Cooperazione internazionale. Sì, se

Stampa

Da dove sorge il sole dello sviluppo? – Foto: ecodellarete.net

Nel 1978, in largo anticipo sul crollo del Muro di Berlino, Nanni Moretti girò il film “Ecce Bombo”: in una scena indimenticabile, sulla spiaggia, alcuni amici comunisti aspettavano il sol dell’Avvenire; quella era la speranza. Vegliarono tutta la notte scrutando l’orizzonte, l’est, il mare. Ed il sole sorse; finalmente. Alle loro spalle.

Allora si girarono di 180° verso occidente ove, nell’anno 2000, le Nazioni Unite istituirono gli Obiettivi del millennio o altre agende di sviluppo mondiale.

A vedere le statistiche del 2008, a metà percorso, tra il passaggio di millennio e l’anno 2015 – quando gli obiettivi dovrebbero esser raggiunti, alcuni segnali di sradicamento della povertà sembravano arrivare in modo incoraggiante. Ma non grazie a New York e alla sua agenda ma a Pechino. Per capire dove va il mondo le sessioni del Partito Comunista Cinese PCC dovrebbero essere  più seguite dalla stampa internazionale che le sessioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite o i report del Fondo monetario e della Banca Mondiale che, non a caso, hanno gli headquarters a Washington. Tutti volano ad oriente e nessun giornalista, se non ben prezzolato, si ferma ad ascoltare i tromboni del Palazzo di vetro.

Che accade? I nostri “non più giovani” che, non senza fatica e rielaborazione culturale, si girarono di 180° e tendevano lo sguardo verso ovest, verso New York o Washington o la city di Londra, si sono sbagliati di nuovo: il sole dello sviluppo sorgeva ad Est; com’è peraltro naturale. Da Shanghai (che come città un terzo della popolazione italiana) a Pechino sino a Mumbai passando per New Delhi le statistiche ci dicono che lo sviluppo cindiano, per dirla con Rampini, ha tolto molta più gente dalla povertà dello sviluppo immaginato a New York con i suoi Obiettivi del millennio che scadono come uno yogurt il prossimo anno. Due Stati contro 190. Cina ed India. La prima che governa la produzione mondiale di beni e la seconda che ne controlla i flussi; in primis finanziari. Allora il gruppo di amici ormai adulti si rigirano verso est, verso il mare e l’orientamento d’origine rischiando di passare per voltagabbana. Tornano a guardare verso est. Non solo verso la vicina Serbia, Romania o Polonia o la tigre Turchia (anch’essa però ammansita e già in crisi) ma oltre: l’estremo oriente.

Si sentono un po’ ringiovaniti, nonostante l’età e sono un po’ rinfrancati nelle certezze giovanili. Qualcuno osa esclamare un “l’avevo detto io” e ricordano i sorrisini degli analisti filo yankee che alla caduta del Muro di Berlino teorizzavano la sepoltura definitiva del comunismo. Sarà pur vero ma il drago sorto dalle ceneri del comuncapitalismo ha un turbo impressionante che fa chiudere i battenti a tutti i nostri artigiani.

Il più acuto del gruppo iniziò a chiedersi rompendo l’incantesimo: “Sì; ma che tipo di sviluppo è questo? Quando  migliaia di aziende chimiche che riversano sul Fiume giallo? Quando vi sono le reti antisuicidio sotto le finestre delle fabbriche e quando il maggior numero di cicloni indiani è dato da inquinamento atmosferico?” E stare zitti, no?

Gli amici, ormai un po’ stempiati, iniziano a documentarsi on line grazie al tablet (progettato nella Silicon Valley e costruito in Cina). Scoprono 2 classifiche. La prima sul PIL, lo sviluppo industriale e la seconda sull’ISU (sviluppo umano), confezionando un nuovo credo: lo sviluppo integrale della persona. Finalmente, anche se in tarda età, sanno cosa cercare. Il problema è che non lo trovano né dove nasce, né dove muore il sole ma a nord; ove il sole, peraltro, è obliquo. O, meglio, ove c’è sin troppo o sin troppo poco. E quindi Danimarca, Svezia, Norvegia. Ottime Università, eccellenti cliniche, servizi pubblici ogni dove, treni puntualissimi. Si girano quindi di 90° verso le socialdemocrazie vichinghe.

