Cile: e la allegria?

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Foto: M. Giovannini ®

Qualche anno fa, camminando per le vie di Valparaíso, mi imbattei in un piccolo murale che raffigurava l’arcobaleno della campagna referendaria del 1988, dove la vittoria del “no” pose fine alla dittatura militare di Augusto Pinochet. La vicenda é narrata del film di Pablo Larraín “No”, in italiano adattato in “No, i giorni dell’arcobaleno”. Il jingle della stessa campagna recitava “Cile, la alegría ya viene”, adesso arriva l’allegria. Con l’uscita di scena del regime tutto cambierà, la tremenda scia di sangue, repressione, ingiustizia sarà spazzata via e ci sarà un paese nuovo tutto da costruire, dove le persone potranno vivere una vita in condizioni dignitose ed essere finalmente felici. 

Il mural però, assieme all’arcobaleno, riportava la scritta: “E l’allegria?”. Dov’é quell’allegria che ci eravamo promessi, che ci avevate promesso? Non c’é mai stata quell’allegria in Cile, uno dei paesi più disuguali al mondo, dove tutto é privatizzato: la sanità, le pensioni, l’educazione e persino l’acqua. Un paese con tassi di incidenza della depressione superiori alla media mondiale. “Non é depressione, é capitalismo”, ha scritto qualcun altro su qualche altro muro durante le proteste delle ultime settimane.

Il Cile laboratorio neoliberista, un modello economico imposto dopo il colpo di stato militare orchestrato dalla CIA. Vari ministri della dittatura si erano formati alla scuola di Chicago di Milton Friedman, l’economista teorico del liberismo economico, che coniò l’espressione “il miracolo cileno”, riferendosi all’operato dei suoi “discepoli”, i Chicago Boys (si veda a proposito il bellissimo documentario Carola Fuentes e Rafael Valdeavellano del 2015 dall’omonimo titolo). 

La politica economica cilena non é cambiata dai tempi della dittatura a quelli della democrazia, con i vari governi della Concertación (coalizione di partiti politici di sinistra, centro e centro~sinistra) che ha retto il paese dal 1990 al 2010. C’é stato poi il primo governo Piñera, di destra, e poi di nuovo la Concertación, che intanto aveva cambiato il suo nome per “Nueva Mayoría”, nuova maggioranza, che ha lasciato di nuovo spazio a Piñera nelle ultime elezioni del 2018. La Costituzione cilena é sempre rimasta la stessa dal 1980, nonostante vari movimenti popolari che si sono ripetutamente appellati ad una riforma che tagliasse definitivamente i ponti con l’epoca della dittatura. 

Le proteste di queste settimane sono iniziate il 25 ottobre, dopo il decretato aumento di 30 pesos (pochi centesimi di euro) per i biglietti della metropolitana, in quella che era già la metropolitana più cara di tutta l’America Latina. "Non sono 30 pesos, sono 30 anni”, recita uno degli slogan più in voga nella rivolta. Trent’anni di politiche neoliberiste che non hanno ridotto le disuguaglianze e hanno portato alla crescita esponenziale del debito privato. In Cile persino la spesa al supermercato si può pagare a rate, e per molte persone questa é l’unica soluzione per acquistare beni di prima necessità. Il salario minimo é di circa 400 dollari, le pensioni spesso arrivano alla metà, mentre il costo della vita é senz’altro paragonabile a quello dell’Italia. Eccolo, “il miracolo cileno”.

Le proteste sono iniziate a partire dalle scuole superiori, adolescenti che hanno iniziato ad occupare le stazioni della metropolitana chiamando a saltare i tornelli senza pagare il biglietto, disobbedienza civile di fronte all’ennesima provocazione. A partire da questo, e dalla brutale repressione che ne é subito seguita da parte dai carabineros prima e poi anche dalle forze dell’esercito, la mobilitazione civile é stata immensa, con centinaia di manifestazioni nella capitale e in tantissime altre città, anche sfidando il coprifuoco che era stato indetto da Piñera data l’incapacità di gestire la situazione.

Vi sono stati finora almeno 23 morti, varie persone scomparse e molti casi di tortura e violenza sessuale da parte delle forze dell'ordine. A questo si aggiungano piú di 200  traumi oculari causati per la maggior parte dai pallini sparati dalle armi di carabineros ed esercito: tra le persone colpite almeno trenta hanno perso completamente la vista dall'occhio interessato dal trauma. Tra essi un ragazzo di 21 anni che ha perso entrambi gli occhi e le cui immagini, dove sembra piangere lacrime di sangue, hanno fatto il giro del mondo e sono diventate un ulteriore simbolo della brutale violenza statale. 

La rivolta non é nuova nella democrazia cilena, ma mai aveva raggiunto questa intensità, durata e coinvolgimento di fasce trasversali della popolazione. Pensiamo al grande movimento degli studenti per l’educazione pubblica del 2011 e quello precedente dei “pinguini” del 2006, alle mobilitazioni per l’assemblea costituente, al movimento femminista che alcuni mesi fa occupò varie facoltà universitarie, e soprattutto alla lotta del popolo Mapuche che non é mai sopita a prezzo di una brutale repressione. E proprio la bandiera mapuche é una presenza costante nelle manifestazioni di questi giorni, a testimonianza dell’importanza cruciale che la lotta dei popoli indigeni riveste in Cile e negli altri paesi latinoamericani. 

Possiamo solo essere grati al popolo cileno per dimostrarci che sí se puede, che si può perdere la paura e ribellarsi e che ,comunque vada, le cose in Cile non potranno mai più essere come prima, e questa é già una grande vittoria. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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