C’erano una volta gli Yezidi del Sinjar

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Nadia Murad è una giovane ambasciatrice delle Nazioni Unite di origine curda e culto yezida che lavora per la pace e i diritti delle vittime di tratta delle persone ed è stata a sua volta vittima dell’Is nell’agosto del 2014 quando venne rapita insieme a molte altre donne dal villaggio di Kocho vicino a Sinjar, nel nordovest dell’Iraq. Portata a Mosul e acquistata come schiava da un uomo che aveva una moglie e una figlia, dopo il primo tentativo di fuga per punizione è stata stuprata da sei miliziani che la hanno tenuta in prigionia per tre mesi, fino a quando finalmente è riuscita a fuggire e a raggiungere la Germania. Secondo dati dell’Onu in quell’estate circa 5.000 Yezidi che non erano in grado di fuggire o non volevano convertirsi all’Islam finirono uccisi e altri 430.000 riuscirono a fuggire dalle milizie dell’Is che miravano ad espellere e distruggere tutti gli Yezidi dalla regione del Sinjar. Un numero ancora imprecisato di donne e ragazze Yezidi sono state rapite, violentate, costrette a sposarsi o vendute nei mercati degli schiavi e solamente 900 di loro, come Murad, sono riuscite a fuggire. Oggi, mentre si stima che ci siano ancora circa 3.400 persone prigioniere dell’Is, in Germania vivono almeno 120.000 membri della più grande comunità yezida della diaspora, 5.000 dei quali nell’area di Bielefeld, dove in molti si sono rifugiati a causa delle persecuzioni religiose subite già a partire dagli anni ‘80.

In occasione del terzo anniversario di quello che anche l’Unione Europea nel febbraio del 2016 ha definito un genocidio, l’Associazione per i Popoli Minacciati (Apm) e l’organizzazione umanitaria yazida con sede in Germania Hawar.help hanno chiesto alle istituzioni politiche tedesche ed europee di aiutare tutti i sopravvissuti di questo orribile crimine che si trovano ancora in uno stato di emergenza umanitaria. La richiesta riguarda il sostegno agli Yezidi che vivono ormai da molti anni in Germania perché possano sostenere direttamente la loro comunità religiosa rimasta in Iraq. Per Hawar “È urgente e necessario sviluppare progetti concreti di aiuti allo sviluppo per i profughi yazidi, soprattutto donne e bambini, come è già stato realizzato ad esempio nella regione della bassa Sassonia e del Baden-Württemberg con l’assistenza psicologica a gruppi di donne traumatizzate. I profughi, inoltre, non hanno possibilità finanziarie e non sono al momento in grado di trovare i finanziamenti per la ricostruzione della loro terra d’origine”.

Per l’Apm si tratterebbe “di un gesto importante e non solo simbolico per mostrare ai sopravvissuti al genocidio la nostra vicinanza”. L’obiettivo a lungo termine degli Yezidi, invece, è quello di identificare i responsabili del genocidio e portarli davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Già lo scorso marzo l’Apm si era appellata al presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu Matthew Rycroft per ottenere l’apertura di un’indagine della Corte per l’individuazione e il perseguimento del genocidio commesso contro gli Yezidi. “Per i sopravvissuti alle violenze commesse dal cosiddetto Stato islamico contro gli Yezidi e anche contro persone appartenenti ad altre minoranze è oltremodo avvilente vedere che i responsabili del genocidio e dei crimini di guerra restino impuniti mentre l’Is continua a pubblicare in rete le immagini di vecchie e nuove violenze” ha dichiarato l’Apm. Per i sopravvissuti il riconoscimento ufficiale di questo genocidio rappresenta la speranza di ottenere un domani, si spera non molto lontano, non solo giustizia, ma anche una qualche forma di autonomia amministrativa nella regione montuosa del Sinjar, la principale zona di insediamento degli Yezidi in Iraq. 

Negli ultimi anni gli yazidi, anche attraverso l’organizzazione americana Yazda, sono stati molto attivi nel cercare di diffondere la consapevolezza sul genocidio subito dalla loro piccola comunità. Anche dall'altra parte dell'Oceano hanno fatto appello alla Corte Penale Internazionale come pure alle Nazioni Unite nella speranza sia avviata la prima procedura internazionale contro lo Stato islamico con l’imputazione di genocidio. Per Murad “in ogni angolo del mondo è necessario che si sappia quello che ci è successo, in modo che il mondo si renda conto della sofferenza di più di 3.000 donne e ragazze che sono tuttora in schiavitù e vengono stuprate ogni ora e ogni giorno, del genocidio subito da una comunità pacifica e impotente, come pure del dolore di tutte le minoranze e di chiunque non condivida l’interpretazione dell’Islam portata avanti dallo Stato Islamico. La violenza contro le donne e i bambini deve finire, nessun’altra ragazza deve subire quello che ho subito io”. Per Murad, inoltre, è più che mai necessario “svegliare i giovani musulmani e renderli consapevoli della malvagità dello Stato Islamico, in modo che nessuno più si unisca ad esso. Voglio che il mondo sappia che lo Stato Islamico non rappresenta alcuna religione, ma rappresenta il male. E in questo modo sento di fare qualcosa, di resistere al nemico, ed è qualcosa di più utile che piangere e compiangermi in una stanza”.

Al momento il riconoscimento da parte dell’Unione Europea del genocidio dell’Isis contro gli yazidi e i cristiani e altre minoranze religiose ed etniche è positivo ma non basta: “Yazda e la comunità degli yazidi accolgono questo riconoscimento del genocidio da parte dell’Ue e sperano che possa essere il primo passo verso la fine delle sofferenze delle minoranze religiose in Iraq e in Siria” - ha spiegato Murad Ismael, co-fondatore e direttore esecutivo di Yazda. “Ma il linguaggio della risoluzione, per quanto riguarda la parte concernente gli yazidi, non rende conto della portata effettiva del nostro genocidio. I numeri dei rapiti che vengono riportati sono assai lontani da quelli reali. La risoluzione non fa menzione in grande dettaglio degli stupri sistematici, delle conversioni forzate, degli sfollati. Yazda chiede che la risoluzione sia emendata in modo tale da riflettere il reale livello di sofferenza degli yazidi”.  Secondo le Ong che operano in questa fascia di terra al confine tra l’Iraq e la Siria, sono ancora troppi gli esseri umani, per lo più donne e bambini, nella mani dell’Is e ancora nessuna forza militare è intervenuta per liberarli. Oggi chi, tra gli yazidi, non è stato catturato da Isis o non è stato ucciso, è sfollato nei campi profughi e difficilmente riuscirà a tornare a casa. Il risultato è che le comunità sono ormai completamente abbandonate e il culto yazida (con yazidi ci si riferisce erroneamente a questo popolo etnia curda, ma il termine è relativo al culto che contiene in sé elementi di cristianesimo, islam e zoroastrismo) sembra al momento cancellato da questo tentativo di pulizia etnica. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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