Messico: in fuga verso gli Stati Uniti

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Polizia di frontiera americana in azione - Foto: © Pino Bruno

Sono circa 300 mila le persone che ogni anno attraversano il Messico con la speranza di iniziare una nuova vita negli Stati Uniti. Migliore e lontana dalla povertà, è l'auspicio, mentre troppe volte inizia solo un'odissea infinita che spesso si conclude con un massacro. Come è successo ai 72 migranti barbaramente uccisi lo scorso 25 agosto e ritrovati in un rancho di San Fernando, nello stato messicano di Tamaulipas al confine nordorientale con gli Stati Uniti. Erano 54 uomini e 18 donne provenienti da Honduras, El Salvador, Ecuador e Brasile. I cadaveri sono stati localizzati dopo uno scontro a fuoco tra militari e narcotrafficanti.

Un solo sopravvissuto ecuadoriano ha potuto raccontare l'orrore di quei momenti (circola la notizia che ci sia un altro sopravvissuto ma si mantiene ancora il massimo riserbo per motivi di sicurezza), e ha aiutato a identificare il luogo esatto dove è avvenuta la strage indicando il gruppo del cartello della droga de Los Zetas come responsabile. Lo stesso presidente messicano Felipe Calderon, ha affermato che la violenza è il risultato degli scontri tra i leader dei due cartelli che operano nella zona : “Stanno facendo ricorso alle estorsioni e al sequestro dei migranti come meccanismo di finanziamento e di reclutamento perché stanno affrontando una situazione critica sia finanziariamente che a livello di risorse umane” ha dichiarato il presidente.

Il gruppo è composto da ex militari che negli anni '90 disertarono e fondarono il Cartel del Golfo con a capo Osiel Cárdenas Guillén attualmente detenuto negli Usa, ma oggi i due gruppi sono protagonisti di feroci scontri per il controllo della zona. Amesty International ha reiterato la richiesta al governo messicano di indagare, portare alla giustizia i responsabili, identificare le vittime e restituire i corpi alle famiglie e prendere misure efficaci per contrastare la violenza che colpisce i migranti irregolari che attraversano il paese. Un recente studio della Commissione Nazionale per i Diritti Umani intitolato Rapporto speciale sui casi di sequestro a danno dei migranti in territorio messicano, ha reso noto che in soli sei mesi circa 267 mila persone sono state vittima di questo flagello, di cui 22 mila sono minori. I responsabili sono conosciuti anche come coyote e promettono ai migranti di aiutarli a superare la frontiera senza problemi in cambio di denaro, chiedendo cifre che a volte superano i 10 mila dollari.

Secondo il racconto del ragazzo ecuadoriano scampato alla morte, i migranti uccisi a San Fernando sono stati fermati mentre viaggiavano in un camion, e sono stati massacrati proprio perché non avevano il denaro sufficiente per pagare i coyote. Moltissimi sono poi quelli di cui non si hanno notizie. Nell'ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso aprile, intitolato "Le vittime invisibili: migranti in movimento in Messico" (in.pdf), l'organizzazione denuncia gli abusi contro i migranti irregolari che attraversano il Messico per dirigersi verso la frontiera statunitense. La maggior parte delle decine di migliaia di persone che affrontano il viaggio ogni anno provengono dall'America centrale e il loro viaggio è uno dei più pericolosi del mondo.

Estorsioni, discriminazioni, maltrattamenti, violenze sessuali, sequestri e omicidi per mano di bande criminali fanno parte del viaggio, e chi arriva alla frontiera con gli Usa sono solo quelli che sopravvivono a tutto questo. Spesso vengono ceduti da una banda all'altra, ma quando queste non riescono a estorcere il denaro richiesto iniziano con le minacce alla famiglia d'origine e spesso si concludono con massacri come quello di Tamaulipas, ma nel silenzio, perché nessuno sopravvive per poter raccontare queste storie. I responsabili non sono solo bande di assassini legate ai cartelli della droga che sfruttano la disperazione dei migranti per finanziarsi, molti dei casi segnalati nel rapporto Amnesty ma anche altri importanti documenti realizzati da organizzazioni locali che si occupano di dare assistenza ai migranti, come Belén Posada del Migrante, Humanidad sin Fronteras AC y Frontera con Justicia AC mettono in luce il coinvolgimento di pubblici funzionari e una evidente collusione tra gli agenti dell'Istituto Nazionale della Migrazione, Polizia Federale e Los Zetas.

La mancanza di protezione e di accesso alla giustizia fa dei migranti, specialmente donne e bambini, facili prede di bande criminali e funzionari corrotti. In più, la mancanza di azioni decisive da parte delle autorità federali e statali ha creato un clima di impunità tale che gli abusi sembrano essere permessi. L'Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Navi Pillay ha chiesto che i responsabili della strage di Tamaulipas siano perseguiti e puniti: “Garantire che non ci sia impunità è cruciale per evitare che si ripetano crimini così terribili” ha affermato Pillay. Anche per la tragica situazione messicana lo scorso 31 agosto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha lanciato un Piano di Azione Globale Onu contro la Tratta delle Persone.

Obiettivo principale del piano è quello di coordinare a livello mondiale le azioni contro questa terribile pratica. Ban Ki-moon ha chiesto che venga prestata particolare attenzione ai paesi che appoggiano la lotta contro la tratta di persone che però non hanno fondi sufficienti per portarla avanti, spiegando che spesso le nazioni da dove provengono le vittime sono quelle che hanno più necessità. “ Il traffico di persone è una delle peggiori violazioni dei diritti umani. E' la schiavitù dei tempi moderni. Nessun paese è esente, che sia paese di origine, di transito o la destinazione finale” ha sottolineato Ban.

Elvira Corona (Inviata Unimondo)

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