La scuola non finisce a giugno

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Chi l’ha detto che gli insegnanti in estate “non fanno niente”? Sono in molti a cantilenare questo ritornello che sì, probabilmente per alcuni è calzante, ma con altri non ha certo nulla a che vedere. Lo testimonia la riunione fiume di ieri pomeriggio con un gruppo di insegnanti dell’associazione Docenti Senza Frontiere, un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (e quanta utilità nel loro operato…!) che, in maniera indipendente, mette in rete persone, associazioni locali e nazionali e gruppi attivi sul territorio, sperimentando forme innovative di attivismo e di networking sociale e proponendosi di portare un cambiamento verso tutti coloro che sono esclusi dal diritto dell’istruzione.

Un obiettivo ambizioso, non c’è dubbio, ma la sensazione è quella che la passione investita, le abilità messe a servizio e l’esperienza consolidata del mondo scolastico siano ottime premesse per raggiungerlo. Quando, nei laboratori promossi nelle classi grazie alla World Social Agenda, incontro persone così penso che la scuola italiana trovi proprio in loro le sue speranze migliori e che una ventata di freschezza sia sempre possibile, soprattutto quando meno ce lo si aspetta, quando la scuola “è finita” e le aule sono vuote, quando l’investimento per una scuola diversa scaturisce dalla voglia di essere in prima persona quel cambiamento che auguri ai tuoi studenti.

E penso a insegnanti come Rosaria Gasparro, maestra di una scuola pubblica, di cui vi invito a leggere un vibrante articolo a proposito di scuola e meritocrazia, che in apertura conferma: “I ministri passano, i loro errori restano. E a noi insegnanti tocca non perdere il senso durante e dopo le grandi manovre. La mia de-formazione mi obbliga a una speciale fedeltà. La fedeltà ai bambini. A tutti, nessuno escluso”. Un articolo che fa riflettere sull’adesione quotidiana che molti insegnanti danno a una scuola che frequentemente dista anni luce dalla realtà, quella realtà che nonostante tutto, imperterrita, chiama ad imparare con il corpo, con il gioco, con gli sbagli e con gli esperimenti. Che per natura chiama agli spazi aperti e si ribella a quelli chiusi, aule comprese.

Una realtà dove si impara facendo, dove tutti siamo ripetenti, proprio in virtù di una ripetizione che sembra essere strutturale alla scuola, a quella italiana soprattutto. Perché ripetenti lo sono i bambini, che vivono intrisi di novità e che pure rianimano nelle ricreazioni quegli stessi giochi familiari ai loro genitori. Lo sono gli insegnanti, che ogni anno si ritrovano sul crinale di una sfida, quella di ripercorrere un atto educativo dimesso e rassegnato o quella di stravolgerlo con nuovi spunti, nuovi stimoli, entusiasmi riattivati. E lo siamo noi formatori, che sulle scuole ci appoggiamo come la linea tangente alla circonferenza, eppure sbirciamo ogni volta qualcosa di diverso, di logorante o di emozionante.

Si parlava di competenze ieri, di quello che nel sistema scolastico riformato viene definito come “Portfolio“, “strumento unitario che raccoglie ordinatamente e stabilmente le documentazioni più significative del percorso scolastico dell’alunno, registrandone esiti e modalità di svolgimento del suo processo formativo, e accompagnandolo dalla scuola dell’infanzia fino alla conclusione del 1° ciclo di istruzione per tracciare la sua “storia” e per offrirsi in ogni momento a supporto di analisi ragionate e condivise dei risultati ottenuti per i docenti, per l’alunno e per i suoi genitori”.

Una definizione che probabilmente mi avrebbe scoraggiata, se non a tratti disgustata, se l’avessi letta prima di ieri, per la formalità che trasuda, per quell’”ordinatamente e stabilmente” che così poco hanno a che vedere con la realtà di cui sopra. Eppure… Eppure qualcosa di buono lo suggerisce questo approccio quando te lo traducono le parole e i gesti di chi alla scuola dedica molto più dell’orario di lavoro, perché ci parla di nuovi modi per imparare ad essere e trovare un posto nel mondo attraverso l’incrocio di tante strade e perché impone quella rete che quasi sempre offre nuove prospettive anziché imprigionarle. Perché a chi – come molti – è in grado di cogliere questa opportunità, permette di non arrendersi alla ripetitività sbiadita dagli anni e da assillanti traguardi da raggiungere ad ogni costo, permette di ritornare a costruire, a esplorare, a diventare.

Offre la possibilità di trasformare i “non ho voglia” in “potrei fare”, con il condizionale d’obbligo, perché ci si può anche accorgere che a volte alcune scelte si possono aggiustare, ricalibrare. Con un privilegio che diventa allora di tutti, di studenti, insegnanti e formatori: riconquistare il desiderio di sapere, di fare, di condividere.

Anna Molinari

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