Donne Imam, la rivoluzione femminile nel mondo islamico

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Sono poche ma rivoluzionarie. Le donne imam che guidano la preghiera femminile si trovano già a fine Ottocento in Cina, in Sudafrica e negli Stati Uniti. In Europa il caso di Sherin Khankan, guida spirituale della moschea Maryam aperta a Copenhagen nel 2016 e segnalata dalla BBC come una delle cento donne del 2016, ha ricevuto molta attenzione. Non solo perché Khankan si fa fotografare a capo scoperto veicolando un’immagine poco comune dell’islam femminile, piuttosto perché è diventata portavoce di un movimento – quello del femminismo islamico – al cui interno ci sono diverse correnti e visioni, più o meno progressiste. Per Khankan la funzione della moschea è quella di «sfidare le strutture patriarcali all’interno delle istituzioni religiose. L’Islam – prosegue in un’intervista al Guardian – è stato dominato dagli uomini, le donne non sono ancora alla pari degli uomini nel cattolicesimo e nel giudaismo, e sono state ordinate [in Danimarca] solo nella fede protestante».

Prima di Khankan nel 2005 a Los Angeles la professoressa di religione e filosofia Amina Waduud ha fatto scalpore per aver condotto la preghiera per una congregazione mista di uomini e donne. Una scelta che ha incontrato reazioni diverse anche all’interno dello stesso movimento femminista islamico. Amina però ha avuto il merito di dare slancio a un bisogno insito nel mondo musulmano a partire soprattutto dal ventesimo secolo, quello cioè della riappropriazione di spazi fino a prima preclusi alle donne.

Per secoli le fedeli musulmane hanno pregato in casa o in spazi marginali nelle moschee, lontane dalla vista dell’imam e con accessi diversi rispetto agli uomini. «La questione dell’imamato femminile è minoritaria nel mondo musulmano – spiega Renata Pepicelli, docente universitaria ed esperta di mondo islamico –. Si tratta di un tassello che permette di riflettere sulle tensioni riformiste che governano la religione islamica. Non solo, ci illumina sul fatto che l’islam sia una religione aperta al dialogo e al confronto, e che sia necessario veicolare una narrativa capace di andare oltre al dualismo isis da un lato e donne imam dall’altro».

Dopo l’indiana Jamida Beevi, le sudafricane Shamima Shaikh e Farhana Ismail, è stata più di recente l’avvocatessa e attivista di origini turche Ates Seyran a fondare una moschea liberale a Berlino. Ha ricevuto minacce di morte ma non desiste: oltre alla volontà di fondarne di nuove, nella sua moschea inaugurata a giugno 2017 non vengono fatte distinzioni di genere e orientamento sessuale, e alle donne è permesso partecipare alle funzioni senza velo.

Alla fine dell’anno scorso a Parigi c’è stato il caso di Kahina Bahloul, che ha proposto la costruzione della moschea Fatima dove alternare settimanalmente preghiere per uomini e donne: «Il problema dell’islam contemporaneo è che viene letto attraverso una lente maschile, la cui interpretazione della società è di tipo patriarcale quando non addirittura misogina», ha commentato Bahloul a France24. «Nel ventunesimo secolo dobbiamo essere in grado di approcciarci ai testi sacri in maniera diversa».

In questo senso la Cina è un esempio sui generis. La comunità Hui conta dieci milioni di persone di fede musulmana e il paese possiede una tradizione centenaria di moschee rette da donne imam. Sono le nusi, i luoghi di culto islamico dove l’imam non dirige le preghiere ma guida la congregazione nel culto, prepara i corpi delle defunte per la sepoltura e insegna come pregare, studiare la letteratura e leggere il Corano. «Per ogni moschea maschile ce n’è una per le donne» spiega l’imam cinese Lee Jing Ping a The National. «Questo beneficia la famiglia perché le donne giocano un ruolo molto importante nella società. La mano della donna ha sempre fatto oscillare una culla ed è la stessa mano che fa vibrare la culla dello sviluppo sociale».

Linda Dorigo da Ilpaesesera.it

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