Sui sentieri del riscatto

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Foto: Unimondo.org

Ogni anno il National Geographic conferisce il premio “Adventurer of the Year” a 10 personalità fuori dall’ordinario: il riconoscimento, tributato dai lettori, lo ottiene chi, nel mondo, ha trasformato in realtà i propri sogni di esplorazione, tutela ambientale, restauro del patrimonio culturale, sport estremi e umanitarismo. Il 2017 ha raccolto esperienze particolarmente toccanti, dalla storia di Ashima Shiraishi, giovanissima climber di livello internazionale all’equipaggio della Hōkūleʻa, di cui anche noi vi abbiamo raccontato, a Shannon Switzer Swanson, giornalista, fotografa, dottoranda a Stanford, surfista e ambientalista che si spende per la salute degli oceani. C’è però una storia che su tutte è arrivata dritta al cuore del pubblico del National Geographic, e porta il nome di Mira Rai.

Ospite della 65a edizione appena conclusa del Trento Film Festival, dedicato come di consueto ai fili che uniscono la montagna al cinema e all’avventura, con il documentario di Lloyd Belcher che porta il suo nome, Mira si presenta alla serata di venerdì 5 maggio in tenuta sportiva, ed è di un’eleganza dolcissima. Ma perché è qui una ragazza nepalese di quasi 30 anni, originaria di un villaggio rurale delle montagne di Bhojpur? Mira non partecipa soltanto a un programma speciale che dedica ampio spazio al muoversi in montagna e che le permette di raccontare la propria storia, ma è soprattutto un’atleta di calibro internazionale nel trail running.

Certo, le sfide che ha dovuto affrontare non sono state solo sportive: Mira è una donna che, per diventare quella che è, ha superato non pochi ostacoli, a partire dai suoi stessi sogni, che la portavano ben oltre le aspettative culturali che pesano su una donna nepalese: prima di 5 figli, a 14 anni si è arruolata nell’esercito Maoista, rompendo fin da subito le righe di una vita già scritta tra i campi da coltivare, l’acqua da andare a prendere e pesanti sacchi di riso da trasportare al mercato, percorrendo spesso scalza ripidi sentieri che, se da un lato erano tremendamente faticosi per una ragazzina, dall’altro sono stati il suo primo terreno di allenamento. A 16 anni, di ritorno a casa dall’esperienza con l’esercito e senza aver combattuto nemmeno una battaglia, Mira aveva già dato prova di essere un’ottima runner e un’altrettanto brava karateka. Un modo di conoscersi, intuire grandi potenzialità sportive e capire l’importanza di incanalare le energie senza darsi per vinta di fronte ai desideri custoditi nel cuore. Trascorrono giorni di allenamenti e perseveranza, fino agli anni più recenti, quando per caso può cimentarsi in una competizione di corsa in montagna, invitata da due atleti che l’hanno vista correre per le strade della città. E’ così che Mira partecipa al Kathmandu West Valley Rim, una corsa di 50 chilometri che ha vinto - la più lunga distanza fino ad allora affrontata - senza equipaggiamento tecnico o scarpe adeguate, unica donna partecipante. Da lì si aprono per lei le strade - o faremmo meglio a dire i sentieri - delle gare internazionali, che le permettono di stracciare numerosi record e tagliare traguardi importanti, sempre con la bandiera nepalese alzata sopra la testa con grande orgoglio: basta guardarla negli occhi per emozionarsi (è forse la prima volta che mi capita di vedere la commozione anche nell’interprete nepali che l’accompagna) e capire che queste vittorie non sono solo un gesto atletico frutto di una passione coltivata con dedizione, ma sono occasioni importanti di favorire il riscatto degli sportivi nepalesi, uomini ma anche e soprattutto donne, per le quali non è scontato trovare nella propria società modelli di emancipazione a cui ispirarsi. Nasce infatti proprio da questo obiettivo il Girls Running Fund, per reperire risorse finanziarie indispensabili all’organizzazione di piccole gare che contribuiscano a sviluppare l’emancipazione e l’abilità delle ragazze nepalesi.

Insomma Mira è una donna come tante, nepalesi e non, minuta eppure allenata dalla vita nonostante le sconfitte al coraggio e al sorriso, che regala con entusiasmo ed energia traboccanti incrociando gli sguardi del pubblico e ringraziando con uno dei saluti più belli al mondo, quel namastè che raccoglie significati profondi di solidarietà e rispetto. E, forse per ragioni personali o forse semplicemente perché la sua presenza ne è conferma, mi piace l’idea di ricordarla proprio con le parole d’apertura pronunciate all’inizio del film, immaginando di seguirla nelle sue corse di antilope a zig zag sui sentieri della vita, con i piedi saldi a terra nonostante i successi internazionali ottenuti e con la determinazione di chi sa che lo sport è un trampolino di riscatto da cui vale la pena lanciarsi. Perché “le occasioni sono come una foglia su un fiume, se non le cogli al volo potrebbero non tornare più”.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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