I rifugi come palestra di cambiamento

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Si svolgerà domenica 24 giugno la Giornata Europea del Rifugio, iniziativa dedicata ad amanti ed appassionati di montagna che celebra quest'anno la sua terza edizione. Nasce dalla volontà precisa dell'Accademia della Montagna, realtà che opera all'interno della Trentino School of Management in Trentino; un territorio non a caso visto che, come ricorda Egidio Bonapace “di tutti i rifugi dell’arco alpino versante italiano, la percentuale maggiore è nelle Province Autonome di Trento e Bolzano” (fonte: I rifugi alpini ieri e oggi, Atti del Convegno– 2012). La giornata vedrà impegnati 11 cori che canteranno in 11 rifugi della provincia. A questo link si possono consultare tutti i luoghi che hanno aderito all'iniziativa; se le condizioni meteo non garantissero la sicurezza l'evento verrà posticipato a domenica 1° luglio, sempre a partire dalle ore 12. A partecipare all'organizzazione, oltre all'Accademia della Montagna, anche  SAT (Società Alpinisti Tridentini), Associazione Rifugi del TrentinoFederazione dei Cori del Trentino Trentino Marketing Fondazione Dolomiti Unesco.

Una giornata con un fine sociale, e non solo di divulgazione della cultura della montagna: nei rifugi sarà disponibile il libro “Montagne senza vetta” - tutti i ricavati della vendita (ad offerta) andranno a finanziare l'acquisto di defibrillatori da donare alle struttura in alta quota. L'iniziativa, partita un paio di anni fa grazie a Massimo Dorigoni – ideatore, coordinatore, autore – sta facendo il giro del Trentino e dell'Italia grazie ad una fitta rete di contatti; ad oggi sono già stati 12 i defibrillatori acquistati e donati ad altrettanti rifugi. L'idea è di rendere la montagna un luogo sicuro per tutti e per tutte, andando a coprire l'intero territorio.

Ragionando in quest'ottica è naturale una riflessione rispetto al ruolo dei rifugi; ed è un compito a cui la stessa Accademia non si è mai tirata indietro, anzi. Qualche mese fa Unimondo aveva intervistato Egidio Bonapace, maestro di sci, guida alpina, gestore di rifugi, accademico del CAI, ex presidente del Trento Film Festival e di Accademia. Il quadro che ne emergeva è di una montagna in cambiamento, con buona pace al nostro immaginario sull'immobilità delle vette. D'altra parte è sufficiente pensare a come sia cambiato il mondo del turismo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Fino agli anni '70 circa, i rifugi erano luoghi spartani ma di grande ospitalità. Dagli anni '70 fino alla fine degli anni '90 la montagna ha vissuto poi un momento di grande afflusso turistico – quasi troppo, per la sua capacità di accoglienza. Poi il trend si è arrestato. Oltre a questi cambiamenti quantitativi – che hanno investito anche i rifugi in quanto strutture deputate all'accoglienza – vi sono stati i cambiamenti nelle persone che frequentano la montagna: e così se prima i rifugi erano i punti di partenza per l'escursione, oggi sono diventati i punti di arrivo. Già dal luogo in cui il rifugio si trova abbiamo una prima discriminante: si hanno grandi numeri dove esistono impianti di risalita, e dove il tragitto a piedi non supera le 4 ore di cammino per l'escursione fatta in una giornata. Se consideriamo 6/7 ore di camminata, la frequentazione si riduce del 40%; per le gite dove è necessario utilizzare attrezzatura alpinistica si scende dell'80% sul totale (fonte: I rifugi alpini ieri e oggi, Atti del Convegno – 2012).

Quindi, se il rifugio diventa una meta e non un luogo di partenza, cosa cambia nel suo ruolo? Cosa si aspetta un turista medio, quando ci arriva? Probabilmente si possono ipotizzare anche alcune attenzioni tipiche delle strutture alberghiere e di ristorazione del fondovalle, e da qui un dibattito che è nato negli scorsi anni sulla possibilità che i rifugi si trasformino in alberghi. Claudio Bassetti, ex presidente della SAT, si esprime in maniera lapidaria in proposito: Rifugi come hotel? Mai, rispondendo in maniera forte e chiara a Federalberghi; tanto da affermare, in chiusura al suo articolo, che “(...) la nostra analisi sulla frequentazione diverge da quella del rappresentante di Federalberghi, come pure quella sugli interventi di riqualificazione. SAT nei suoi rifugi (in qualità di proprietari, ndr) cercherà sempre di mantenere equilibrio, sobrietà e misura, senza indulgere ad assecondare mode o richieste estemporanee o rincorrere mercati senza futuro. Aggiungo infine che la riduzione quasi a zero dell'intervento dell'ente pubblico nella ristrutturazione dei rifugi mette a rischio la qualità complessiva delle strutture d'alta quota in Trentino”.

C'è poi un altro fattore da considerare: ovvero, l'invecchiamento generazionale: oggi sono pochi i giovani che vivono la montagna, ed è più che mai necessaria una riflessione a 360° sui rifugi come presidi di montagna. Il rifugio in effetti non è altro che questo: uno strumento per facilitare la frequentazione di questi territori, altrimenti difficili da raggiungere e da vivere. Come evidenziato nel convegno, i motivi per cui i giovani non frequentano più la montagna sono vari:“non ci sono più i sacerdoti che accompagnano ragazzi in montagna, per una questione di responsabilità, ma soprattutto perché sono pochi, anziani e con tante parrocchie da seguire; nelle valli i campeggi delle sezioni del CAI, delle parrocchie, di varie associazioni, scout, sono diminuiti se non scomparsi. Questo anche per problemi di tipo amministrativo; gli stessi genitori non hanno più tempo per accompagnare i figli in montagna; il servizio militare negli alpini non esiste più; la scuola dell’obbligo anche nei paesi di montagna, se non per l’iniziativa di qualche prof. entusiasta, non fa nulla per mantenere cultura e conoscenza della montagna” (fonte: I rifugi alpini ieri e oggi, Atti del Convegno – 2012). Su questo ultimo punto possiamo affermare che Accademia sta mettendo in campo varie risorse, come ad esempio l'esperienza “100 ragazzi in rifugio”, con cui gli studenti delle superiori hanno la possibilità vivere una notte in rifugio; è proprio da iniziative come queste che si riuscirà a costruire il futuro dei territori montani.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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