Il commercio di avorio non è ancora “estinto”

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Foto: Nextews.com

Il divieto della vendita di avorio è entrato in vigore ormai da più di un anno in Cina. Pechino era da sempre il più grande importatore mondiale di avorio e alimentava un commercio responsabile della morte di circa 30.000 elefanti all’anno. La scelta cinese si è sommata a quella statunitense del 2016 e ha iniziato ad avere ricadute positive, tanto che per e per il Ceo di WildAid Peter Knights nel 2018 i prezzi dell’avorio sono stati costantemente in calo e gli sforzi nell’applicazione delle leggi contro il commercio illegale in molte parti dell’Africa e dell’Asia sono decisamente migliorati”. Tuttavia la piaga del commercio di avorio e il bracconaggio degli elefanti non si sono ancora interrotti come speravano molti ambientalisti, e questo perché il divieto cinese non riguarda l’avorio “vecchio” prelevato dagli elefanti prima dell’entrata in vigore della legge, quando era ancora acquistabile e vendibile. Fatta la legge trovato l’inganno, si potrebbe dire, visto che con questa scusa si continua ad uccidere elefanti facendo passare l’avorio “nuovo” come “vecchio”, e quindi legalmente commerciabile.

Per questo la genetica è diventata uno strumento fondamentale per combattere i crimini contro la fauna selvatica ed in particolare il commercio di avorio portando a scoperte inattese come quella fatta lo scorso mese dagli scienziati della Royal Zoological Society of Scotland (Rzss) che hanno identificato il DNA di un mammut durante un’indagine sul commercio illegale di avorio nel Sud-Est asiatico. Alla Rzss hanno spiegato che “Il DNA è stato trovato in una bigiotteria di un mercato cambogiano insieme ad altri oggetti fatti con avorio di specie asiatiche in via di estinzione e di elefanti africani vulnerabili”. Oggi Phnom Penh sembra essersi sostituita a Pechino, diventando la nuova capitale del commercio mondiale di avorio. Per monitorare la diminuzione delle popolazioni di elefanti asiatici e determinare l’origine dell’avorio che viene venduto nei mercati i ricercatori del laboratorio WildGenes della Rzss stanno sviluppando il Cambodian ivory project,  un laboratorio di genetica conservativa proprio nella capitale cambogiana.

Nella sola Cambogia vivono oramai tra i 250 e 500 elefanti asiatici selvatici, ma è difficile valutare quale sia la reale dimensione della loro popolazione senza la genetica, dato che ormai si sono rifugiati nel fitto delle giungla. Secondo Alex Ball, ricercatore e direttore del programma WildGenes della Rzss, “Sembra che ci siano quantità sempre crescenti di avorio in vendita in Cambogia. Tuttavia, non ci siano prove di bracconaggio sulle popolazioni di elefanti selvatici della Cambogia. Capire da dove viene l’avorio cambogiano è quindi vitale per le agenzie di controllo internazionale che cercano di bloccare le rotte commerciali illegali”. In questo contesto usare la genetica per identificare dove vengono uccisi gli elefanti grazie al loro DNA è indispensabile per riuscire a proteggere le popolazioni più a rischio di estinzione. Per Ball “Il DNA estratto dai campioni di avorio può rivelare informazioni importanti sull’individuo sul quale è cresciuta la zanna, incluso dove vivono i suoi parenti più stretti”, per questo "è importante formare il personale a Phnom Penh e metterlo nelle condizioni di sostenere in modo autonomo e capillare qualsiasi progetto di conservazione degli elefanti".

Certo si possono proteggere gli elefanti, ma non i mammut, estinti circa 10.000 anni fa. Per questo lo staff di ricercatori anglo-cambogiani è rimasto molto sorpreso quando ha scoperto nell’avorio cambogiano il DNA dei mammut, il cui avorio non è al momento coperto dagli accordi internazionali sulle specie in via di estinzione, avendo “già dato”, questa volta non per mano dell’uomo. Di fatto mentre i proprietari del negozio cambogiano erano convinti di vendere avorio “vecchio” di un elefante, i ricercatori dell’Rzss hanno capito di essere davanti ad un avorio molto più vecchio del previsto, addirittura di “Mammut lanoso” dalla tundra artica le cui zanne sono probabilmente state estratte dal terreno solo recentemente grazie al disgelo sempre più marcato per via del cambiamento climatico. Anche se la ricerca e il commercio illegale di zanne di mammut sono sempre più diffusi, in particolare in Siberia“È stata una sorpresa per noi trovare in una bigiotteria  in vendita l’avorio di mammut lanoso in un Paese tropicale come la Cambogia - ha dichiarato Alex Ball -. È molto difficile dire quali siano le implicazioni di questa scoperta per le popolazioni di elefanti esistenti, tuttavia pensiamo di continuare la nostra ricerca e utilizzare la genetica per capire da dove proviene precisamente”. Un lavoro che sarà portato avanti proprio dal Cambodian ivory project, una partnership tra Rzss, Fauna & Flora International, la Royal Univesity of Phnom Penh e il governo della Cambogia con il sostegno dell’Illegal Wildlife Trade Challenge Fund e della People’s Postcode Lottery del Regno Unito.

La battaglia per evitare che gli elefanti facciano la fine dei mammut, questa volta per mano dell’uomo, è però ancora lunga. Il divieto al commercio di avorio, infatti, non include la regione amministrativa speciale di Hong Kong, il più grande mercato di avorio della Cina da oltre 150 anni e il cui Governo sembra intenzionato ad applicare il bando solo dal 2021. Intanto il commercio di avorio di elefante va di pari passo con il contrabbando di altri prodotti illegali di origine animale che la Rzss e i suoi partner locali stanno contrastando con diversi strumenti genetici per riuscire ad identificare tutti i tipi di contrabbando animale prima che sia troppo tardi.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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