Qatar vs lavoratori migranti

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Da quando ne avevamo parlato, ancora nel 2015, poco sembra essere cambiato nella battaglia che il Qatar ha intrapreso contro i lavoratori migranti arrivati per lo più da Nepal, India e Filippine. Questo piccolo Stato del Golfo conta su due milioni di migranti, circa il 60% della popolazione, che compongono la maggioranza della forza lavoro qatariota. Negli ultimi due anni sono state introdotte riforme civili come il salario minimo temporaneo, l’istituzione di comitati di garanzia per la risoluzione delle controversie lavorative e la creazione di un fondo assicurativo. Eppure, dall’assegnazione dei mondiali di calcio del 2022, il Qatar è finito ripetutamente sotto la lente di ingrandimento di attivisti e ong che hanno denunciato le “pessime” condizioni dei lavoratori impiegati principalmente nella costruzione degli stadi, cantieri dentro ai quali sono emersi casi di abusi e gravissime violazioni dei diritti dei lavoratori, che hanno gettato più di un’ombra su Doha e la sua abilità nel chiudere un occhio, quando non entrambi, su questa drammatica situazione. 

Anche se alle critiche di questi ultimi anni il Qatar ha risposto avviando un piano di sviluppo mirato a rafforzare i diritti dei lavoratori e a ricostruire la sua immagine all’estero, i risultati, almeno per quanto riguarda il primo impegno tardano ad arrivare e nelle scorse settimane centinaia di lavoratori migranti rimasti senza paga sono stati costretti a tornare nei loro Paesi di origine, senza alcun compenso per le prestazioni effettuate. È quanto emerge dal rapporto “All work, no pay: The struggle of Qatar’s migrant workers for justice” pubblicato lo scorso 19 settembre da Amnesty International e secondo il quale nonostante le recenti riforme "le condizioni per gli stranieri restano sempre difficili e ancora oggi centinaia di lavoratori non ricevono il salario da datori di lavoro senza scrupoli”. L’inchiesta mostra che almeno tre compagnie del Qatar non avrebbero corrisposto quanto dovuto a 2.000 dipendenti stranieri, costringendo 1.620 di questi a sporgere denuncia presso l’arbitrato del lavoro. I lavoratori rimasti senza salario erano tutti impiegati in compagnie che operano nel settore dell’edilizia e dei servizi per la pulizia, anche se nessuna sembrerebbe legata in maniera diretta ai progetti avviati per i mondiali di calcio del 2022. 

Per Amnesty la maggior parte degli stranieri “sarebbero tornati a casa con niente in mano. Nessuno di loro avrebbe ricevuto alcun emolumento attraverso il sistema dei comitati di garanzia”, nonostante il ministro qatariota del Lavoro Yousuf Mohamed Al Othman Fakhroo abbia a più riprese dichiarato “di essere intervenuto nella controversia e di aver aiutato molti di questi lavoratori migranti a cercare un accordo”. Anche se, grazie alla firma nel novembre 2017 di un accordo con l’Organizzazione internazionale del lavoro  (Ilo) per rivedere le leggi del Qatar e porle in linea con gli standard internazionali, sono state introdotte molte importanti riforme, secondo i gli attivisti di Amnesty, la maggior parte non sarebbero mai entrate pienamente in funzione. In particolare, nel contesto dei lavori di costruzione degli stadi per Qatar 2022,  sono emersi molti casi di abusi e gravissime violazioni dei diritti dei lavoratori, nonostante le inchieste e le accuse emerse siano state quasi tutte archiviate dalla “giustizia” qatariota. 

Come mai? Per Amnesty la principale criticità sta nel sistema di “sponsor” detto Kafala, che continua a legare i lavoratori a imprenditori e affaristi privi di scrupoli per un lungo periodo di tempo. I lavoratori ancora oggi sono vincolati dai debiti contratti per il viaggio che li ha condotti in Qatar e non possono lasciare il paese o cambiare occupazione senza il permesso dei loro datori di lavoro. Per questo “resta ancora alto in Qatar il rischio di lavoro forzato sotto ricatto e permangono delle limitazioni agli spostamenti dei lavoratori insieme a frequenti violazioni dei diritti umani”. Emblematico è il caso emerso a settembre del 2018 con le vittime della Mercury MENA, un’azienda ingegneristica impegnata nella costruzione delle infrastrutture per i mondiali. Per Amnesty l’azienda ha tratto vantaggio dal sistema dello “sponsor” per sfruttare decine di lavoratori migranti e non ha versato migliaia di dollari in stipendi e contributi pensionistici, mandando in rovina numerosi lavoratori migranti provenienti dall’Asia. Inoltre le agenzie di reclutamento al servizio della Mercury MENA hanno illegalmente chiesto ingenti versamenti ai lavoratori, che sono stati così costretti a chiedere prestiti ad elevato interesse, contraendo debiti per saldare i quali si sono rassegnati a lavorare in condizioni di sfruttamento e talvolta a vendere le loro terre o ritirare i figli da scuola nel loro Paese natale. 

Anche per questo la possibilità di un'inchiesta ufficiale da parte dell'Ilo, affinché il Qatar si adegui agli standard internazionali in vista dell'organizzazione dei mondiali di calcio del 2022 è sempre più plausibile. La dead-line è stata fissata a novembre di quest'anno quando l’agenzia del lavoro delle Nazioni Unite potrebbe decidere di verificare direttamente  i risultati delle riforme e, in particolare, l’effettivo superamento della Kafala. E la FIFA intanto che fa?  Per ora assiste alla "partita" tra Qatar e lavoratori migranti in silenzio, da spettatore interessato, visto che il Mondiale di Qatar 2022 è un business da miliardi di dollari, che televisioni e sponsor non vogliono perdere. Alcuni marchi, però, hanno preso le distanze dal "sistema Qatar"Visa, per esempio, storico partner commerciale della FIFA, quest’anno ha rilasciato un comunicato in cui si è detta “sconcertata per le notizie che provengono dal Qatar” e ha chiesto alla Fifa “di intervenire con urgenza”. Una buona notizia certo, anche se per ora non si è sfilata dall’organizzazione della manifestazione mondiale ed è difficile pensare che possa farlo in futuro. Per ora, purtroppo, il Qatar conduce la partita con troppi gol di scarto su chi il mondiale e il Paese lo sta letteralmente costruendo con le proprie mani, ma senza i propri diritti.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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