Passa il tempo ed arriva la noia. Che palle sto nord freddo, ove il sole c’è o non c’è, ove tutti sono ligi al dovere ed ove il massimo della trasgressione è non comprare Ikea. I flussi seguono corridoi predeterminati e tutto è prevedibile; il tasso di crescita è al 2% del Pil. Insomma; tutto tranne Boom. Non si sente né il fragore e né lo spostamento d’aria della crescita che invade i nostri amici, ancora in piedi sugli scogli in riva al mare, per la terza volta nel giro di una generazione.

Li prende alle spalle. Da Sud. Come la sabbia del Sahara che invade la nostra Europa. Fuori i numeri. Gli emerging vivrebbero un 2014 di crescita del 5-6%: dalla Primavera araba al Sudafrica. Ghana 8%, Etiopia 7,7%, Tanzania 7,3% (aveva del tutto sbagliato la Lega Nord ad investire a Dar Es Salaam?), il Mozambico per poco non sfiora l’8% ed il Rwanda, a 20 anni dal genocidio, mira al 9%. Si; avete letto bene: 9%. Non 0.9%! Guardiamo al trend di crescita, l’Africa supera tutti.  

Se ieri lo sviluppo era bianco, oggi è meticcio ma domani sarà nero come ho scritto in un mio reportage da Nairobi. Solo nero. Obama è un Luo del lago Vittoria. La Capanna dello zio Tom è uno skyline di Johannesburg.

In questo panorama ove l’Europa e, in particolare, il sud Europa dei Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) arrancano e pure i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) cominciano a rallentare, ha ancora senso la cooperazione internazionale? Sì, se

Sì, se si destruttura  quanto prima l’autopercezione di un nord salvatore del sud. I sud ed i nord stanno in ogni dove. Ed i beneficiari di ieri sono i salvatori di oggi. Continuiamo a tessere la tela allacciando più fili possibili: più relazioni - meno crisi.

Sì, se corre il pensiero. Molta cooperazione è incompetente. Non sa e, semplicemente, non sa di non sapere. La direzione è dettata dal buon cuore. Rifugge da ogni competenza: oltremare tutti posson fare di tutto. La comunità internazionale, invece ed in alternativa, s’è data un percorso di pensiero interessante (Dichiarazione di Parigi del 2005, il Piano d’azione di Accra del 2008 e Busan del 2011) che ha portato a delle parole chiave: appropriazione, armonizzazione, trasparenza, risultati e responsabilità reciproca. Studiamo.

Sì, se  si abita la complessità. Impensabile, oggi, una cooperazione di soli attori non profit come le ong senza interconnessioni con il profit, le università, i centri di ricerca dei sud, i governi locali.  Rischieremo di guardare, come gli amici di “Ecce Bombo”, per l’ennesima volta, dalla parte sbagliata nel periodo storico sbagliato.

Ed ad un anno dalla scomparsa di di Mons. Giovanni Nervo, già garante di Unimondo nonché fondatore della Caritas, non possiamo certo permettercelo. Proprio lui che sapeva leggere la storia con largo anticipo. Come, peraltro, il regista Nanni Moretti.

Fabio Pipinato

Ultime su questo tema

Quando la fame costringe ad emigrare

12 Novembre 2018
Un recente studio sulla fame nel mondo descrive una situazione molto preoccupante. (Lia Curcio)

Il cooperante, una figura in continua evoluzione

03 Aprile 2017
Quello del cooperante era un lavoro fuori dall’ordinario. Oggi si sta trasformando nella scelta di un numero sempre più alto di persone. Ne parliamo con Diego Battistessa, cooperante e coordin...

La pace possa prevalere sulla Terra!

06 Ottobre 2014
E la prima riflessione è questa: la pace è la condizione normale dell’umanità, proprio come la salute. C’è tanto comportamento normale, semplice, decente in giro, tanto aiuto reciproco, un darsi un...

Ong e imprese. Sto matrimonio s'ha da fare

03 Ottobre 2014
Trento. 30 settembre. Un seminario dal titolo “ong e imprese: un dialogo possibile per gli obiettivi 2015”. L'incontro è il secondo di quattro che animano il semestre 2014 di Presidenza Italiana de...

Riforma della cooperazione: un vascello con troppe áncore

12 Settembre 2014
“Vascello corsaro” è l’immagine con cui il sottosegretario agli Affari Esteri Lapo Pistelli ha presentato il nuovo corso della cooperazione allo sviluppo italiana, ridisegnata da una legge nell'ago...

Video

Cesvi: la cooperazione internazionale come relazione