle condizioni specifiche), anche se ci si colloca nel campo delle tecnologie avanzatissime. Un’associazione nota, a livello italiano, è Ingegneria senza frontiere che si pone l’obiettivo di uno sviluppo umano ove le tecnologie siano per l’appunto adeguate.

 

Proprietà intellettuale e “knowledge divide”

Esiste una frattura tra il mondo che utilizza gli strumenti delle nuove tecnologie della comunicazione (internet, telecomunicazioni e informatiche in genere) e chi non ne ha accesso. All’uopo OneWorld South Asia ha elaborato un portale per passare dal “digital divide”alle“digital opportunities”. Grazie a ciò OneWorld Asia coordinerà il Global Knowledge Partnership per la conoscenza globale in Asia.

Le tecnologie intese non come panacea di tutti i mali, ma vanno invece comprese come una opportunità di sviluppo, se introdotte ed utilizzate in maniera appropriata. Nacque, quindi, ICT4D ove l’Information Comunication Technology veniva messa a disposizione per lo Sviluppo. All’uopo intervennero le Nazioni Unite, la World Bank (Banca Mondiale), l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura UNESCO e molte altre.

Un’esperienza realizzata in Brasile ed esportata nella Regione (Argentina, Cile, Colombia, Guatemala, Honduras, Messico, Uruguay), oltre che nel mondo (Angola, Sud Africa, Giappone) è quella CDI (Comitê para Democratização da Informáticain) un’organizzazione non profit che lavora per l’inclusione sociale di gruppi svantaggiati attraverso l’utilizzo delle ICT come strumento per incoraggiare l’istruzione e la cittadinanza attiva. L’iniziativa CDI è stata lanciata nel 1995 a Rio de Janeiro, e da quel momento ha offerto il proprio sostegno a 130 comunità, istituendo scuole speciali EIC indipendenti e finanziariamente auto-sostenibili.

Un'altra iniziativa in questo ambito è la OLPC (One Laptop for Child) un'organizzazione non-profit creata per sovraintendere al progetto del computer(laptop) da 100 $ presieduta dall' ingengere informatico Nicholas Negroponte, che per dedicarsi a questo incarico ha lasciato il MIT Media Lab. OLPC si è guadagnata molta attenzione da parte dei media mondiali dopo che Kofi Annan e lo stesso Negroponte hanno mostrato un prototipo funzionante al World Summit on the Information Society a Tunisi nel 2005. L'idea è fornire a ogni bambino del mondo, specie a quelli nei paesi dei Sud del mondo, l'accesso alla conoscenza e alle moderne forme educative. I computer sono basati su un processore low-cost, possono essere alimentati con batteria interna ricaricabile con una manovella, e sopratutto usano programmi open source.

L'open source e più in generale la filosofia del free software - buona parte del software libero viene distribuito con la licenza GNU GPL (General Public License), scritta per garantire legalmente a tutti gli utenti le “quattro libertà fondamentali” ossia: libertà di eseguire, studiare, copiare e migliorare il programma. La forte protezione della proprietà intellettuale che si sta attuando attraverso l'agenzia delle Nazioni Unite WIPO (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale) non giova di sicuro alle diffusione della conoscenza ed accentuano il “knowledge divide” ritardando lo sviluppo economico di intere aree del pianeta.

Voci critiche soprattutto dalla società civile hanno segnalato come le pratiche correnti all'interno dell'organizzazione, non solo non tengono conto delle differenze tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, ma anzi contribuiscano ad aumentare tale divario con atteggiamenti e atti normativi fortemente sperequativi. L'accordo di cooperazione tra WIPO e l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) incentrato sull'Accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights – accordo sugli Aspetti Legati al Commercio dei Diritti di Proprietà Intellettuale) non ha fatto altro che rafforzare tali voci. E' indubbio che la "proprietà intellettuale" riveste un ruolo preminente, non solo nell'economia dell'informazione, propria dei paesi avanzati, ma anche nel contesto dei paesi in via di sviluppo. Il WIPO rischia di diventare solo un'altra clava nelle mani di pochi stati già sviluppati, che vogliono imporre al resto del mondo politiche inique per sfruttare da un lato un enorme bacino di conoscenza trasformabile in "beni di mercato", assicurandosi regole certe e vantaggiose nel momento in cui decideranno di intraprendere relazioni commerciali al di fuori dei propri confini.

 

Bibliografia

Ernest F. Schumacher, Piccolo è bello: uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa, Mondadori, 1980

Spartaco Paris, Tecnologia, ambiente e sviluppo tra nord e sud del mondo. Casi di studio di interventi con tecnologie appropriate per i paesi in via di sviluppo, Gangemi editore, 2003

Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, 2002

Fred Hirsch, I limiti sociali allo sviluppo, Bompiani, 2001

Wolfgang Sachs, Archeologia dello sviluppo, Macro Edizioni, 1992

Albert Tevoedjre, La povertà ricchezza dei popoli, EMI, 1985

Mohandas K.Gandhi, Cent per cent Swadeshi, or The economics of village industries, Navajivan, 1958

Massimo Foti, a cura di, Tecnologie per tutti: soluzioni semplici e a basso costo per l’habitat, Politecnico di Torino, 2003 (in.pdf)

 

(Scheda realizzata il contributo di Gabriella Corona)

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