Giovani montanari insegnano

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La ricerca “Stare in Montagna: i giovani” parte da una domanda semplicissima: da un banale “come stai”, in effetti. A questa domanda, per lo meno nelle valli del Trentino, spesso si risponde con un “dai” - è veramente difficile avere risposte che vadano nella direzione di “bene”, o “male”. Così Marco Romano ha deciso di provare a sentire come stavano i giovani montanari, ed insieme ad Annalisa Stablum ne è nata una ricerca che mostra uno spaccato interessante ed inedito dell'odierno mondo di montagna e che è stata realizzata grazie al supporto e sostegno dell'Accademia della Montagna del Trentino.

La ricerca ha coinvolto 27 giovani (età media 28 anni) dei territori della Val di Non e Val di Sole, nel Trentino nord-occidentale. L'accento è posto su un'ottica qualitativa con l'obiettivo di realizzare un'esplorazione dell'esistente più che non di dimostrare una qualche teoria; così facendo riporta una serie di pensieri, spunti ed idee che contribuiscono alla riflessione comune che ha come protagonista la montagna ed i giovani di montagna– il tessuto sociale ed economico, lo spopolamento ma anche il ruolo assunto dal turismo.

I giovani intervistati presentano esperienze e storie di vita che in parte si accomunano: la metà di loro ha una laurea, ed a prescindere dai titoli di studio la maggior parte ha avuto esperienze di vita all'estero e/o in altre città italiane. Eppure, tutti e tutte hanno deciso di tornare nel loro paese di montagna e di mettersi in gioco - spesso inventandosi uno o più lavori per poterci rimanere e/o mettendosi in proprio. Ed in effetti la ricerca è un'iniezione di fiducia, positività, e voglia di fare. Alla faccia delle frasi da bar che seguono la linea del “i giovani di oggi non hanno più valori, non hanno voglia di lavorare”. Di certo ci saranno anche giovani di questo tipo, così come ci saranno “giovani montanari” che hanno delle vite ben distanti da quelle descritte - tuttavia il quadro riporta uno spaccato diverso.

Un aspetto che colpisce è la serenità che traspare dalle vite di questi ragazzi; che spesso, una volta terminate le scuole superiori se ne sono andati “in città” perché la valle andava stretta – per poi tornare anni dopo, consapevoli che sì, la città offre molto, ma che la vita in paese è ciò che fa più per loro. I motivi sono numerosi, ma hanno a che fare soprattutto con il legame con la natura, con ritmi di vita meno accelerati e più umani, e con il desiderio di vivere in aree meno contaminate. In parecchi svolgono un lavoro che non è collegato a quello che hanno studiato – punto questo, su cui i media tradizionali in generale si soffermano di frequente presentandolo in chiave negativa. La questione in ballo è tutt'altro che banale – anche per il futuro dell'Italia; alla base c'è la convinzione secondo la quale studiare sia inutile se poi si va a svolgere un lavoro non inerente al titolo ottenuto. Purtroppo in tanti ci credono – e come risultato anche per questo abbiamo il tasso di laureati tra i più bassi dell'Europa (siamo penultimi, peggio di noi solo la Romania – dati Eurostat 2017). I giovani di questa ricerca dimostrano che studiare serve a prescindere: ad aprire la mente, a fare esperienze, ad essere più consapevoli.

Tant'è vero che quando i ricercatori chiedono quali sono gli aspetti negativi legati al lavoro o alla vita in paese, sono in tanti ad essere spiazzati – ed a chiedere a loro volta se necessariamente ci debbano essere degli aspetti negativi. Vi è una grande consapevolezza rispetto alla fatica del lavoro ed alla difficoltà di gestire il tempo libero. La fatica viene vissuta in chiave positiva, è un qualcosa di normale e che fa parte della quotidianità; la vita in montagna porta a seguire i ritmi che questa impone: momenti di grande intensità lavorativa, alternati a momenti di completo stacco. Non sono facili da gestire, ma quando si entra nel flusso della natura basta lasciarsi guidare. 

Il principale aspetto negativo che viene riportato e declinato a seconda dell'attività economica è legato alle normative da osservare, che spesso sono complicate e rendono difficile e macchinoso il semplice poter/voler lavorare. L'apparato burocratico il più delle volte scoraggiai giovani dal provare una strada imprenditiva – e questo a vari livelli. Da un primissimo momento, quando si deve partire e le licenze da chiedere sono numerose; a quando si vuole sviluppare un'attività. Si prende ad esempio una malga che produce qualche centinaio di vasetti di marmellata; sarebbe necessario ci fossero normative diverse invece di equipararla alla produzione industriale di massa. Oppure le difficoltà di chi vive di pastorizia: da quando l'amministrazione pubblica ha introdotto il lupo sulle Alpi, le pecore sono obiettivamente in pericolo. Per risolvere il problema, l'amministrazione pubblica – sempre lei - ha obbligato i pastori ad acquistare dei cani per difenderle; fornisce degli aiuti per comprarli ma non mantenerli. Questo onere pesa sulle spalle di chi svolge questo lavoro.

Si tratta quindi di un ricerca a tutto tondo che affronta vari temi vissuti come centrali dai giovani montanari; e che conferma l'impegno di Accademia della Montagna nel capire, curare e studiare il loro rapporto con la montagna; la versione integrale è disponibile a questo link. Ma non è il primo lavoro in questo ambito; la prima ricerca realizzata, “Mountain Like”, è datata 2013/2014 ed è a cura della prof.ssa Mariangela Franch dell’Univerità degli Studi di Trento; qui si sono esplorati quali siano gli atteggiamenti dei giovani trentini in relazione alla frequentazione della montagna. Da questa ricerca, un po' con effetto “a valanga” si è poi partiti per creare il progetto “Architettura per la montagna di domani” con l’università di Ingegneria, il professor Claudio Lamanna ed il ricercatore Riccardo Giacomelli, che si concentra sulla ristrutturazione dei rifugi tenendo presente sia la richiesta di comodità da parte del turista medio sia il rispetto della tradizione che caratterizza i presidi della montagna (ne abbiamo parlato in questo articolo). Oltre a questo, il progetto più importante di Accademia con i giovani è “Ragazzi al Rifugio”, che vede la partecipazione di circa 250 ragazzi ogni anno.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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