Un “villaggio” dentro la scuola per combattere la dispersione

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Troppi banchi vuoti – Foto: scuoladivita.corriere.it

Problemi sociali e famigliari, bullismo, la crisi, le cattive amicizie: sono gli stessi ragazzi a elencare i motivi che portano molti loro coetanei ad abbandonare la scuola, in un video che hanno girato e montato, nell’ambito del progetto “Fuoriclasse“. Promosso in varie città del Mezzogiorno da Save the Children Italia, in collaborazione con Libera contro le mafie, si tratta di un programma per il contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa avviato nel 2012 nelle città di Napoli, Scalea e Crotone. In tutto ha coinvolto in modo diretto 750 studenti (tra elementari e medie) e, a giudicare dai risultati illustrati durante il recente incontro romano, ha dato dei frutti più che positivi.

Fondato su 3 pilastri – la collaborazione fra scuola e famiglia, l’integrazione di attività scolastiche ed extrascolastiche, la partecipazione diretta e il protagonismo dei bambini – il progetto è riuscito nell’intento di riacchiappare motivazioni, entusiasmo e credibilità, non solo da parte degli alunni ma anche degli insegnanti e dell’apparato scolastico in generale, in classi particolarmente problematiche e spesso situate in contesti difficili. “La nostra scuola si trova in un quartiere in cui il pericolo non è marginale – racconta Paola Mesca, docente di lettere dell’Istituto Comprensivo F. Russo di Napoli, anch’esso coinvolto nel progetto – Ci sono problemi strutturali, sociali ed educativi, è un quartiere estremamente popolare dove circa il 60% delle famiglie vive in una situazione di povertà educativa”. Così, ad un certo punto cominciano le assenze, e in genere la scuola risponde con la rigidità, anche perché spesso ha le mani legate. “Sono proprio i genitori i primi a non credere nell’istituzione scuola – continua la docente – Ma in questi due anni abbiamo un po’ smantellato questa sfiducia: finalmente si è cominciata a spargere la voce che la nostra scuola fa davvero qualcosa per i loro ragazzi”. E i miglioramenti sono stati tangibili.

Secondo i dati analizzati dalla Fondazione Giovanni Agnelli, che ha confrontato i risultati ottenuti dagli alunni coinvolti nel progetto Fuoriclasse con quelli dei compagni appartenenti a scuole non partecipanti, in due anni i ritardi dei ragazzi coinvolti nel progetto sono quasi dimezzati, mentre le assenze sono diminuite sensibilmente, registrando una media di 11 giorni in meno durante il corso dell’anno. Una frequenza più regolare ha poi portato ad un maggiore rendimento scolastico, con i voti migliorati fino al 6 per cento. La chiave del successo: rendere finalmente i ragazzi protagonisti della loro vita scolastica, attraverso laboratori, supporto allo studio, attività mirate e riunioni pomeridiane, in una progettazione condivisa in cui gli educatori hanno individuato di volta in volta i percorsi più adatti ai ragazzi che crescevano, attraverso l’ascolto e l’attenzione alle loro esigenze. “Per la prima volta – continua Paola Mesca – la scuola non subiva i programmi e i progetti dall’esterno, ma ne era partner”.

Tra le attività particolarmente apprezzate dai ragazzi: la lettura interattiva della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, la costruzione di una mappa della scuola e del quartiere, segnalando i luoghi della dispersione, e soprattutto i cosiddetti “consigli consultivi” in cui hanno discusso i problemi della scuola insieme al preside, compresi quelli più concreti come la sporcizia o i fili elettrici scoperti, e si sono attivati per risolverli. In generale, l’antica saggezza africana secondo la quale “Per educare un bambino ci vuole un villaggio” è stata la bussola che ha guidato tutti, organizzatori ed educatori, in questi due anni.

”Tutti ci sentivamo parte di qualcosa, e alla fine abbiamo pure fatto un campo di 3 giorni nel Cilento – raccontano entusiasti gli alunni Simone, Barbara e Alessandro – Abbiamo imparato a stare insieme, ad ascoltarci a vicenda, e che più si partecipa, più si è protagonisti, più riusciremo a costruirci un futuro già dall’adolescenza e dalla scuola”.

L’idea, insieme al duro lavoro degli insegnanti e dirigenti, alla fine ha pagato, tanto che Sdc e Libera hanno esteso il progetto alle città di Milano e Bari, e contano di allargarlo ad altre città e regioni, anche per via della sua sostenibilità. “I risultati sono stati ottenuti spendendo all’incirca 350 euro all’anno per studente, una cifra contenuta e significativamente inferiore a quella sostenuta per analoghi interventi svolti negli anni scorsi” spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli. Con così poco – anche se la fatica è stata tanta – il beneficio per il futuro del paese è inestimabile. In Italia, infatti, il numero di ragazzi e ragazze che si fermano alla terza media e stanno fuori da qualsiasi altro percorso formativo è molto alto: circa 110.000 giovani fra i 18 e i 24 anni nel 2013, pari al 17% in questa fascia di età. Una percentuale che sta 7 punti sopra l’obiettivo Ue del 10% e che nel Sud Italia sale fino al 19,4%, con un picco del 22,2% in Campania.

“Poichè la dispersione va prevenuta e combattuta sul nascere, quindi già in età di scuola elementare, il programma Fuoriclasse si indirizza a studenti fra i 9 e i 13 anni” ha puntualizzato Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children. Perchè per chi si allontana prematuramente dalla scuola, i pericoli sono dietro l’angolo, compreso quello di finire nelle reti delle criminalità organizzate. “Per costruire delle comunità alternative alle mafie, che spesso raccolgono le vittime della dispersione scolastica per farne la propria manovalanza, è importante partire dal contesto, dalle condizioni reali” commenta Francesca Rispoli, responsabile del settore formazione di Libera, partner del progetto. E continua: “La dispersione scolastica impoverisce, la povertà economica diventa impoverimento culturale, quindi etico, e tutto ciò favorisce l’avanzata delle mafie. Noi speriamo che il progetto si estenda non solo nel sud e mezzogiorno: la mafia è infatti un fenomeno pervasivo, e questo progetto è un grosso aiuto per tutti noi, perché agisce a valle dei percorsi criminali”.

Anna Toro

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