La disuguaglianza sociale è spesso “climatica”

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Per disuguaglianza sociale intendiamo una differenza evidente nei privilegi, nelle risorse e nei compensi tra le persone. Si tratta di una differenza oggettivamente misurabile e soggettivamente percepita che spesso è la conseguenza di meccanismi sociali e ambientali più che meritocratici. Negli scorsi mesi sono stati almeno tre i rapporti che hanno provato ad analizzare da vari punti di vista la disuguaglianza sociale, un problema che non può essere più sottovalutato e che è trasversale a tutti e 17 gli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il primo è stato il “Rapporto sulle economie del Mediterraneo 2018” presentato in febbraio a Napoli e curato dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr (Cnr-Issm). Edito da il Mulino, lo studio ha considerato “l’impatto delle disuguaglianze economico-sociali, degli squilibri territoriali e dei cambiamenti strutturali nei mercati del lavoro sulle migrazioni mediterranee” concentrandosi “sulle disparità tra i Paesi della sponda settentrionale e quelli della sponda sud-orientale e i gap sociali nei singoli Stati del Mediterraneo” con l’obiettivo di “individuare soluzioni che contribuiscano a rendere il Mediterraneo un’area di prosperità e pace”.

Secondo il presidente del Cnr Massimo Inguscio, “In un contesto caratterizzato dalla scarsità di risorse fondamentali per lo sviluppo umano e da una forte pressione antropica sulle risorse, il cambiamento climatico assume sempre più il ruolo di variabile determinante nell’amplificare i fattori di critici dell’area come crisi idricainsicurezza alimentare e flussi migratoritutti elementi che contribuiscono a incrementare il livello di instabilità interna che rischia di ripercuotersi su tutti i paesi della regione mediterranea”. Per il direttore del Cnr-Issm, Salvatore Capasso, “il quadro geopolitico internazionale molto fluido, i rapporti tra i diversi attori internazionali e regionali, l’elevata instabilità e conflittualità della regione sono tra i fattori alla base di molti fenomeni analizzati nel Rapporto. Tra questi, il cosiddetto “eccezionalismo arabo”, cioè l’apparente inconciliabilità tra governance democratica e sviluppo economico nei Paesi meridionali e orientali del bacino, dove permangono forti differenze nella distribuzione delle risorse che ostacolano una crescita inclusiva, pur in un contesto di attenuazione delle divergenze di reddito e di crescita tra Paesi a nord e a sud del Mediterraneo”.

Secondo gli autori del rapporto i motivi geopolitici ed economici spiegano solo in parte le ragioni delle migrazioni all’interno del bacino mediterraneo perché “Il tema centrale per il futuro delle società del Mediterraneo è l’ambiente e gli effetti di medio-lungo periodo del cambiamento climatico. Se l’intera area risulta esposta a forti rischi, al suo interno sono i Paesi della sponda sud-orientale a presentare i più elevati indici di vulnerabilità, oltre che minori capacità di risposta a causa di più bassi livelli di sviluppo economico”. Una conclusione che su scala mondiale è al centro anche dello studio “Global warming has increased global economic inequality” pubblicato in aprile su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) da Noah Diffenbaugh Marshall Burke del Department of Earth system science della Stanford University. La ricerca dimostra in modo inequivocabile che “dagli anni ’60, il riscaldamento globale ha aumentato la disuguaglianza economica”. Di fatto i cambiamenti di temperatura causati dalle crescenti concentrazioni di gas serra nell’atmosfera terrestre “hanno arricchito Paesi freddi come Norvegia e Svezia, mentre trattenevano la crescita economica in Paesi caldi come l’India e la Nigeria” tanto che oggi “la maggior parte dei Paesi più poveri della Terra sono notevolmente più poveri di quanto sarebbero stati senza il riscaldamento globale”. 

Stando ai dati emersi dalla ricerca, anche se gli impatti annuali della temperatura possono sembrare piccoli, nel tempo possono produrre guadagni o perdite eccezionali: “È come un conto corrente bancario, nel quale piccole differenze nel tasso di interesse genereranno grandi differenze nel saldo del conto in 30 o 50 anni – ha spiegato Diffenbaugh – Ad esempio, dopo aver accumulato decenni di piccoli effetti dal riscaldamento, l’economia indiana è ora il 31% più piccola di quanto sarebbe stata in assenza del riscaldamento globale”. Così mentre i negoziati sulle politiche climatiche oggi si concentrano su come dividere equamente le responsabilità per frenare il riscaldamento futuro, lo studio di Diffenbaugh e Burke fa la prima contabilità di quanto ogni Paese sia stato influenzato economicamente dal riscaldamento globale, evidenziando l’importanza di aumentare l’accesso all’energia sostenibile per lo sviluppo economico nei paesi più poveriL'urgenza di affrontare la disuguaglianza senza sottovalutare il tema ambientale ha condizionato anche il Forum Disuguaglianze e Diversità (Forum DD) che lo scorso marzo ha presentato e consegnato al Presidente della Repubblica un rapporto di 15 Proposte per la giustizia sociale” che definiscono una serie di politiche pubbliche e azioni collettive, ispirate dall’analisi e dalle idee di Anthony Atkinson, che agiscono su tre meccanismi di formazione della ricchezza: il cambiamento tecnologico, la relazione tra lavoro e impresa, il passaggio generazionale”.

Per il ForumDD non basta parlare di disuguaglianze, bisogna agire perché “un’alternativa esiste, ed esistono le condizioni per trasformare i sentimenti di rabbia nella leva di una nuova stagione di emancipazione che accresca la giustizia sociale”. Tra le tante proposte presentate il Forum ha invitato la politica a “Orientare gli strumenti per la sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli” perché “Giustizia sociale e giustizia ambientale sono interdipendenti e sono costrette a marciare assieme”. Come? Il Rapporto propone per il Belpaese tre linee d’azione che possono orientare gli interventi per la sostenibilità ambientale a favore della giustizia sociale: “rimodulazione dei canoni di concessione del demanio e interventi fiscali attenti all’impatto sociale; rimozione degli ostacoli ai processi di decentramento energetico e cura degli impatti sociali dei processi di smobilizzo delle centrali; modifiche dell’Ecobonus per l’incentivazione delle riqualificazioni energetiche degli edifici ed interventi sulla mobilità sostenibile in modo favorevole alle persone con reddito modesto”. Di fatto come scriveva con lungimiranza Alexander Langer in tempi meno critici “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà anche socialmente desiderabile”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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